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Balene e ramponi

Balene e ramponi

Gli stati balenieri che oggi sfidano l’impopolarità e il disprezzo del mondo per procurarsi una bistecca di dubbia qualità non si rendono probabilmente conto di quanto meschina e ridicola sia la loro immagine di fronte alla storia della baleneria, che è antica, epica e tragica nella stessa misura in cui la sua replica moderna, la loro, è banale e supponente.

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Gli uomini vanno a caccia di balene da tempi antichissimi, hanno cominciato poco dopo l’età della pietra catturando i cetacei che si avvicinavano a terra, e poi si sono spinti sempre più al largo, inseguendo le loro prede più lontano dalla costa mano a mano che le balene a riva non si avvicinavano più, fino a stendere una ragnatela di rotte che ha coperto tutti gli oceani del globo.

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Caccia alla balena presso l'isola Jan Mayen nel XVIII secolo. In quest'epoca
gli olandesi praticavano quest'attività al largo delle coste di Jan Mayen che è
nei pressi dello stratovulcano Beerenberg, sulle coste di Nord-Jan, la sua parte
settentrionale. Da Wiki Commons. (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

I primi ad affinare il mestiere sono stati i baschi, che già nell’VIII secolo inseguivano al largo le balene, e 700 anni dopo erano arrivati alle coste dell’Islanda e della Groenlandia, fino a toccare, secondo alcune fonti, il continente americano un secolo prima di Colombo; la loro avventura è declinata all’inizio del XVII secolo, quando sono stati assunti dagli imprenditori inglesi e olandesi, in grado di armare molte più navi, ed è terminata in pochi decenni, quando dopo aver insegnato l’arte ai propri datori di lavoro, sono poi stati licenziati in tronco e relegati nel Golfo di Biscaglia.

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Olandesi e inglesi sono durati un secolo, senza essere determinanti nella storia della baleneria, e poi sono arrivati gli americani.

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         Baleniere olandesi presso Spitsbergen   (Abraham Storck, 1690)
          da Wiki Commons   (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

 

I primi sono stati  balenieri di Nantucket, che fra la metà del ‘700 e la metà dell’800 hanno  costruito e consolidato la loro supremazia, affinando le tecniche, armando flotte sempre più numerose, tracciando le carte delle rotte dei cetacei, e individuando le zone d’oceano in cui si fermavano, i “pascoli delle balene”,  e anche dei balenieri.

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Cartografia rotte per baleniere. Washington, D.C. Naval Observatory, 1851.
Litografia a colori. Da Wiki Commons(cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Dopo di loro, quando la dimensione asfittica dell’isola ha posto un limite naturale allo sviluppo della caccia, sono arrivati i marinai di New Bedford, che potevano mettere in acqua navi più grandi e di maggior pescaggio, in grado di prolungare le crociere e produrre maggiori utili.

 

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       Replica di baleniera d'epoca presso il New Bedford Whaling Museum

 

La caccia è stata un’impresa epica, violenta e sanguinosa, come forse mai se ne sono compiute nella storia; nella loro epoca d’oro le navi baleniere, dei tre alberi di 30/40 metri di lunghezza, larghi circa 6, con stazza variabile fra le 300 e le 500 tonnellate, salpavano dal New England con una trentina di uomini di equipaggio o pochi di più, per crociere che duravano 3/4 anni,  toccavano terra a volte in qualche isola sperduta per approvvigionarsi di acqua e frutta, affrontavano burrasche, freddo polare, caldo atroce, malattie, lavoro estenuante, noia e solitudine, e molto spesso la morte, a volte perdendo la partita.

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   Mastelli con lenza nella lancia baleniera, New Bedford Whaling Museum

 

Le famiglie dei balenieri si riunivano per qualche mese ogni 3 o 4 anni, nell’intervallo fra due crociere, e passavano gli anni di navigazione senza sapere chi era vivo e chi era morto; i cimiteri di Nantucket e New Beford erano pieni di tombe vuote, poste a ricordo di uomini che si erano persi in mare, in una tempesta, su una lancia sfondata da un capodoglio, o su navi che non avevano mai fatto ritorno; a volte capitava che morissero le donne a terra o i figli, era un’epoca in cui la mortalità infantile era altissima, e il padre o marito per anni non ne sapeva nulla, salvo che la notizia non arrivasse attraverso un’altra baleniera incrociata a 10.000 miglia da casa.

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                 New Bedford, Massachusetts - al giorno d'oggi

 

In questi lunghi anni gli oceani venivano setacciati  nei quattro punti cardinali, e quando il fatidico grido “laggiù soffia” risuonava dal posto di vedetta della nave, questa si metteva in panna e calava le baleniere vere e proprie, delle lance di 9 metri per 2 scarsi di larghezza, che pesavano meno di 500 kg, e con 6 uomini di equipaggio  si mettevano ad inseguire la preda, spinte fino a 5 nodi dalla forza dei remi; erano comandate da un ufficiale, a volte anche dal capitano, ma l’uomo chiave, quello che con la sua abilità determinava il successo o l’insuccesso della caccia era il ramponiere: poteva essere un quacchero del New England, un polinesiano tatuato su tutto il corpo, un africano selvaggio o un pellerossa del nuovo mondo, ma era lui che nel momento decisivo  faceva la differenza.

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La precisione e la potenza del colpo, il sangue freddo nel saper aspettare e cogliere il momento giusto, a pochi metri da un animale che pesava decine di tonnellate e che con un colpo di coda poteva fare a pezzi l’imbarcazione e i suoi occupanti, la rapidità nel raggiungere a poppa la bitta su cui era girata la sagola del rampone che poi correva verso il passacavo di prua, la misura nel farla correre o frenarla sulla bitta per sfinire l’animale ferito e infuriato, determinavano l’esito finale dell’investimento degli armatori, e giustificavano il compenso riservato al ramponiere, inferiore solo a quello del comandante e degli ufficiali.

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Diagramma del rampone del baleniere. I due dettagli in alto a destra mostrano 
come la punta del rampone gira di lato dopo aver penetrato la pelle, assicurando
che il rampone non scivoli fuori dall'animale ferito.
                   (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Qualche volta vinceva la balena, soprattutto se era un capodoglio che decideva di combattere, quasi sempre vincevano i balenieri, e allora iniziava il rito dello squartamento e dello scioglimento del grasso nelle caldaie di mattoni e di ghisa poste a prua della nave, e quando il grasso diventava olio, potevano essere necessari più di due giorni  di lavoro ininterrotto per mutare lo stato solido della balena, veniva versato nei barili e posto nella stiva, dove sarebbe rimasto fino al rientro in porto, cosa che di solito avveniva quando la nave era a pieno carico, e si parla anche di 2.000 o 3.000 barili.

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    Barili di olio di balena a New Bedford, New Bedford Whaling Museum

 

A dispetto delle loro navi brutte, goffe e lente, e del loro aspetto spartano o trasandato, i balenieri erano una vera e propria aristocrazia del mare, socialmente riconosciuta e rispettata, la sola nella quale si potessero realmente e frequentemente salire tutti i gradini della carriera, da mozzo a capitano, e poi armatore e in alcuni casi finanziere, banchiere o assicuratore; erano anche la sola categoria di marinai realmente timorata di Dio, per il contesto sociale da cui proveniva, e l’unica che disdegnasse l’alcol, per la profondità della sua fede, ma va pur detto che se di qua da Capo Horn il capitano doveva obbedienza agli armatori e a Dio onnipotente, era anche vero che di là dal Capo, quasi sempre passato controvento perché non c’era tempo da perdere, il capitano era Dio onnipotente, come Melville farà in qualche modo dire ad Achab.

 

I profitti erano altissimi, una baleniera poteva costare 40.000 dollari, di norma ammortizzavano il suo costo nel corso del primo viaggio, ma si sono dati casi di baleniere che realizzavano un profitto di 80/90.000 dollari in un viaggio solo:  la Charles W. Morgan, che ancora oggi è ancorata a Mystic, nel Connecticut, in 80 anni di attività ha prodotto per i suoi armatori un utile di oltre due milioni di dollari; quale che fosse l’entità del profitto, al termine di ogni crociera di caccia veniva diviso in tre parti uguali, 1/3 destinato all’armatore, 1/3 al riarmo della nave, e 1/3 all’equipaggio.

 

Nel XIX secolo erano americane oltre la metà delle baleniere attive nel mondo, e il New England era uno dei posti al mondo con il reddito pro capite più alto; nel 1857 le quasi  400 baleniere di New Bedford, una città di 20.000 abitanti, fecero ritorno con olio e fanoni per oltre 6 milioni di dollari.

 

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     Membri dell'equipaggio di una baleniera, New Bedford Whaling Museum

 

Attorno alle balene ruotava tutta l’economia del New England, e l’olio di balena era quello che ungeva in senso letterale gli ingranaggi della rivoluzione industriale, e che garantiva l’illuminazione del nuovo e del vecchio mondo, oltre che suppellletili di ogni genere, e così sarebbe stato fino alla nascita dell’industria petrolifera.

Un cenno a parte merita l’ambra grigia, una sostanza prodotta dalla secrezione biliare del capodoglio, normalmente espulsa con le feci o rigurgitata, che a volte veniva rinvenuta all’interno del corpo della preda; la sua rarità e la sua importanza per la cosmesi, determinata dalla capacità di fissare i profumi, le attribuivano un valore altissimo, fino a 3.000 dollari al kg, e si può ben capire che fortuna e che festa fosse trovarla.

Per tutti questi motivo per buona parte del XIX secolo c’è stata la fila per fare il duro lavoro del baleniere.

 

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           Mappa di zone abitualmente popolate da cetacei, 1883
    da Wiki Commons    (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Qualche volta si determinavano anche perdite spettacolari, perché i rischi esistevano sempre e l’audacia non sempre veniva premiata; nel 1871 una flotta di 40 navi si è data appuntamento davanti allo stretto di Bering, e man mano che il ghiaccio si ritirava si è spinta sempre più a nord, per quasi 1.000 miglia, fino a punta Belcher, nel nord dell’Alaska.

 

La caccia alle balene polari sarebbe stata stata fruttuosa, ma i capitani, inseguendo i cetacei oltre il limite consigliato dalla prudenza, hanno finito col ritardare troppo il ritorno, e il 14 settembre i ghiacci anno iniziato a chiudersi attorno alle baleniere: 33 navi con la stiva piena sono andate perdute, ma miracolosamente non ci sono state perdite di vite umane, perché quelle sfuggite al ghiaccio sono riuscite a recuperare tutti gli equipaggi, che in questo caso comprendevano anche donne e bambini, visto che in quegli anni si era presa l’abitudine di imbarcare in molte occasioni, le famiglie dei comandanti.

 

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   Pèche De La Baleine - Ambrose Louis Garneray 1783-1857 Acquatinta colorata 
   da WikiCommons

 

A dimostrazione del fatto che il profitto è una spinta potente per le azioni degli uomini, lo stesso disastro, sia pure con sole 12 baleniere perdute, si è replicato nel 1876, questa volta però con un pesante tributo di vite umane.

 

Com’è giusto che sia, per la sua dimensione epica e tragica, per lo spirito d’avventura di alcune generazioni di marinai, per le tempeste che hanno affrontato, per i rischi che hanno corso, per le vite perdute, e per la maestosità  della balena, la baleneria ha avuto il suo cantore e il suo posto nella storia della letteratura; naturalmente questo scritto non riguarda il grande romanzo americano, ma non è irrilevante sapere che Moby Dick non è il semplice frutto della fantasia di Herman Melville, ma l’unione romanzata di due vicende storiche.

 

La prima è la storia della Essex, raccontata da Owen Chase, all’epoca primo ufficiale della nave, che fu affondata a testate in mezzo al Pacifico da un grande capodoglio alla fine del 1820; l’equipaggio, diviso su tre lance, una delle quali è andata perduta, ha attraversato l’oceano in circa 100 giorni, è sopravvissuto fino alla costa cilena cibandosi dei morti, e forse anche dei vivi: tutti i superstiti hanno continuato a fare i balenieri, e tutti sono diventati capitani di una nave.

 

 

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L’altra è la storia di Mocha Dick, un capodoglio di colore chiaro, forse albino, avvistato per la prima volta al largo dell’isola di Mocha, in Cile, attorno al 1810, che per decenni ha aggredito navi e baleniere, specialmente quando le sorprendeva intente nella caccia o vicino a balene uccise.

 

Gli episodi che hanno coinvolto la balena bianca sono moltissimi, e sembra difficile attribuire questa vicenda alla semplice fantasia dei marinai; alla fine sono documentati dalle cronache dell’epoca almeno un centinaio di scontri, e una trentina di vittime, prima che il leviatano, probabilmente ormai vecchio e sfiancato, cadesse preda dell’unica baleniera che è stata fortunata ad incontrarlo.

 

Anche qui ci sono un paio di versioni che sono più accreditate di altre, la prima è quella dell’esploratore Jeremiah Reynolds, che lo fa morire nel 1838, mentre quella accettata dai più parla di una baleniera svedese che ha ucciso un capodoglio di quel genere nel 1859: in entrambi i casi il cetaceo aveva un gran numero di ramponi conficcati nel corpo, a testimonianza dei molti combattimenti sostenuti e della sua capacità di uscirne vivo.

 

È ben possibile che di Mocha Dick ne sia esistito più d’uno, sono state successivamente avvistata altre balene bianche, ma questo non sposta la sostanza del problema e della storia, un uomo che caccia un capodoglio, che è un animale gigantesco e decisamente intelligente, con un rampone scagliato  a mano, deve mettere in conto di poter diventare la preda.

 

Alla fine del XIX secolo la baleneria classica è finita, ma non è finita la strage delle balene; vale la pena riflettere sui numeri, perché raccontano molte più cose delle parole: nell’ultimo secolo sono state sterminate oltre 3 milioni di balene, per futili motivi, bistecche e profumi, mentre nei due secoli precedenti, quando aveva un senso cacciarle, ne sono state uccise circa 300.000.

 

Dal 1985 è in vigore una moratoria sulla caccia alla balena approvata dall’IWC, la Commissione Baleniera Internazionale, ma in realtà il massacro continua in modo massiccio e indiscriminato, proprio per mano e con il rampone di paesi che della Commissione fanno parte: fra i più decisi nella strage vanno segnalati il Giappone, la Russia, la Corea del Sud,la Norvegia, l’Islanda, la Danimarca, sorvolando su alcuni altri che praticano una baleneria numericamente insignificante.

 

Film muto di caccia alle balene del 1920, parte dell'achivio della Periscope Film

 

 

Non c’è senso logico, e se c’è un animale che oggi non dovrebbe essere toccato è proprio la balena, per ragioni che mi pare superfluo spiegare, ma chi lo fa dovrebbe sentirsi davvero un miserabile, perché per tacer d’altro fra un baleniere del XIX secolo e uno del terzo millennio c’è la stessa differenza che passa fra un eroe omerico e un impiegato del catasto, non proprio una bella figura per gli uomini che salpano dai porti russi, giapponesi o coreani, tanto per citare per nome i più cattivi, e che difatti vengono spesso ridicolizzati dai Pirati di Sea Shepherd.

 

(vai al blog I Pirati dello Sea Shepherd)

 

Non me la sento di condannare in ogni caso la caccia alla balena, sulla terra la natura viene consumata, e con essa la vita, non solo dall’uomo, ma sopratutto da lui; ciò può avvenire per ragioni fondate, oppure per motivi sconsiderati, e la caccia di oggi sta tutta nel perimetro della follia e della crudeltà gratuita, in una misura infinitamente superiore a quella dei balenieri del New England, che pure religiosamente vedevano nella balena l’incarnazione stessa del male.

 

Ci sono ancora oggi nel mondo alcune comunità, poche e poco numerose, che con linguaggio politicamente corretto definiamo “poco sviluppate”, e che per ragioni di sussistenza praticano come si usava anticamente la baleneria all’arma bianca: credo che siano gli unici che hanno il diritto di farlo.

 

   Video della caccia al capodoglio in Indonesia - Questo tipo di attività è
praticata dagli indigeni da oltre 600 anni e rimane facilmente sostenibile dato
che il villaggio cattura non più di 6 capodogli all'anno. da Human Planet, BBC

 

 

 

 

 

 

 

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