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Bashar al-Assad non è il nostro dittatore, è il dittatore dei russi

Bashar al-Assad non è il nostro dittatore, è il dittatore dei russi. Mi pare questa l’unica spiegazione logica al bombardamento di alcuni obbiettivi siriani effettuato la notte scorsa da americani, inglesi e francesi, che sul piano materiale, ben diverso da quello simbolico, è sostanzialmente stato una pagliacciata.

 

Le informazioni concordemente riportate dalla stampa ci dicono che sono stati colpiti tre obbiettivi legati alla produzione di armi chimiche, con l’impiego di missili Cruise, in numero variabile da 30 a 100 a seconda della fonte, comunque uno sproposito, visto che costano un milione e mezzo di dollari l’uno e dovevano distruggere un deposito e due centri di ricerca. Questa azione muscolare è stata condotta dopo aver avvertito i russi, a scanso di qualunque problema, e al momento sembra non abbia lasciato morti sul terreno, cosa assolutamente positiva e nella stessa misura altrettanto sospetta.

 

Il casus belli è stato il massacro di Douma, dove sarebbero state impiegate armi chimiche da Assad per domare le ultime sacche di resistenza, causando un numero tuttora imprecisato di morti, che comunque è costantemente scemato dal momento dell’annuncio. Ad oggi siriani e russi smentiscono, mentre americani, inglesi e francesi sostengono di avere le prove; in assenza di qualunque certezza, in un senso o nell’altro, non restano che le ipotesi, e pur sapendo che Assad è un dittatore sanguinario che al momento dipende da russi, turchi e iraniani anche solo per respirare, mi riesce difficile credere che abbia fatto una tale scemenza per ammazzare qualche decina di persone, come nello stesso modo è difficile credere a chi su impronte digitali e pistole fumanti ha spesso mentito in modo imbarazzante. E allora cerchiamo di mettere assieme le poche cose in cui possiamo certamente credere.

 

Assad guida uno stato laico, addirittura laicista per gli standard del medio oriente, dove la minoranza sciita, il 10% della popolazione, governa sulla parte restante, sunnita, e la reprime. La cosa è ovviamente antidemocratica, ma anche sorvolando sul fatto che la maggioranza repressa si ispira a modelli sospesi fra Arabia Saudita e Daesh, e quindi non vorrei mai morire per la loro libertà, non vedo quale sostanziale differenza ci sia con il modello egiziano, da Sadat ad Al Sisi, col quale conviviamo felicemente, e anche giustamente, ormai da decenni. In ogni caso Assad durerà fino a quando lo vorrà Putin, e difficilmente farà qualcosa che Putin non voglia.

 

La guerra in Siria è il più drammatico lascito della fallimentare esperienza delle primavere arabe, e lo è soprattutto per l’occidente, che ha visto lo sganciamento dell’Amministrazione Obama prima e l’intervento vincente di Putin poi, grazie al quale il conflitto è andata esattamente nella direzione opposta a quella che tutti si aspettavano, ammesso e non concesso che ci fossero aspettative condivise. In ogni caso l’esito auspicato non era certo il rafforzamento della presenza russa in Medio Oriente e la costruzione di un asse fra Mosca, Ankara e Teheran, per ragioni rispettivamente geopolitiche ed energetiche, nazionaliste e anti curde, e anti arabe oltre che anti israeliane.

 

Israele è in una situazione imbarazzante. Quando spara non lo fa mai a scopo dimostrativo, probabilmente neppure capisce perché qualcuno lo fa, e certo non vede di buon occhio gli iraniani schierati in Siria, alleati di russi e turchi, e quindi nemici di quei sauditi armati fino ai denti dagli americani, coi quali Tel Aviv sta cercando convergenze di interessi in chiave anti iraniana. Di certo a Israele del fantoccio Assad interessa poco, ma di sicuro non ambisce ad un conflitto permanente o strisciante con Russia e Turchia nel suo cortile di casa.

 

Dei 500.000 morti della guerra siriana, in massima parte civili, non interessa un accidente a nessuno, se no non ci preoccuperemmo solo di quelli occasionalmente ammazzati col gas, ammesso e non concesso che il gas sia stato usato davvero con grande frequenza, soprattutto negli ultimi anni. I morti innocenti sono per definizione tutti uguali, e fatico a comprendere per quale motivo morire per mano di Assad sia peggio che morire per mano di Erdogan, che vuole morti tutti i curdi della terra, o per mano dei  tagliatori di teste dello Stato Islamico, che qualcuno ha avuto l’imbecillità e la sfacciataggine di utilizzare in chiave anti Assad, prima di rendersi conto di aver fatto un’idiozia e chiedere ai curdi di risolvergli il problema. Capisco che sia più grosso di Assad, ma perché non facciamo gli sceriffi con quel bullo di Erdogan, che ammazza i curdi ad Afrin e compra missili dai russi? Perché fa parte della NATO? Ma questa è una delle tante ragioni per cui non dovrebbe fare quello che fa.

 

Perché allora questa sceneggiata dei tamburi di guerra e dei missili sparati contro nessuno e preventivamente “telefonati”? Perché tutto questo rumore per nulla? Se Putin protesta solo in modo blando e formale è difficile credere che sia veramente contrariato. Se Trump spara a vuoto, come un coreano qualunque e scegliendo un obbiettivo di comodo, ormai utile solo come prestanome di altri, difficile che pensi di fare sul serio. Sarei tentato di credere di più a ragioni di politica interna, che per Trump e May sono facilmente visibili, il primo inseguito Procuratore Mueller, la seconda intenta a fare la guerra di spie coi russi, manco fosse la comparsa di un racconto di Ian Fleming; per Macron le ragioni non sono altrettanto trasparenti, ma a volte basta la mania di grandezza, come spesso capita ai presidenti francesi.

 

Naturalmente è un bene che ieri non sia morto nessuno, ma forse sarebbe più saggio non sparare a vanvera a casa del dittatore degli altri, per banali cazzate poi, quali sono le beghe interne o le manie di grandezza: la strage di Duoma non c’entra evidentemente nulla con la pagliacciata a cui abbiamo assistito, che in termini politici ha solo prodotto una figura barbina fra i paesi della NATO, neppure capaci di assumere una posizione comune.

 

In un mondo che è già sufficientemente pieno di integralisti islamici disposti a farsi saltare per aria nelle capitali europee, che certo non hanno bisogno di provocazioni, ma che le provocazioni poi le raccolgono sempre, immaginare che qualcuno possa morire perché l’opinione pubblica deve pensare ad altro, perché simbolicamente facciamo finta di essere dei bulli da strada, è ad un tempo una tragedia e una farsa.

 

 

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1 comment

  1. Emanuela Zitti 16 aprile, 2018 at 09:43

    Il tabù legato all’idea della guerra, nella mentalità dell’uomo comune in Occidente, mi pare sia crollato con il secondo conflitto in Iraq (quello voluta da Bush figlio con il pretesto di magazzini di armi chimiche – poi rivelatisi inesistenti). La prima guerra contro Saddam all’inizio degli anni ‘90, giusta o sbagliata che fosse, aveva visto un fermento di attività diplomatiche in cui l’Onu era protagonista e riferimento imprescindibile. Ora, dopo quasi trent’anni, la penosa vicenda siriana dimostra che il diritto internazionale e l’Onu sono divenuti dettagli irrilevanti, e la guerra quasi un affare privato delle singole nazioni, se non addirittura dei singoli capi di stato, i quali per sistemare la loro immagine personale non si pongono nessuna remora, né politica, né morale, a buttare bombe, quasi giocassero ai soldatini, come i bambini (ma bambini pericolosi e criminali). Questa analisi, mi pare che lo dimostri in maniera eccellente.

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