le storie

Celestino V e Aldo Moro

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Tra i tanti, uno degli eventi che più hanno segnato la seconda metà del secolo scorso, in quelli che sono stati definiti “gli anni di piombo”, è stato l’assassinio di Aldo Moro il 9 maggio del 1978 a Roma, dopo 55 giorni di prigionia durante i quali abbiamo vissuto in un clima surreale, nella speranza che non accadesse ciò che poi è effettivamente avvenuto. Nel tempo protagonisti più o meno noti della vicenda hanno fornito diverse versioni dell’accaduto, e viene da chiedersi come mai testimonianze, come vedremo non banali, siano rimaste tenute nascoste per così tanto tempo.

 

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  Targa a Via Michelangelo Caetani, Roma

 

Tutto nasce da un accostamento curioso che mi è venuto in mente di fare rileggendo una di queste recenti testimonianze: Il corpo di Aldo Moro venne ritrovato in via Caetani, in prossimità del Palazzo appartenuto all’omonima famiglia nobile romana che ha dato i natali a numerosi importanti personaggi storici della città, tra i quali quel Benedetto Caetani noto come Papa Bonifacio VIII ricordato, non propriamente in modo benevolo, da Dante nel XIX Canto dell’Inferno. Mi è sovvenuto improvvisamente il singolare accostamento tra la figura di Pietro da Morrone – divenuto Papa con il nome di Celestino V, deposto e probabilmente fatto assassinare da Bonifacio VIII – possibile ma purtroppo mancato grande riformatore di una Chiesa malata e pervasa da tentazioni secolari più che trascendenti, e quella di Aldo Moro, assassinato mentre si apprestava a concretizzare una svolta epocale nella stagnante politica italiana, consentendo l’ingresso del Partito Comunista nel Governo Italiano quando ancora vivevamo nel periodo della Guerra Fredda tra USA e URSS, e la terza guerra mondiale non sembrava del tutto un’ipotesi fantasiosa; in entrambi i casi, l’evento che avrebbe potuto cambiare il corso della storia è stato scongiurato con la morte precoce dei due protagonisti.

 

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        L'invettiva di Dante contro i papi simoniaci e Niccolò III,
     Canto XIX, Inferno - Illustrazione di Gustave Dorè - da Commons

 

Per comprendere meglio il nesso tra le due vicende è però necessario approfondire le parole di Dante che, in realtà, nell’inferno non incontra Bonifacio VIII, ma Papa Niccolò III confinato nel girone dei simoniaci, il quale scambia Dante per il suo successore. Bonifacio VIII in realtà morirà tre anni dopo l’anno nel quale Dante immagina di aver iniziato il viaggio narrato nella Divina Commedia (1300), ma lo stesso Dante si premura di dargli preventiva collocazione in virtù dell’odio profondo che nutriva per quel Papa, lui Guelfo Bianco (e non come Ugo Foscolo lo definirà secoli dopo, “ghibellin fuggiasco”), favorevole ad una pacifica convivenza tra Chiesa e Impero, e profondamente contrario, quindi, al predominio secolare invocato da Bonifacio per il soglio pontificio:

Ed al gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”.

Durante la sua vita Dante ebbe modo di vedere 14 Papi alternarsi sul trono di Pietro e di nessuno (fuorchè di Giovanni XXI) parlò in modo lusinghiero, ponendo tutti quelli menzionati nella Divina Commedia (circa la metà) o nel Purgatorio o nell’Inferno; al di là della particolare antipatia verso Bonifacio VIII, Dante era animato da una profonda e convinta avversione al potere temporale dei Papi, e questo ha dato adito ad una sua presunta appartenenza a sette iniziatiche, in particolare a quei Rosacroce antesignani dei Cavalieri Templari e in seguito della Massoneria, e per alcuni non è un caso che tutta la sua più importante opera sia apparentemente costruita su simbolismi e numerologia tipiche di quelle sette: 3 Cantiche composte da 33 Canti ciascuna più un’Introduzione che porta il totale a 100 Canti, oltre al fatto che ogni canto è composto da terzine incatenate in versi endecasillabi (3 e 11); insomma le coincidenze per gli appassionati di esoterismo si sprecano. Resta il fatto che Dante nel suo tempo è espressione di un nuovo ordine mondiale nel quale l’Imperatore non è più investito dal Papa ma direttamente da Dio, e per chi voglia farsi un’idea di quale guerra sia stata combattuta al tempo su questo tema, basta andare a leggersi tutta la lunga vicenda che ha contrapposto Bonifacio VIII a Filippo IV “Il Bello”, Re di Francia, con ripetuti disconoscimenti reciproci e scomuniche.

 

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Bonifacio VIII di A. Gastaldi, 1875 (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

L’odio di Dante nei confronti di Bonifacio VIII è però anche ampiamente giustificato dal fatto che proprio il Papa ha determinato l’esilio del Sommo Poeta, fuggito da Firenze per evitare di essere imprigionato in quanto Priore della città e sostenitore della parte Guelfa che si opponeva al Papa. Nella sua avversione alla Chiesa, Dante non ha risparmiato neppure Celestino V per non essersi assunto appieno la sua responsabilità di portarne avanti il rinnovamento, lasciando campo aperto al suo successore del quale divenne, a sua volta vittima. La condanna di Dante per Celestino avviene nel Terzo Canto (cd. dell’Antinferno) ove incontra gli ignavi, i pusillanimi, coloro che per paura non avevano saputo assolvere al loro compito:

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

 

Il povero Celestino ottenne la riabilitazione pochi anni dopo la sua morte con la canonizzazione del 1313, ma l’insistenza con la quale questa venne invocata da Filippo il Bello, fece si che al tempo sembrasse essere una diretta conseguenza della lunga contrapposizione del Re francese a Bonifacio VIII; il mite eremita dovrà attendere che uno scrittore comunista nel 1968 gli renda merito in quella che è stata probabilmente la sua più importante opera letteraria: Ignazio Silone – L’avventura di un povero cristiano.

 

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  I due papi del "gran rifiuto", Benedetto XVI visita la tomba di Celestino V,
  22 aprile 2009, l'Aquila       (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

La lotta tra due diverse concezioni dell’ordine mondiale andrà avanti per secoli e darà luogo a numerose interpretazioni, spesso fantasiose o al limite del mito, nelle quali realtà ed immaginazione si intrecciano, ma delle quali anche alcuni fatti concreti nella storia recente hanno dato testimonianza.

Celestino V e Aldo Moro Celestino V e Aldo Moro Celestino V e Aldo Moro

E veniamo a circa sette secoli dopo, con quel cadavere rinvenuto in via Michelangelo Caetani, all’interno della Renault 4 rossa.
La fantasia dei complottisti si è scatenata, a partire dal personaggio al quale è intestata la via, intellettuale e politico attivo nello Stato della Chiesa prima della Breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), poi divenuto deputato del Regno d’Italia e da molti considerato cultore di esoterismo, probabilmente per l’interesse con il quale si dedicò proprio agli studi danteschi. Da lì parte una sequenza di interpretazioni sia sulla macchina scelta (Renault Rossa = R.R. = Rosa Rossa= Rosa Croce = Massoneria), sul luogo di ritrovamento (davanti al Conservatorio di Santa Caterina della Rosa, ancora il fiore simbolo dei Rosa Croce), per non parlare poi della numerologia, dove la fantasia ha finito per debordare.

 

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   9 maggio 1978, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in Via Michelangelo
            Caetani a Roma nel portabagagli di una Renault R4 rossa.
                    (cliccare immagine per miglior risoluzione)

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Sarebbe tutto facilmente liquidabile nel novero del “poco attendibile” se non si fossero in seguito verificate delle circostanze che consentono di leggere tutta la storia sotto una luce diversa. Innanzi tutto occorre ricordare che la vicenda del rapimento e omicidio di Aldo Moro travalica i confini della nostra piccola Patria: come anticipato all’inizio, Aldo Moro stava per far entrare nell’area di Governo il più importante Partito Comunista europeo in un periodo nel quale la Guerra Fredda era in pieno svolgimento, la guerra in Vietnam era memoria recente e già il Medio Oriente lasciava intravedere i futuri sviluppi, i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti.

Accade poi che quasi esattamente un anno dopo l’omicidio di Moro, viene ucciso uno dei giornalisti più controversi della nostra storia recente, quel Mino Pecorelli, direttore del periodico O.P., temuto un po’ da tutti per le sue indiscrezioni su fatti e ipotesi all’epoca del tutto sconcertanti e, guarda caso, Pecorelli fu uno dei primi a scrivere di connivenze tra ambienti politici, mafia ed i poteri occulti.
Fu proprio l’attività di Pecorelli ad insinuare il dubbio che dietro quell’evento non ci fosse solamente l’attività eversiva di un gruppo armato rivoluzionario, e fu da quel momento che anche tutte le vicende delittuose precedenti, cominciarono ad essere inquadrate sotto una diversa luce. L’inchiesta ufficiale ha condannato i colpevoli ma i mandanti non si sono mai scoperti e più di una ipotesi ha preso campo negli anni successivi.

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La lapide commemorativa a Via Caetani dedicata ad Aldo Moro
          (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Ma fu con un’intervista rilasciata da Francesco Cossiga nel 2003 a Conchita De Gregorio su La Repubblica che il quadro cominciò a delinearsi, perché fu lo stesso ex Presidente che, pur negando la sua appartenenza a quella associazione, dichiarò di essere un profondo conoscitore della Massoneria italiana a seguito della specifica formazione ricevuta all’interno della Democrazia Cristiana; c’è da credere che le sue conoscenze travalicassero anche questo aspetto per i numerosi incarichi istituzionali ricoperti (da Ministro dell’Interno a Presidente della Repubblica), ed altre attività “riservate” (come la cd. “Gladio”) di cui siamo venuti a conoscenza.

È stato, però, solo nel 2013, con la pubblicazione di un libro ed un’intervista rilasciata all’agenzia Ansa da Vitantonio Raso, un artificiere spesso impegnato in operazioni “coperte” anche fuori dall’Italia, che dichiarò di aver incontrato e parlato con Francesco Cossiga in via Caetani quando ancora non era stato scoperto il cadavere di Moro, di essere stato il primo ad entrare dentro la Renault Rossa, e di aver visto il sangue fluire copiosamente dalle ferite d’arma da fuoco sul corpo, segno evidente che l’omicidio era avvenuto da poco tempo.
Sono così risaltate fuori le vecchie teorie legate al ruolo svolto dalla Massoneria: la vicinanza del Palazzo Caetani, il possibile coinvolgimento del musicista russo Igor Markevitch, marito di Topazia Caetani, il fatto che se la prigione di Moro fosse effettivamente stata in quel Palazzo, in una delle numerose stanze del sottosuolo, chi mai sarebbe andato a guardarci, a maggior ragione se chi doveva investigare, come oramai pare evidente, fece di tutto per evitare che il mistero fosse chiarito?

 

Di tutta la vicenda che collega i Caetani a Moro ha scritto Alberto Restivo sul sito “Controluce” nel novembre del 2002: “Insomma, quella mattina ci è sembrato di avvertire in via Caetani la stessa atmosfera caratterizzante i due cruenti fatti, scaturiti da presupposti diremmo analoghi: la debolezza della classe politica dei giorni nostri che innescò la spirale perversa del terrore fino ad arrivare ad un vero e proprio “colpo alle istituzioni dello Stato” con la strage di Via Fani, prima, e l’omicidio dell’uomo politico che può senza dubbio meritare il titolo di “campione di un’utopia” nella lotta contro ogni forma di crudele gestione del potere politico.

A parte l’enfasi con la quale Restivo racconta le vicende in uno dei suoi viaggi attraverso le casate nobili romane, resta il fatto che in assenza di una verità plausibile ed oggettivamente razionale, ogni ipotesi, anche la più fantasiosa, ha una qualche ragione di esistere.
Di tutto il misterioso intreccio nel percorso lungo i secoli, immagino saranno stati del tutto ignari i due automobilisti incauti che si sono scontrati lo scorso 12 luglio 2016 all’incrocio tra via Aldo Moro e via Dante Alighieri in quel di Gricignano (CE); letta la notizia non sono stato poi in grado di appurare chi dei due avesse ragione, e chi torto.

 

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