la società

La Cintura di Fuoco

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Se oggi guardiamo a quel pezzo di mondo, prevalentemente di fede islamica, che va dalle coste dell’Atlantico alle montagne del Pakistan, vediamo uno scenario desolante nel quale, con poche eccezioni, gli uomini vivono in condizioni difficili o disperate, e da queste condizioni non si capisce come possano uscire.

Oggi la Libia, senza il satrapo Gheddafi, è un paese in preda ad una guerra civile strisciante, diviso da lotte tribali di cui si fatica a comprendere il senso, l’Egitto, deposto Mubarak e dopo elezioni democratiche che lo avevano portato nell’anticamera della repubblica islamica, è tornato ad essere governato dai generali, come sempre nella sua storia recente, Israele e la Palestina non sono mai stati, come ora, tanto divorati dal sangue, dall’odio e dalla rabbia, l’Afghanistan e l’Irak, lungi dall’essere stati pacificati e civilizzati, come immaginava il giovane Bush, sono anch’essi il teatro di un infinito scontro tribale, mentre la Siria del tiranno Assad, che un anno fa usava il gas su quella parte del suo popolo che pensava di meritare una sua primavera, è ormai diventato un partner dell’occidente nella lotta contro il califfato di al-Baghdadi, che imperversa sul web sgozzando giornalisti infedeli, non prima di aver tentato, e in parte realizzato, un genocidio ai danni di una singolare e inerme minoranza di antichissima origine: di fronte a queste tragedie, l’Iran che costruisce centrali atomiche che forse Israele distruggerà, il Pakistan che continua ad esser la culla di ogni integralismo, e la Turchia che dopo un secolo, attraverso elezioni democratiche, riporta indietro l’orologio della storia, sono ormai stati declassificati a problemi minori.

Eppure non è passato tanto tempo da quel 2011 in cui la primavera araba aveva fatto crollare come birilli, dopo decenni, regimi corrotti e autoritari, quasi un nuovo 1989, suscitando grandi speranze in tutto l’occidente, e poco più tempo è passato da quel 4 giugno 2009 in cui Obama, agli inizi del suo mandato, con un discorso all’Università del Cairo di grande portata simbolica e significato politico, aveva teso la mano al mondo arabo, riconoscendo le valenze positive dell’islam, in termini storici, politici e culturali; evidentemente tutto ciò non è bastato a cambiare l’inerzia della storia, e questi pochi anni sono stati sufficienti per far sembrare quei fatti e quelle speranze dei sogni fuori dalla realtà, come se appartenessero ad un’altra epoca e fossero affiorati in un tempo non loro.

Oggi è difficile ricostruire le cause di questo disastro, che affondano le loro radici nella storia recente e passata: pesano i confini tracciati con la riga e con l’accetta dopo le guerre del secolo breve, e pesano i decenni di dittature largamente diffuse in questo pezzo di mondo, che ne hanno perpetuato l’arretratezza culturale e la povertà materiale, ma contano molto anche le singole follie degli anni più recenti, dai russi che invadono l’Afghanistan, agli americani che armano Bin Laden, dal fatale 11 settembre, con le altre stragi nelle capitali occidentali, alle guerre di Bush, che dovevano esportare la democrazia e sono invece diventate una evidente sconfitta per per tutto l’occidente.

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E ancora oggi, mentre gli aerei americani decollano per bombardare gli accampamenti delle truppe dello Stato islamico, per ordine di un Obama con le spalle al muro e senza alternative possibili, tutti sanno, tutti noi sappiamo, che l’occidente, che non tollera fisicamente le bare dei soldati, non può vincere una guerra contro uomini che sono disposti a uccidere e a morire col sorriso sulle labbra, se non, forse, a prezzo di un genocidio eseguito dal cielo

Il vecchio Bush, che è stato un presidente infinitamente migliore di suo figlio, sapeva di non potersi permettere la caduta del regime di Saddan Hussein, e si è regolato di conseguenza; difficile sostenere che avesse torto, ma se aveva ragione, bisogna poi avere l’onestà di trarre da ciò le logiche conseguenze: in quel posto e in quel momento, un tiranno sanguinario era una tragedia inferiore a quella che è derivata dalla sua caduta, e non in relazione ai principi morali o alle regole del diritto, ma per il conto del beccaio di fronte ai risultati civili, politici e culturali che si sono ottenuti, ossia praticamente nessuno.

Negli altri paesi chiave di questa cintura di fuoco, le alternative possibili sono tutte ugualmente tragiche, sia in senso assoluto, sia in relazione, per quello che valgono, agli interessi dell’occidente. È meglio un Egitto teocratico, o un Egitto mantenuto manu militari nell’ambito di una passabile civiltà? È meglio in Siria un tiranno come Assad, che non esita a sterminare i suoi oppositori, o è meglio vedere trionfare l’esercito del Califfato che, di passaggio, ritraccerebbe pure i confini dell’intera regione, precipitandola in un bagno di sangue ancora più grande? È meglio una Turchia dove la democrazia si trasforma in dittatura della maggioranza, o sarebbe meglio una Turchia meno democratica, ma in cui vengono maggiormente salvaguardate la laicità e le libertà personali? E la Libia senza Gheddafi, personaggio spregevole come pochi, è davvero tanto meglio, dal punto di vista dei morti, di quella precedente?

Forse le illusioni della primavera araba, definitivamente sepolte dall’esercito del califfato e dai missili americani che lo inseguono, ci raccontano una storia diversa da quella che avevamo voluto sentire: ci dicono che in quei luoghi la democrazia e la libertà non sono le soluzioni di nulla, e che l’occidente non ha nel proprio attuale bagaglio politico e culturale alcun modello da proporre, ma solo, al massimo, alcuni interessi da difendere.

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La cosa paradossale, in questo possibile scontro di civiltà, è che l’islam c’entra molto poco; certo, come tutte le religioni può avere una sua declinazione teocratica, che evidentemente oggi deborda, come prevaleva all’opposto nella rozza Europa cristiana all’epoca delle crociate, quando era invece l’islam ad essere un faro di tolleranza, cultura e civiltà; però ciò che davvero alimenta le milizie dei combattenti, regolari o irregolari che siano, e che li rende impermeabili al nostro concetto di umanità, non è la fede religiosa in quanto tale, ma è l’ignoranza coniugata alla miseria, che non solo è la condizione prevalente di queste terre, ma è pure una condizione che nell’ultimo secolo abbiamo grandemente contribuito a creare, e con la quale dovremo fare i conti in futuro, per inciso comportandoci come se non fosse anche colpa nostra.

Certo, gli uomini, da sempre, muoiono per le proprie idee, e non sempre è un male, ma su queste idee, almeno noi, se non la storia, diamo dei giudizi, e non le consideriamo tutte uguali; magari è una visione distorta di chi guarda il mondo con gli occhi dell’occidente, ma chi muore per la libertà e per la democrazia ci è più affine e più caro di chi muore per il loro contrario, e oggi, nella cintura di fuoco, quasi nessuno muore per ciò che noi consideriamo nobile, neppure le donne, i vecchi e i bambini, che spesso muoiono per gratuita crudeltà, per capriccio, per caso, o perché considerati irrilevanti: è per questo che tutto ciò che noi possiamo fare è, alla fine, scegliere il male minore, e quindi quale tiranno appoggiare, visto che per molte ragioni non ci è concesso il lusso della neutralità.

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5 comments

  1. Andrea Natoli Andrea Natoli 23 novembre, 2014 at 19:01

    Articoli molto Interessante e ricco di spunti di riflessione.

    la nostra cultura, la nostra educazione ed i nostri valori uniti alle informazioni che arrivano dai mezzi di informazione (che tranne modus e qualche altra testata sono solitamente di parte) ci portano alla conclusione che loro sono i cattivi, i matti, gli assassini e sono ciechi in nome della fede.

    Soffermiamoci sul loro punto di vista: la loro cultura, educazione, i loro valori e le informazioni che ricevono li portano alle seguenti conclusioni: noi siamo i cattivi, i matti, gli assassini e siamo ciechi nei confronti della religione seguendo solo la via frivola e capitalista.

    Come dargli torto?
    Internet ha contribuito a mostrare le differenze culturali e le nuove generazioni si ribellano ai valori tradizionali: le donne vogliono guidare, comprarsi l’intimo da sole, cantare o andare in spiaggia in costume … Questi sono tutti pericoli occidentali per esempio … Minacce … Intrusioni …

    Se gli Stati Uniti fanno un embargo e non permettono l’arrivo di medicinali, muoiono bambini, anziani …

    Per la loro cultura l’occidente rappresenta tutto ciò che non si deve fare, il peccato …

    Se l’occidente invade Afganistan e Iraq con mezzi militari incredibili combattendo contro gente con i mortaretti … La rabbia sale …

    Qui entrano in gioco i mezzi di informazione che amplificano e danno una direzione alla protesta ….

    C’è poi un’altro pensiero che mi viene in mente …
    la rivoluzione francese scoppiò perché poche persone se la godevano mentre altri conducevano una vita miserabile.

    Oggi nel mondo il 15% della popolazione mondiale sta bene(tra cui noi) e l’85% vive nella miseria

    La globalizzazione ha marcato ancora di più questo divario … E la gente, quell’85% comincia ad incazzarsi perché vede via internet, via tv satellitare ecc questa grande differenza …

    Con questo non voglio giustificare gesti oggettivamente folli … Ma cercare semplicemente di comprendere le cause di questo scontro sempre più duro e sempre più vicino

  2. Gennaro Olivieri 21 novembre, 2014 at 17:31

    Forse faremmo un servizio migliore a noi stessi (e meno danni in giro) se noi occidentali smettessimo di pretendere che concetti come democrazia, laicità, sviluppo vengano compresi e accettati in tutto il mondo come culturalmente superiori. Allo stesso tempo, dovremmo essere più convinti che quegli stessi ideali occidentali vanno difesi contro ogni tipo di attacco, e che probabilmente anche lo stile e il tenore di vita occidentali, e i nostri stessi interessi economici e commerciali, costituiscono dei valori in sè, e che vale la pena di opporli con ogni mezzo ai deliri poilitici-religiosi dei califfi e dei loro ragazzi col kalashnikov.

  3. M.Ludi 18 novembre, 2014 at 17:22

    Banalmente, facciamo i conti della serva; noi europei siamo circa mezzo miliardo di persone, più e meno sovrappeso, avanti negli anni, più o meno benestanti (tutto è relativo) e dall’altra parte del Mediterraneo, ci stanno più di un miliardo di persone giovani, affamate e incazzate quanto basta a rendere la cosa preoccupante. Abbiamo cercato di esportare la democrazia e ci troviamo con tante teocrazie peggiori dei tiranni sanguinari che, bontà nostra, abbiamo contribuito a deporre; ora la storia ci presenta il conto. Si perchè in quelle terre dalle quali quei disperati cercano di scappare, noi (occidentali, in questo caso nordici – pensa te) abbiamo fatto di tutto per trasformare popoli evoluti in barbari tribali: ci sono voluti diversi secoli, ma, finalmente, ci siamo riusciti.

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