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Il cupio dissolvi del PD

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Se Renzi non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Davvero, è incredibile il modo in cui l’intero gruppo dirigente e reggente del PD riesca a farsi mettere in buca da un Segretario dimissionario e sconfitto nelle urne, come a pochi altri è capitato nella storia politica recente.

 

Mentre Mattarella faceva probabilmente finta di cercare una maggioranza di governo impossibile in un Parlamento ingovernabile, con l’intento neanche troppo celato di non tornare a votare in pochi mesi, e mentre il PD rinchiuso in un autistico Aventino discuteva del suo ombelico, tema oscuro anche ai commentatori politici più scafati, Renzi si presenta in TV e dichiara papale papale che l’accordo con i 5 stelle, sul quale Martina aveva fatto timide aperture a Fico e fatto guadagnare altro tempo a Mattarella, non va fatto perché è impensabile che chi ha perso le elezioni vada al governo.

 

Panico, sguardi stupiti e dispersi, e poi il via al fiume di dichiarazioni che al cittadino mediamente o ben informato sono chiare come una tavoletta in lingua sumera; naturalmente nessuno ha il buon senso di dire l’unica cosa sensata, e cioè che Renzi ha ragione sul fatto che il PD deve stare all’opposizione perché ha perso le elezioni, ci mancherebbe altro, e che per lo stesso motivo il Segretario che ha guidato il PD alle più rovinose sconfitte della storia della sinistra, escluso forse il ’48, non può governare neanche di striscio la ricostruzione del partito. Sembra ovvio, ma sembra che le cose ovvie da noi non si possano dire.

 

E così, nell’attesa di sapere cosa il PD vuole fare da grande, se mai sopravviverà al suo cupio dissolvi che sembra essere speculare a quello del paese, ci accingiamo ad assistere al duello  rusticano  fra l’ex Segretario che gioca evidentemente una partita pro domo sua, e una classe dirigente allo sbando, attualmente diretta da Martina, Franceschini e Zingaretti, che sembra aver ereditato da Renzi i peggiori difetti senza alcuno dei suoi pregi, essere autoreferenziale e non capire nulla di politica.

 

Proviamo a ragionare come se fossimo in un paese normale. Renzi sostiene che ha perso referendum ed elezioni perché i cittadini si sono sbagliati, mentre gli attuali reggenti del PD sostengono che è stato in primo luogo Renzi a perdere, sia per ragioni di sostanza che di forma, ossia perché ha sbagliato politica (in misura diversa a seconda di chi lo contesta), e perché ha sbagliato il modo di comunicarla.

 

Tutte queste affermazioni sono vere, ma nessuna di queste singolarmente presa serve a risolvere i due problemi strettamente interconnessi che ha oggi il PD, che sono quello di capire cosa fare di sé stesso e di come regolarsi col problema del governo del paese.

 

Che i cittadini italiani si siano sbagliati mi pare evidente, sia perché alle elezioni hanno votato in massa per dei partiti ridicoli che hanno lisciato il pelo per anni alla loro paura e alla loro ignoranza, sia perché al referendum hanno votato no per mere ragioni ideologiche, in odio al governo e a Renzi, ma nella totale inconsapevolezza del merito dei quesiti sui quali si esprimevano. Del resto i cittadini italiani hanno anche dimostrato di essere parimenti inconsapevoli del fatto che i programmi economici di coloro a cui hanno tributato il 70% del loro consenso non possono avere risultati diversi dal default immediato del paese, e quindi hanno dimostrato di non sapere palesemente quello che stavano facendo.

 

Intendiamoci, personalmente penso che la riforma renziana fosse sbagliata e ridicola, oltre che pensata in funzione di una legge elettorale indecente, ma dubito che più del 5% degli elettori abbia votato no alla luce di queste considerazioni, come pure ritengo che non ci fosse una percentuale maggiore di cittadini che ha votato “sì” per onesta convinzione sulla bontà della riforma proposta, in relazione ad una conoscenza adeguata.

 

Naturalmente se ti suicidi proponendo una riforma bislacca, non una grande riforma, e neppure una riforma decorosa, sapendo di essere profondamente impopolare, in democrazia non puoi dare impunemente la colpa ai cittadini, perché tu ti sei sbagliato quanto e più di loro; contemporaneamente se perdi le elezioni perché la crisi economica ha stremato il paese, e le tue politiche sono state ritenute inadeguate ad affrontarla, ti devi chiedere se potevi fare di meglio, perché la risposta “gli altri avrebbero fatto di peggio”, che è assolutamente vera alla luce delle prove che hanno fornito in passato, non ti assolve in nessun modo. Questa domanda, che è la domanda cruciale, Renzi non se la fa perché neppure la comprende, e i suoi oppositori si limitano ad enunciarla sottovoce senza darle dei contenuti, sostanzialmente perché non sanno cosa dire.

 

Su questa domanda mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché non sono all’altezza del compito, ma il dibattito fra gli economisti suggerisce da tempo diverse possibili alternative a quelle praticate. C’è però un aspetto squisitamente politico sul quale Renzi ha torto e i suoi oppositori hanno ragione: le politiche economiche degli ultimi trentacinque anni, di stretta osservanza liberista, hanno modificato la società in modo strutturale, e la diversa distribuzione del reddito che ne è seguita ha spinto a destra, per protesta e populismo, masse crescenti di elettori di sinistra, senza che ci fosse un adeguato processo di migrazione inversa; tutto ciò ha prosciugato il bacino elettorale della sinistra, ampliato quello già prevalentemente maggioritario della destra, e reso universale la sua visione dell’economia, in uno spettacolare gioco di prestigio dove il liberismo vince sempre e la politica soccombe all’economia.

 

Trovare una risposta a questa domanda, e un’uscita da questo cul de sac, è per la sinistra una condizione di sopravvivenza. Ma lo scioglimento di questo nodo è soprattutto una esigenza della società, per mantenere viva quella dialettica fra destra e sinistra che ha consentito di coniugare sviluppo e diritti, democrazia e libertà, ricambio delle classi dirigenti e funzionamento dell’ascensore sociale. Se ciò non sarà dovremo immaginare un mondo nuovo e imparare a viverci dentro, tenendo presente che una politica troppo appiattita al centro, senza significativi cambiamenti della visione economica, tende a diventare una mera lotta per il potere che rende autoreferenziali le classi dirigenti e irrilevante il voto dei cittadini. In ogni caso, se il PD, o chi per esso, non risolve questo problema, la sinistra smette di avere una ragione d’esistere.

 

Sul secondo punto, che è quello del governo, ha ragione Renzi e hanno torto gli altri. Gli italiani hanno votato per politiche diverse e opposte da quelle del PD, almeno loro credono, e non avrebbe alcuna logica che oggi fosse il PD a realizzarle con la destra, per una mera questione di senso e valore della democrazia.  Se non ne sono capaci non è un problema del PD, e non c’è alcun senso nel senso di responsabilità istituzionale che in tanti invocano per dare un governo al paese. Fuor di metafora un governo a 5 stelle sostenuto dal PD sarebbe solo una riedizione postribolare del Governo Monti, sul quale il PD si è stupidamente immolato e ha aperto la strada a Grillo prima e a Renzi poi. Se Martina & friends non capiscono questa cosa, anche solo per ragioni di sopravvivenza, che sono le meno importanti, è meglio che cambino mestiere ancor prima di Renzi.

 

Naturalmente Mattarella, che ha il privilegio di stare nell’unica posizione di comodo rimasta nella politica italiana, ha in mente, fin dall’inizio io credo, un percorso diverso, che è quello di un governo del presidente che faccia un po’ di riforme e prosegua il lento risanamento dell’economia, sperando di accompagnare il paese in una fase nuova e meno ferocemente conflittuale. Non è un’ipotesi insensata, e a rigore un programma che sacrifichi tutti quelli fino ad ora sperimentati o proposti potrebbe essere persino un buon programma, ma non vedo da nessuna parte leader all’altezza di un compito del genere.  Se questo ipotetico progetto fallirà, credo che saranno inevitabili nuove elezioni che forse consegneranno il paese in modo compiuto al centro destra a trazione salviniano. Quello che dovrà fare la sinistra in quel caso, che si chiami PD o in altro modo, sarà stare all’opposizione e aspettare che la destra si vada a schiantare a spese del paese, aprendo probabilmente una prospettiva di tipo greco, e raccogliere i cocci alla fine. Se poi fosse anche una sinistra intelligente dovrebbe ricreare un rapporto con una base sociale che ha tradizionalmente sempre avuto, cercando di creare il germe di una politica non populista. Ma questa mi pare fantascienza.

 

 

 

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Alba

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