la società

Europa; che fare?

 

Ciò che è accaduto negli ultimi tempi, dal Referendum nel Regno Unito sino ad oggi, ha riportato al centro della discussione quotidiana il problema di un Europa, un tempo culla di civiltà, fucina di idee e propulsore commerciale del mondo, che vive un momento di totale disorientamento e sembra incapace, dopo aver proposto al mondo un modello ambizioso (l’unione di culture e lingue assai diverse tra loro) di realizzare quella prospettiva così fortemente voluta nell’ultimo dopoguerra.  Europa; che fare?

L’idea di costruire una comunità composta da Stati così diversi tra loro, e con una tradizione di litigiosità così marcata da aver caratterizzato quasi tutto il secondo millennio, sembrava essere l’unica che potesse assicurare pace e prosperità ad un continente ricchissimo di valori umani, culturali e materiali, ma incapace sino ad allora di valorizzarli, se non nell’esasperazione delle divisioni tra i vari Stati. La pazienza e la pervicacia di uomini intelligenti e animati da incrollabili valori, unita ad un’opinione pubblica ansiosa di avere nuove prospettive per il futuro (dopo aver vissuto in sequenza due disastrose guerre mondiali), hanno fatto da volano per un processo che è proseguito sull’onda dell’entusiasmo, sino alla fine del secolo scorso.       Europa; che fare?

I motivi che per diffusa convinzione stanno portando oggi a vedere profonde crepe e possibili rischi di dissolvimento della Comunità sembrano essere ormai riconducibili a due: l’introduzione di una moneta unica senza aver prima prevista un’unificazione politica e fiscale, nonché l’allargamento a Paesi dell’ex blocco sovietico, i quali sicuramente non erano animati dalle corrette motivazioni. Esiste probabilmente un terzo fattore, l’immigrazione di massa dal nord Africa, ma i problemi che ne susseguono sono strettamente connessi al primo.

 

L’idea che l’economia e la finanza fossero il motore principale del mondo è figlia di quella tragica congiunzione astrale che ha visto contemporaneamente al governo di due tra i più importanti Paesi al mondo (Regno Unito e USA) i più accaniti sostenitori all’epoca del liberismo tout court, Margareth Tatcher e Ronald Reagan. La loro stagione politica, durata peraltro assai a lungo (avendo coperto pressochè integralmente gli anni ottanta), ha convinto anche i loro successori a proseguire nella stessa direzione creando una sorta di corrente principale nella quale sono stati travolti anche buona parte dei paesi europei. La crescita economica in aree lontane del mondo e l’esplosione della Cina, in un momento di ricchezza diffusa in larghe aree del continente europeo, ha fatto pensare che fosse prioritaria la definizione di una stabilità finanziaria che solo la moneta unica poteva assicurare, e questo è ciò che si è fatto.                Europa; che fare?

Fin dall’inizio è stato chiaro, però, che la messa a fattore comune di realtà così variegate avrebbe necessitato un riequilibrio tra i paesi più ricchi e quelli più deboli economicamente, e questi ultimi, buona parte dei quali avevano vissuto per decenni al di sopra delle loro possibilità, avrebbero dovuto mettere velocemente mano a tutta una serie di riforme strutturali atte ad eliminare tutti quei comportamenti che avevano, nel tempo, fatto lievitare enormemente i rispettivi debiti pubblici. Ma ciò non è accaduto, o è accaduto in misura non sufficiente.

 

Oggi sappiamo che questa è stata una manovra azzardata, sicuramente debole nella costruzione e fragile nella sua stabilità, e se anche ai più sembra improbabile tornare alle varie monete nazionali, è ormai chiaro a tutti che si debba trovare il modo di ridare dignità in molti stati europei a larghe fasce di popolazione  che stanno pesantemente pagando l’incapacità dei governi a capire che i bassi tassi di interesse non dovevano servire a finanziare con maggiore facilità sprechi e corruzione, ma a ridurre la montagna di debito pubblico che gravava e grava tuttora su alcuni dei paesi nel sud dell’Europa.       Europa; che fare?

Non meno importante è stato l’errore di aver accolto nella Comunità paesi come Ungheria, Polonia e Croazia, da sempre caratterizzati da forti movimenti nazionalisti, esplosi con virulenza dopo la caduta del muro di Berlino ed il dissolvimento di confederazioni come quelle sovietica e jugoslava avvenute in modo spesso traumatico. L’aver consentito che paesi così poco animati da spirito comunitario entrassero a fare parte di una realtà non ancora amalgamata a dovere, ma ancora animata da divisioni profonde sul da farsi, ha aggiunto elementi di debolezza che sono stati determinanti, sia nel non riuscire a trovare una modalità comune per affrontare l’immigrazione di massa, sia anche, e lo si è visto con grande chiarezza nella recentissima crisi turca, nel prendere una posizione chiara in una situazione che crea un grandissimo problema a sud est del continente europeo.       Europa; che fare?

 

Passato il referendum nel Regno Unito, sono stato tra quelli che ha letto il risultato, tutto sommato in modo non così negativo come era potuto sembrare all’inizio, in quanto l’atteggiamento tutt’altro che risoluto di coloro che avrebbero dovuto stappare bottiglie di Champagne in seguito alla vittoria, aveva dato il segno di quanto queste spinte centrifughe nascondano una grandissima fragilità; per questo ritenevo che la situazione creatasi a Londra avrebbe calmato gli animi dei numerosi scissionisti in giro per l’Europa (cosa che, in effetti, è accaduta). La crisi turca e la manifesta incapacità dell’Unione Europea di prendere una posizione netta e chiara, unita ad un crescente potere nelle mani di Erdogan in Turchia, porterà probabilmente ad un acuirsi delle difficoltà di relazione e a possibili ripercussioni sul flusso migratorio verso nord.         Europa; che fare?

A complicare il tutto ci sono all’orizzonte importanti appuntamenti elettorali (gli Stati Uniti a Novembre, Germania e Francia nel 2017), oltre al Referendum in Italia in seguito al quale potremmo, anche noi, dover affrontare le elezioni anticipate nel 2017. A prescindere dal fatto che l’approssimarsi di elezioni determina sempre una debolezza delle leadership nell’affrontare con determinazione fatti contingenti di così grande impatto come quelli attuali, a pesare sul futuro ci sono anche i possibili esiti di alcune di queste elezioni, perché se è vero che Donald Trump non sembra, al momento, avere molte chance di vittoria in un confronto con Hillary Clinton, è pur vero che due euroscettici come la Le Pen e Grillo rischiano seriamente di riuscire nell’impresa di portare al governo dei rispettivi Paesi due Movimenti che sicuramente non aiuteranno nella costruzione di una politica europea coesa e forte.        Europa; che fare?

L’unica possibilità di evitare che i vari nazionalismi prevalgano è data dal mettere mano velocemente alla composizione degli enormi disequilibri presenti sul continente, sia per quanto riguarda la povertà diffusa che coinvolge fasce sempre più ampie di cittadini, sia per i possibili effetti, non solo della mancata integrazione dei nuovi profughi che quotidianamente arrivano, ma anche dell’emarginazione di quelli che ormai si sono stabiliti nelle nostre città da molto tempo e consentono, con il loro lavoro, di alimentare le entrate fiscali e contributive dei vari Stati; trattandosi in gran parte di popolazione di religione musulmana, negare loro dignità può significare abbandonarle alla mercè di un estremismo la cui virulenza, credo, sia solo all’inizio.      Europa; che fare?

 

Siamo sul crinale che separa una nuova fase nella quale l’Europa può consolidare il suo ruolo e superare le difficoltà attuali, dal suo possibile dissolvimento con la creazione di macro aree omogenee definite da un doppio regime di moneta, con l’innalzamento di barriere doganali per la protezione dei confini. Avremmo bisogno adesso, come non mai prima, che figure come Adenauer, Churchill, Spinelli e Schuman si materializzassero nella massa di opachi burocrati che affollano i dorati palazzi di Bruxelles e Strasburgo per dare di nuovo un senso, indicare una strada da percorrere, e ricreare quel comune sentire che portò alla firma del Trattato di Roma nel 1957; ma forse le grandi figure nascono solamente in periodi di grandi difficoltà e probabilmente noi, adesso, non stiamo vivendo che l’inizio di una nuova era di cambiamenti profondi, perché di personaggi simili, all’orizzonte, non ne vedo.

Europa; che fare?

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La sala da pranzo del Palazzo Stoclet a Bruxelles
 con il gruppo di fregi disegnati da Gustav Klimt

 

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I cartoni orginali di Klimt per il Palazzo Stoclet di Bruxelles
       al Museum für angewandte Kunst (MAK) di Vienna
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5 comments

  1. Tigra 22 luglio, 2016 at 12:00

    Faccio una domanda, ma non ho la risposta.
    Condivido l’idea che gli squilibri di oggi vadano almeno levigati per renderli meno diseguali, la ritengo anzi una condizione necessaria, ma mi chiedo se sarà una condizione sufficiente, e onestamente fatico a dirmi di si.
    Le differenze economiche, di sviluppo e di organizzazione rendono faticoso e probabilmente impossibile il processo di integrazione europea, ma ci sono anche le differenze politiche , e queste a volte hanno effetti ancor più deleteri e meno governabili.
    Tu dici, e lo condivido, che è stato un errore l’allargamento in massa ai paesi dell’est, ma questo è un errore sanabile?
    E’ pensabile un’Europa con paesi che hanno un basso tasso di democrazia e nessun interesse ad una vera integrazione?
    E’ pensabile un’Europa dove la Germania interpreta il suo ruolo con autorità ma senza autorevolezza?
    Che Europa sarebbe quella da cui se ne vanno gli inglesi, ma restano polacchi e ungheresi, tanto per non far nomi?
    Ho la sensazione che il crinale sul quale hai indicato, sul quale evidentemente ci troviamo, stia smottando dalla parte sbagliata, per molte ragioni, ma sopratutto perchè la Merkell non è Adenauer.

  2. Genesis 20 luglio, 2016 at 17:58

    L’Europa non è mai stata coesa dal disfacimento dell’impero romano; sono quindi 1600 anni di conflitti interni ad un territorio che è stato la “culla della civiltà”…come a dire che le centinaia di guerre e le migliaia di tonnellate di sangue versato, potessero già farci capire che i vari stati, dopo l’atroce seconda guerra mondiale, potevano convivere, ma non comunque diventare fratelli. Perchè, quindi, abbiamo percorso la strada di un’unione che già storicamente sarebbe partita zoppa? Per una pace che zittisse le armi, ma non l’arma dell’economia?
    …Culla della Civiltà, poi, che portò Stati a governare altri Stati. Una Germania che perse due guerre mondiali, si annette mezzo stato ex URSS ed in poco tempo diviene nuovamente quella che detta legge nel mondo. Germania cui si scontarono i debiti di guerra?
    C’è qualcosa che puzza in tutta questa storia. Gli inglesi, gli scissionisti, se ne vogliono andare, perchè hanno capito che un’unione fatta in questo modo funziona poco. Hanno ancora di che guadagnare (come i francesi ed i tedeschi) delle colonie in giro per il mondo…cosa interessa loro, nazionalisti per dna, essere assoggettati ad un volere filo teutonico! Hanno ragione? Hanno torto?…solo la storia ce ne darà ragione.

    Un fatto è certo, a mio modo di vedere. Si è creata la Comunità Europea e, costruita a fatica, sarebbe un assurdo allucinante vederla dissolversi. Perchè non si dissolva, la CE, deve riprogrammare le sue scelte: far si che ogni stato membro fosse uguale all’altro. Lo scrivi anche tu, Ludi: è matematicamente illogico creare una moneta comune, ma avere una fiscalità variabile da un estremo all’altro negli stati che la compongono. Se si riuscisse a livellare questo, si partirebbe di certo per un altro percorso, ben meglio definito e lineare per tutti…

    • M.Ludi 20 luglio, 2016 at 20:46

      Entrare nella definizione di chi e quando abbia definito l’Europa con un qualche margine di approssimazione apprezzabile è esercizio non facile che la storiografia più diffusa risolve con la riunione sotto Carlo Magno del Sacro Romano Impero giacchè prima, oltre ad una figura mitologica, Europa soleva identificare delle terre non ben delimitate a nord del Mediterraneo. Per non entrare nella diatriba ho scritto che le divisioni hanno contraddistinto quasi tutto il secondo millennio, non volendo con questo escludere che di Europa non si fosse parlato prima ma è solo nel secondo millennio (per gran parte di esso, in verità, pur intervallato da periodi di pace) che queste divisioni si sono manifestate come tratto distintivo di quei nazionalismi che hanno avuto il loro apice nelle due guerre mondiali.

  3. Por Quemada 20 luglio, 2016 at 16:59

    Tu ti chedi dove sono oggi Churchill e Adenauer, non ti viene in mente che possa essere anche colpa loro se oggi siamo in questa situazione?
    Non credi che l’errore sia stato voler metter assieme per forza popoli che parlano lingue diverse, che hanno culture diverse e che sono sempre stati nemici?
    Abbiamo cercato di mischiare l’acqua con l’olio, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: nessuno, a parte i tedeschi, ci ha veramente guadagnato, meglio fare qualche passo indietro prima che sia troppo tardi.

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