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Il governo per Conte terzi

Fa un certo effetto vedere i costituzionalisti da tastiera che pochi giorni fa chiedevano la messa in stato d’accusa di Mattarella assistere silenti al successo della rilanciata trattativa fra Di Maio e Salvini per dar vita al “governo del cambiamento”, o come accidente si chiama, senza Paolo Savona al ministero dell’economia.

Al tempo stesso mi piacerebbe sapere cosa pensa il popolo sovrano, che negli stessi giorni sbraitava in tutti i social conosciuti sul tradimento della volontà popolare, di fronte allo spettacolo curioso nel quale l’uomo con la pistola, Di Maio, preso per i fondelli per tre mesi dall’uomo col fucile, Salvini, viene folgorato da un barlume d’intelligenza, o semplicemente dal risveglio dell’istinto di sopravvivenza, e mette il cerino acceso nelle mani di quello più grosso, più furbo e più cattivo per vedere se si brucia: anche in questo caso l’istinto di sopravvivenza ha prevalso, inducendo l’uomo col fucile a far due conti e a realizzare finalmente la volontà popolare.

 

Poiché considero gli analfabeti da tastiera e il popolo italiano in senso lato degli analfabeti funzionali, voglio dire con estrema chiarezza che stanno tutti dimostrando di essere e di essere stati ridicoli, perché la settimana scorsa non si è tradita la volontà del popolo italiano, e non si è violata in alcun modo la costituzione: Mattarella aveva dato l’incarico all’uomo indicato dalla maggioranza che si era legittimamente formata dopo il voto, per quanto discutibile e con un programma economicamente insostenibile, e ha poi respinto la nomina di un ministro, come molte volte è successo in passato, per ragioni che, condivisibili o meno, rientravano comunque nella sua discrezionalità. Nulla impediva ai due partiti che avevano firmato il “contratto di governo” di indicare un nome diverso  fra i molti a loro disposizione e ottenere rapidamente la maggioranza in Parlamento, come in effetti è successo pochi giorni dopo.

 

Visto che Mattarella non c’entra nulla con il preliminare fallimento del figurante Giuseppe Conte, bisognerà anche dire con chiarezza quello che in fondo tutte le persone normali sanno: mentre Di Maio avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di governare, Salvini non ne aveva nessuna voglia dalla sera del 4 marzo, quando si è accorto di aver mancato per un pelo quel successo pieno che era alla sua portata, e che ora lo è ancora di più. Come se ciò non bastasse Salvini sa benissimo che chi governa oggi rischia di fare un bagno di sangue e di essere cacciato coi forconi, soprattutto dopo aver messo assieme la scarpa della flat tax con la ciabatta del reddito di cittadinanza, perché al di la delle sbruffonate da campagna elettorale il leader della Lega non ignora che se provi ad attuare in Italia un programma che costa dieci punti di PIL ti apri le strade del default al primo rinnovo dei titoli di stato in scadenza, e sa anche che la galassia pentastellata, largamente più corposa di quella della Lega, non è per niente controllabile come lo sarebbe un centro destra con il suo partito oltre il 25%. In ogni caso la commedia del governo, che ad un certo punto è diventata una farsa, si è infine conclusa felicemente, e la maggioranza giallo-verde si appresta a muovere i suoi primi passi, così come vuole il popolo italiano, senza che ci siano stati sfregi sulla Costituzione.

Dico questo pur avendo dissentito dalla scelta operata da Mattarella di stoppare Paolo Savona; credo che il Presidente si sia attaccato all’ultimo appiglio disponibile per depotenziare la forza eversiva del futuro governo, probabilmente quello più irridente e provocatorio, ma onestamente ce n’erano di ben più gravi dell’economista sardo per indurlo ad esercitare i suoi poteri: la forma e la sostanza della trattativa condotta, la scelta di un premier fittizio e i meccanismi di controllo previsti dalla maggioranza sull’operato del futuro esecutivo sono tutti aspetti ben più gravi della pretesa prevaricazione costituzionale operata da Mattarella.

 

Io credo che nella sostanza il Presidente non sia stato abbastanza democristiano, e non abbia avuto il cinismo necessario per consentire la nascita senza condizioni di un governo politicamente debole, destinato a schiantarsi contro un muro per la follia del suo programma, per l’irrealizzabilità delle sue promesse e per la reciproca estraneità sociale e culturale dei due partiti che finalmente lo sostengono, portatori di interessi largamente inconciliabili; credo che Mattarella abbia  considerato intollerabili gli effetti che questo esperimento avrebbe avuto sul paese, ma non ha considerato i disastri ancora maggiori che i partiti della destra populista potranno combinare se e quando avranno una maggioranza più salda e più sbilanciata sulla Lega, come tutto lascia credere sarebbe accaduto se si fossero rifatte le elezioni fra pochi mesi senza prima misurarli col peso del governo.

 

 

 

Se poi vogliamo proprio parlare di comportamenti eversivi, ci basta guardare nel campo della destra populista, che interpreta le elezioni come un’esibizione muscolare dove chi vince prende tutto, senza immaginare che ogni potere trae la sua legittimazione dal suo limite, e dai sistemi di bilanciamento che gli impediscono di travalicarlo, perché nessun potere può essere assoluto se si vuole una civile convivenza; se poi si vuole addirittura la democrazia, si deve anche sapere che la sovranità, che appartiene al popolo, si esercita nei limiti fissati della legge, e che nessun risultato elettorale può legittimare lo scardinamento della Costituzione e dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico. Vedremo cosa succederà quando l’attuazione del programma di governo, affidata ad una compagine ministeriale che appare per molti aspetti imbarazzante,  andrà ad impattare sugli articoli della Costituzione che regolano il bilancio dello stato, giusti o sbagliati che siano i vincoli oggi esistenti.

 

E tuttavia, al di la dei tatticismi che oggi si esauriscono col giuramento del governo, credo che in questa vicenda ci sia una sostanza politica che non riguarda la nuova maggioranza, che dovrà dimostrare coi fatti di essere migliore di chi l’ha preceduta, ma riguarda la sgangherata opposizione che ha immeritatamente evitato la paglia più corta, perché credo che se avesse dovuto affrontare le elezioni con l’onda del “tradimento della volontà popolare” sul naso, sarebbe andata incontro ad una sconfitta tale da far sembrare il 4 marzo una felice scampagnata.

 

Oggi il PD non è neppure più un partito, ma solo un’organizzazione screditata e acefala che alla società italiana parla di sé stesso, come se agli elettori di sinistra potesse ormai interessare se comanda Renzi, Martina o qualcun altro fra gli  sconfitti delle ultime elezioni. A me pare chiaro che una classe dirigente che viene ripetutamente e pesantemente battuta si deve mettere in seconda fila, e lasciare il posto a qualcuno capace di dare un segnale di discontinuità Succede in tutte le democrazie del mondo, ma oggi nella sinistra italiana non si vede neppure più qualcuno che abbia l’ambizione e la credibilità per metterci la faccia e provare a parlare ad un paese che l’ha bocciata senza appello, votando per altri o rifugiandosi nell’astensione. Se i vecchi leader non vanno bene, e i nuovi ancora non esistono, affrontare alle elezioni una destra con il vento in poppa sarebbe stata una follia priva di qualunque lucidità e di ogni possibile speranza.

 

Un processo difficile come la costruzione di una nuova classe dirigente non può decollare finché la vecchia ingombra la scena, e se questo basilare concetto non viene compreso la sinistra in Italia semplicemente sparirà e, cosa ben più grave, con essa sparirà quella essenziale componente della democrazia che si chiama opposizione. Se oggi non c’è nessuno che sia meglio di Gentiloni, di Calenda e di Zingaretti, si parta pure da quei nomi, ma comunque si parta subito, e magari altri emergeranno, perché il silenzio del PD in questi tre mesi, unito alle molte parole pronunciate a vanvera, è stato una sconfitta peggiore di quella elettorale. Il PD deve anche trovare i luoghi in cui parlare al paese, perché è evidente che le televisioni e i giornali non sono più sufficienti per costruire il consenso: gli odierni vincitori sono penetrati nella società civile battendo tutte le piazze del paese prima di fare notizia sui media, e se la sinistra vuole recuperare il tempo e lo spazio perduti lo deve essere consapevole della sua scomparsa dal territorio, dove in passato costruiva e raccoglieva i suoi successi. Forse anche questo spiega, sia pure in piccola parte, la sconfitta subita.

 

L’altra cosa che il PD deve fare, è trovare le parole e le idee per parlare agli elettori, perché se finisci sotto il 20%, perdendo i tuoi tradizionali bacini elettorali non puoi dare la colpa a D’Alema o a Bersani, che sono riusciti ad autorottamarsi e a realizzare finalmente il sogno di Renzi, o al populismo dilagante che non sei stato capace di prevenire e combattere, perché bisogna saperlo che il populismo è sempre un problema, che lo è a maggior ragione nei momenti di crisi, e che su quel terreno la destra è imbattibile.

 

Oggi la destra avrà il problema di affrontare i mercati che vogliono insegnare a votare agli italiani, ed è un problema reale perché l’Italia è così economicamente debole e scandalosamente indebitata che rischia di dover imparare la lezione fra lacrime e sangue, qualunque cosa ne pensino Salvini, Di Maio e Savona;  schierarsi semplicemente dalla parte dei mercati e aspettare che gli italiani imparino a votare non mi pare esattamente una scelta di sinistra, e in ogni caso non mi pare una grande ambizione quella di ereditare un paese piegato e impoverito in modo drammatico. Se la sinistra vuole trovare una ragione per vivere e gli strumenti per riuscirci deve imparare a fare un’opposizione di alto profilo, risolvere alcuni problemi che la destra non potrà mai risolvere, perchè sono dei paradossi troppo complessi per qualunque partito populista. Proviamo a immaginarli in ordine sparso.

 

Le politiche di rigore finanziario estremo attuate dall’Europa sono sbagliate, e in ogni caso non hanno prodotto effetti positivi; del resto, in situazioni di crisi gravi o drammatiche come quella odierna non li producono praticamente mai. Non sono neppure nell’interesse della Germania, alla quale un’Europa che esce dalla crisi servirebbe anche di più che a noi, ma disgraziatamente i tedeschi sono dei giganti economici e dei nani politici, per cui si immaginano di competere in futuro con americani  e cinesi pur essendo quattro gatti; per colmo di disgrazia sono anche interessati al rigore estremo, degli altri, perché sanno bene che se lo allentassero rafforzerebbero i populisti di casa loro, che già prendono valanghe di voti senza alcun sensato motivo. Naturalmente bisogna ricordare che nel mondo iperliberista anche i tedeschi devono fare i conti con dinamiche che non dipendono da loro, ma questa è una disgrazia che riguarda tutti, e che onestamente non gli possiamo imputare, anche perché diversamente da noi si sono attrezzati per sterilizzare entro i propri confini  gli effetti più draconiani che derivano da questa condizione.

 

Purtroppo, qualunque cosa ne pensi il nuovo governo, uscire dall’euro  è una soluzione economicamente e socialmente rovinosa, e minacciare di farlo è un’arma spuntata, perché i mercati non hanno paura di noi e non smettono di insegnarci a votare solo perché affermiamo orgogliosi che il popolo italiano guidato da Salvini e Di Maio (pardon, da Conte) non li teme: se non li teme, imparerà a temerli, e non avremo guadagnato gran che, salvo un paese a pezzi, perchè l’uscita dall’Euro segnerà immediatamente la morte politica dei partiti che lo avranno realizzato. Fuor di metafora, io credo che la sinistra se vorrà vivere all’opposizione, anche per il bene del paese, dovrà essere compiutamente europeista, perché non c’è vita fuori dall’Europa, ma dovrà fare due cose che nella legislatura in cui ha governato non ha fatto: porre seriamente il problema di una governance politica e non solo economica dell’Europa, perché quella di oggi è acefala e senza prospettive, e immaginare per la politica interna una forma di rigore diverso da quello lineare e non selettivo finora praticato.

 

Nella passata legislatura il debito pubblico è aumentato, ma questo non ha consentito di toccare due parametri fondamentali, che sono il costo del lavoro troppo alto e la qualità non selettiva della spesa pubblica, sia per il personale che per gli investimenti. Da queste due voci dipende quasi tutto: l’efficienza della pubblica amministrazione, la possibilità di sburocratizzare il paese e di consentire gli investimenti, la prospettiva di far rinascere la grande impresa, la possibilità di far ripartire una scuola e una formazione di qualità che assieme all’industria consentano lo sviluppo. Su una cosa le destra hanno ragione: esiste un gigantesco problema di distribuzione del reddito, che è tanto più grave nei paesi che si sono colpevolmente indebitati come il nostro, ma non ha senso immaginare che la ricerca delle possibili soluzioni all’interno dell’Unione Europea debba dividersi fra il rigore di chi immagina un’Europa senza politica, dove l’interesse nazionale viene prima di quello comunitario, e il populismo sovranista che disgrega l’Unione in un modo infinitamente più radicale del rigore teutonico. Se non sarà la sinistra a risolvere questo problema, non lo risolverà nessuno, l’Europa finirà in ogni caso, e dopo ci sarà solo il declino, per noi come per la Germania e per la Grecia.

 

Aver lasciato questo problema aperto non è una responsabilità della destra, ma è una colpa della sinistra della terza via, che stenta a farsi da parte dopo aver fallito, producendo ovunque risultati sbagliati come la Brexit, l’elezione di Trump e, nel nostro piccolo, il trionfo di Lega e 5 Stelle. Fa impressione vedere un paese nel quale la rabbia per gli errori della sinistra si traduce nell’esaltazione di Salvini e Di Maio, novelli ministri dell’interno e del lavoro, che vuoto per pieno è come mettere un gatto nella gabbia dei canarini, mentre l’aulico e improbabile Conte in conto terzi si appresta a finanziare la flat tax con l’aumento dell’IVA, che è sostanzialmente una scemenza matematica e politica: certo, il popolo è sovrano, ed è giusto che sia così, ma la sovranità non è sinonimo di saggezza, e siccome noi siamo evidentemente più diversamente saggi di altri ci tocca in sorte di sperimentare per primi i populisti al potere in questa fase storica in un grande paese dell’occidente, non in una Ungheria qualunque. Vedremo quanta paura faranno Conte, Di Maio & Salvini, non dico a Frau Merkel, ma ai fantomatici mercati, che sono poi quelli che spostano il denaro su scala planetaria e alla velocità della luce, qualunque cosa ne pensi Bruxelles. Auguri a tutti quelli che stanno brindando, e arrivederci prossimamente su questi schermi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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