Se la piantassimo di insegnare che il conte Leopardi è uno sfigato senza speranza e ammettessimo finalmente che si tratta di un albero fra i più vitali presenti nel giardino del pensiero occidentale, avremmo realizzato due cose buone.
Intanto, avremmo reso giustizia al poeta, alla sua poesia e all’arte in generale, in secondo luogo, avremmo consegnato ai giovani un pensatore – il più grande intellettuale italiano venuto dopo Dante – effettivamente rivoluzionario.

Leopardi aveva compreso con una lucidità sovrumana (e lo aveva espresso con una lingua acutissima quanto incredibilmente bella) la vecchiezza dell’Occidente e del nostro paese in particolare. Aveva intuito con tratti visionari il destino della tecnica e della civiltà occidentale, oltre la stagione moderna, e aveva dedicato alla condizione umana universale un pensiero affilatissimo.
Il conte Giacomo aveva inoltre elaborato, in prosa e in versi, gli strumenti al fine di far emergere la forza vitale presente in ogni uomo, la forza della illusioni, capace di contrastare quell’eccesso di “sapere” che diviene (si veda all’opera sul carattere degli italiani) cinismo opportunistico, appartenenze di convenienza, piccineria individualistica, bigotterie etc. etc.

Il coraggio di Leopardi, la forza creativa di un genio che ha saputo vedere il fiore della ginestra nel deserto (fuor di metafora, ha saputo vedere la bellezza della vita davanti alla morte), come può conciliarsi con l’idea di un uomo malinconico e piegato su se stesso?

Leopardi sarebbe un pessimista perché questo genio della letteratura universale, sulla scorta del’’atomismo antico e dell’epicureismo, oltre che di una lettura sublime di Schopenauer – per tacere delle fonti sconfinate che avevano arricchito l’immenso laboratorio leopardiano -, aveva dedotto l’esistenza di un Dio del male? Perché aveva visto nella natura una realtà indifferente ai destini degli uomini? Perché aveva individuato in maniera fermissima l’inevitabile infelicità di un essere umano che pure desidera come nessun altro ente la felicità? Basta un gesto filosofico che rinuncia ad ogni convenienza, non si sottrae “all’apparir del vero“, e si rifiuta di accettare facili consolazioni, affinché si parli di un Leopardi “pessimista”?

Il destino tragico della biografia di Leopardi (dell’uomo e del pensatore) non devono in alcun modo essere connesse alla sua opera e meno che mai – come purtroppo vigliaccamente si è sostenuto – alla sua salute cagionevole e alla sua timidezza, ma all’inadeguatezza delle classi intellettuali e politiche di intendere la forza di un pensiero straordinario (ancora inascoltato) e di una poesia eterna.

Ci si ricorda degli “occhi ridenti e fuggitivi” di Silvia, forse anche della “donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sol”, più a fatica degli eterni interrogativi che sorgono nel dialogo fra la luna e “il pastore errante nell’Asia“. È però ancora quasi del tutto misconosciuto il fatto che I canti, e cioè i versi di colui che ha scritto nell’Infinito, “io nel pensier mi fingo”, sono soltanto un piccolo frammento di un’opera (si pensi allo Zibaldone) che, se fosse stata divisa in lavori tematici, e se Leopardi fosse nato in Germania, in Francia, in Inghilterra o in America, piuttosto che a Recanati, oggi apparirebbe fra le più cristalline, importanti e discusse fra le prospettive filosofiche di tutti i tempi.
Se ricordo ciò che raccontava di Leopardi il mio insegnante delle superiori, mi viene voglia di dare ragione a O. Wilde quando costui affermava che “se uno è passato da tutte le scuole, di ogni ordine e grado e non è diventato completamente scemo, allora vuol dire che è un genio“!

 

 

 

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