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La corsa all’oro nel “Klondike” virtuale

La nuova corsa all’oro nel Klondike virtuale

L’esplosione della moneta virtuale, a partire dal Bitcoin, ha portato ad una sorta di frenesia di acquisto collettiva nella quale si riscontrano tutti i tratti distintivi tipici delle situazioni di crisi economica: c’è chi vede nella moneta virtuale un mezzo per far crollare quel sistema che lo ha emarginato e oppresso, chi invece ha individuato un modo veloce per arricchirsi e uscire da ogni preoccupazione economica, presente e futura. Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da preoccupare le autorità di vari paesi, già allertate da tempo dall’utilizzo di queste monete nelle transazioni economiche della criminalità organizzata.

Non si conoscono esattamente le dimensioni di quella comunità facente parte del cosiddetto Deep Web, ma si ipotizza ragionevolmente che ciò che noi riusciamo a vedere attraverso i consueti motori di ricerca sia solamente la punta di un iceberg costituito prevalentemente da chi accede alla rete per motivi illeciti; ed in quel mondo, fatto di traffico di droga, di armi, di organi, pedo pornografia e di molto altro, le transazioni monetarie avvengono ormai esclusivamente mediante utilizzo di moneta virtuale.

Sarebbe però assai riduttivo trattare l’argomento solo su questo piano, perché si è aperta una porta oltre la quale il percorso non è noto, ma si intravedono numerosi possibili traguardi utili per la soluzione di molti problemi, tra i quali il più importante è quello della sicurezza informatica, sulla quale molto c’è ancora da fare, e da fare in fretta, visto che ormai buona parte delle informazioni e delle transazioni monetarie viaggiano in rete.

Nel frattempo le valute virtuali crescono come funghi e ad oggi se ne contano a centinaia, molte delle quali figlie di una sperimentazione che, partita dal sistema della blockchain, ne esplora le possibili evoluzioni ed implementazioni. E mentre la ricerca prosegue, molti semplicemente tentano di arricchirsi convertendo i loro risparmi, o anche  indebitandosi, per salire sul treno in corsa, sperando in un percorso inarrestabile di crescita  del loro investimento.

 

 

È indubbio che dalla sua nascita ad oggi, per chi ha saputo comprendere in tempo ciò che stava accadendo, si siano aperte praterie nelle quali mietere a man bassa ed accumulare ricchezza, ma è e sarà così per tutti? E per quanto ancora? In realtà nessuno conosce esattamente le potenzialità di sviluppo del fenomeno, e quando leggo che il Bitcoin potrebbe arrivare ad una quotazione di 100.000 dollari Usa e anche oltre, mi domando: ma su quali basi vengono fatte queste valutazioni? Ed è questa la domanda che tutti dovrebbero porsi prima di alimentare quella che, al momento, assomiglia solo ad una classica bolla speculativa probabilmente destinata prima o poi a scoppiare. Intendiamoci, non sono dell’idea che tutto questo sia un gigantesco bluff, ma non sarebbe male, prima di impegnare denaro oltre certi limiti, individuare i principali problemi delle monete virtuali e cercare qualche possibile soluzione. Senza la pretesa di esaurirle, queste mi sembrano le domande principali da porsi.

  • Quale atteggiamento e quali contromisure potranno assumere gli Stati e le autorità monetarie?
  • Quale effettivo utilizzo commerciale si riuscirà ad avere delle monete virtuali?
  • Come si può misurare il valore di una moneta virtuale?

 

Sul primo punto c’è da rilevare il fatto che la paura di un crollo del sistema economico tradizionale indotto dall’espansione del circolante in moneta virtuale possa portare a delle limitazioni della libertà di accesso alla rete che in parte sono già in atto, e non solo in quei paesi ove la democrazia è ancora un progetto in itinere,  lontano dalla sua completa realizzazione (come la Cina), ma anche in altri ove la contaminazione tra economia sommersa e ufficiale preoccupa non poco. Le contromisure però non sono di facile individuazione perché la libertà che il web ha consentito, anche in altri campi dell’attività umana, come la ricerca scientifica o la semplice circolazione di idee, è oggi difficilmente comprimibile, ma non vi è dubbio sul fatto che l’aumento esponenziale di un fenomeno apparentemente incontrollabile apra scenari pericolosi, e credo sia ben chiaro a tutti che se la circolazione della ricchezza, sotto ogni forma essa avvenga, non è soggetta a regolamentazione e verifica, il concetto di legalità diviene poco più che una flebile aspirazione. La blockchain (l’algoritmo che è alla base del bitcoin) è stato studiato in modo tale da avere la massima sicurezza, tant’è che si pensa di utilizzarlo anche per altre applicazioni (transazioni bancarie, persino esercizio di voto), ma sfugge a qualsiasi superiore controllo; come la mettiamo con la gestione del nero? I Bitcoin viaggiano alla velocità della luce in transazioni da un capo all’altro del globo senza che nessuno possa controllare chi compra e chi vende che cosa.

Il secondo punto è strettamente legato al primo, anche se con sfumature diverse, dipendenti dalle singole legislazioni dei vari Stati. Apparentemente le valute virtuali sono lo strumento di massima realizzazione della globalizzazione e, di pari passo, della liberalizzazione dei commerci, in quanto il loro valore è totalmente indipendente dai parametri economici ai quali siamo soliti riferirci:  al limite estremo rispondono al concetto liberista di incontro tra domanda ed offerta, e superata l’attuale fase speculativa si dovrebbe anche poter contare su una discreta stabilità delle stesse, e quindi  di maggiori certezze negli scambi. Al momento il riconoscimento commerciale delle principali valute virtuali avviene a macchia di leopardo, nel senso che sia nella grande distribuzione che nel piccolo commercio non è stato ancora adottato  un criterio omogeneo, segno che ognuno sta facendo le sue personali scommesse sul futuro di queste valute; certo è che se uno oggi volesse improvvisamente sostituire il portafoglio che ha in tasca con uno dei tanti “wallet” elettronici disponibili, forse avrebbe una qualche difficoltà a fare la spesa. Non va nel contempo ignorato ciò che accade nei cosiddetti paesi in via di sviluppo e di frontiera, dove alimentare con il denaro economie che non dispongono di un’adeguata rete di bancomat rischia in molti casi di rendere possibile solo il baratto. La scarsità di moneta in quei luoghi ha accresciuto la necessità di utilizzare gli smartphone, attualmente la tecnologia più diffusa, anche per le transazioni monetarie, e così le monete virtuali sono divenute un’ulteriore opportunità di evoluzione da sistemi arcaici di sviluppo dei commerci.

 

Argomento assai spinoso è infine quello di definire il valore di una moneta virtuale; i social, terreno fertile di coltura per un’umanità in costante cerca di punti di riferimento, ci offrono una varietà sorprendente di valutazioni, ma alla fine ben pochi sanno quanto una valuta virtuale dovrebbe valere, sia perché la maggior parte delle persone ignora il meccanismo di funzionamento del mercato valutario, sia perché occorre onestamente riconoscere il fatto che, in assenza di un largo ed efficiente sistema di scambio con merci e servizi, la definizione del valore di qualcosa che per di più sfugge alle tradizionali metodologie di studio è assai complicata.

 

Setacciare per l'oro nel Klondike, ca. 1897

 

Un tentativo di dare valore ad una moneta virtuale possiamo farlo prendendo a riferimento il metodo con il quale essa viene coniata; il procedimento parte da una serie di persone o gruppi di persone (miners=minatori) i quali, sparsi nel mondo, mediante utilizzo di computer particolarmente potenti (in alcuni casi sono vere e proprie aziende dedicate allo scopo) effettuano estrazione dei singoli coin (mining); il fatto è che l’attività estrattiva, man mano che i singoli coin vengono “minati”(estratti) diventa sempre più lunga e complessa comportando una crescente quantità di energia elettrica che si traduce in costi sempre più elevati. Trascurando la marginalità (guadagno) dei miners, il valore di una moneta virtuale potremmo definirlo in funzione della quantità di energia elettrica necessaria per estrarlo.

Alla fine dello scorso anno Linkiesta, ha fornito alcuni elementi interessanti per approfondire come avviene il processo, tra i quali le valutazioni sull’impatto ambientale del consumo di energia elettrica necessaria all’attività di mining e la sproporzione tra il costo dell’energia consumata ed il valore della moneta estratta con quella energia: il valore dei Bitcoin estratti nell’ultimo anno è pari a 5 volte il costo dell’energia consumata per produrli. Su queste basi di analisi, il prezzo di quotazione attuale del Bitcoin  e di gran parte delle valute virtuali è di gran lunga superiore al loro valore effettivo, e fin quando le dinamiche dell’eccesso di domanda sosterranno la sua crescita, questa sarà destinata a proseguire; ma conviene anche riflettere, e farlo seriamente, sulla volatilità mostrata da queste valute negli ultimi mesi, con aumenti di quotazioni ed improvvisi crolli che possono essere spiegati solo se si prende atto del fatto che vi sono importanti detentori di grosse quantità di moneta che potrebbero influenzare pesantemente le quotazioni, approfittando dell’emotività dei piccoli risparmiatori che fanno esattamente il contrario di ciò che sarebbe logico fare, ossia acquistare quando si dovrebbe vendere e, viceversa, vendere quando si dovrebbe acquistare. Come dicevano i latini, “pecunia non olet”, neppure quella virtuale: dipende dall’utilizzo che se ne fa e dal modo in cui ci si approccia ad essa.

 

 

Comprendere oggi quando le monete virtuali potranno far parte della nostra quotidianità è difficile, ma è sicuro che avverrà perché sono molti gli Stati che stanno seriamente pensando a questa soluzione per sostituire le monete attualmente in corso legale; ciò conforta sulla validità del progetto (la blockchain), non certo sul fatto che i BitCoin e le altre monete virtuali attualmente oggetto dell’attenzione di molti investitori possano consolidare la loro divulgazione, o restare confinate in quel mondo nascosto nel quale sono nate e si sono sviluppate. La distinzione non è banale, specialmente riguardo al problema dell’evasione fiscale, per la quale il mondo reale sta diventando sempre più piccolo e angusto, mentre quello virtuale sembra offrire inattesi spazi di prosperità.

 

Le implicazioni del processo in atto dovrebbero indurre anche i più distratti o disinteressati a comprendere ciò che sta accadendo perché  lo sviluppo incontrollato delle monete virtuali porterà a cambiamenti della società i cui esiti non sono prevedibili; non so se in meglio o in peggio (visto come va il mondo preferisco non rischiare giudizi affrettati), ma la sensazione che anche le leve di questo nuovo corso siano nelle mani dei soliti soggetti è molto forte, ed il rischio è quello che ci si debba confrontare in tempi brevi con problemi sostanzialmente vecchi, ma senza soluzioni adeguate.

In futuro verificheremo che, probabilmente la tecnologia della blockchain è una di quelle che avrà contribuito a cambiare il mondo; sulla strada indicata dal suo inventore si sono incamminati in tanti, alcuni spinti dalla curiosità, altri animati dalla voglia di sviluppare ulteriormente il progetto, la maggior parte per la pura avidità di ricchezza. Il cambiamento ci sarà e le nostre vite ne saranno in qualche modo influenzate, non so se nel bene o nel male, ma questo non dipende dalla tecnologia, quanto dall’uso che ne verrà fatto.

 

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