le storie

La troppo breve stagione del Governo Parri

 

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di Lorenzo Catania

 

 

Settant’anni fa, il 24 novembre del 1945, cadeva il Governo Parri. In molti manuali di storia diffusi nella scuola, la breve esperienza del Governo Parri (21 giugno- 24 novembre 1945), invece di rappresentare un evento significativo, dopo il quale l’Italia si ripiega su se stessa a leccarsi le proprie ferite, mentre la corruzione, il parassitismo e gli intrighi si diffondono e impediscono al Bel Paese di migliorare il suo costume etico-civile, viene liquidata con brevi parole ellittiche e convenzionali che spiegano ben poco.

Non così le pagine del romanzo-saggio di Carlo Levi L’orologio (1950), che raccontano la conferenza stampa convocata da Ferruccio Parri il 24 novembre 1945 al palazzo del Viminale (allora sede della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero dell’Interno), dopo le dimissioni del suo governo imposte dai Liberali senza una significativa reazione delle forze politiche più motivate a dare sostanza alla nostra fragile democrazia.

Ne L’orologio, Carlo Levi mette in bocca al personaggio Casorin, dietro cui si nasconde lo scrittore Manlio Cancogni, un giudizio sul presidente dimissionario che esprime bene la delusione per l’esito fallimentare della Resistenza: “È un padre. Un crisantemo. Un crisantemo sopra un letamaio”.

 

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Sulla scorta di questa immagine, che riecheggia l’invettiva che nel XV canto dell’Inferno Brunetto Latini, maestro di Dante, lancia contro i fiorentini “orbi” per esaltare il suo discepolo che si tiene lontano dai costumi corrotti dei suoi concittadini, Levi delinea un ritratto della personalità del Presidente del Consiglio, interventista e pluridecorato nella prima guerra mondiale, poi esponente di spicco del Partito d’Azione ed ex capo della resistenza armata contro l’occupazione nazifascista, teso a conservare la memoria di un uomo che aveva portato al potere la sua esperienza dolorosa nella guerra di Liberazione, i valori professati dai resistenti e il sacrificio dei caduti.

Un’aneddotica superficiale, inesatta e tendenziosa, fiorita intorno alla figura di Parri, tacendo sulla sua cultura economica, storica e sociologica, lo ha dipinto come un uomo chiuso per intere giornate nel suo studio al Viminale, indeciso e non adatto a far fronte alle gravi emergenze del momento storico. In realtà Parri riguardo l’epurazione aveva raggiunto risultati significativi, poi vanificati nei mesi successivi al suo governo, mentre sul piano della difesa dell’unità nazionale e della saldatura tra Nord e Sud, divisi da vicende psicologicamente e storicamente diverse, si era comportato in maniera egregia.

 

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In Sicilia, ad esempio, aveva mandato l’esercito a combattere il movimento separatista sostenuto dalla mafia e dalle forze reazionarie. Aveva resistito ai dipendenti statali che chiedevano un migliore trattamento economico. Non aveva accolto le richieste dei partigiani che volevano conservare nelle file della polizia i gradi conquistati nella lotta di Liberazione. Vittima sacrificale del malcontento del Meridione e del clima della “Guerra fredda”, che cominciava a farsi sentire sull’Europa, condizionato dal problema della disoccupazione, dalle agitazioni contadine che scoppiavano in varie parti d’Italia, dalle violenze di alcuni gruppi sbandati di partigiani, dalle intemperanze dei CLN, da un apparato burocratico monarchico, dalle forze di polizia insufficienti e male equipaggiate, lasciato solo dai partiti rinati dopo il fascismo ma ancorati a vecchie contese, a vecchi pregiudizi, a ideologie astrattamente rivoluzionarie, a politiche compromissorie e trasformistiche, il 24 novembre del 1945 Parri rassegnava le dimissioni.

Settant’anni fa assieme a Parri e al suo governo di breve durata veniva meno non tanto il governo della Resistenza e del “vento del Nord”, ma una concezione della politica non disgiunta dalla morale, tesa a fare prevalere il bene comune sugli interessi particolari di qualsiasi ceto sociale. Ma nelle giornate convulse che precedettero la fine del governo Parri, gli interessi dei partiti di massa, la loro ricerca esasperata dei consensi – foriera dello snaturamento del ruolo delle istituzioni e di quella partitocrazia che molti anni dopo, nel luglio del 1981, Enrico Berlinguer avrebbe denunciato in una intervista a Eugenio Scalfari – prevalevano sulle ragioni morali, incomprensibili a chi usciva da un periodo di oppressione e sentiva perciò il bisogno di vedere riconosciuti solo diritti.

(da l’Avanti online del  14 dicembre 2015)

 

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«Come vuole che faccia a non essere pessimista, a non essere deluso?»

da un’intervista di Corrado Stajano a Ferruccio Parri.

 

Senatore Parri, posso chiederle qual è la cosa che nella vita l’ha più delusa?
Un lungo silenzio, Parri si solleva gli occhiali sulla fronte nel gesto che gli è consueto, i capelli bianchi gli spiovono sugli occhi, incurvato sul tavolo sembra ancora più fragile e minuto. Poi risponde, a voce bassissima.
«Mah, il popolo italiano, ecco.»

Le parole si smorzano nella stanzetta all’ultimo piano di Palazzo Giustiniani, l’estate romana fa da cornice morbida e sfatta al pastone di voci che sale su da via della Dogana vecchia: dalla terrazza si vedono Palazzo Madama, San Luigi dei Francesi, la chiesa barocca del Borromini. «È la cosa che mi pesa di più. Man mano che mi sono fatto una conoscenza più profonda del popolo italiano, ho toccato i suoi aspetti di scarsa educazione civile e politica. Mi riferisco alla parte prevalente del paese, non a tutto il Paese. Questo rafforzarsi costante del mio pessimismo, questa constatazione progressiva della non rispondenza della maggior parte del popolo è una delusione forte per uno che ha sempre ritenuto e ritiene di dover fare qualcosa per la vita pubblica.»

 

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Ferruccio Parri, ottantadue anni, senatore a vita nel gruppo degli indipendenti di sinistra, un’esistenza spesa per gli ideali della giustizia e della libertà. Combattente nella grande guerra – tre medaglie d’argento -, redattore del «Corriere della Sera» dal ’22 al ’25, dimissionario dal giornale con Luigi Albertini, organizzatore con Carlo Rosselli, nel 1926, dell’espatrio clandestino di Filippo Turati, processato, incarcerato, confinato dai fascisti, tra i fondatori del Partito d’Azione, leader della Resistenza armata, vicecomandante («Maurizio») del Corpo Volontari della Libertà, presidente del Consiglio dal 21 giugno al 9 dicembre 1945, Parri è stato ed è, dalla Liberazione a oggi, un preciso punto di riferimento della lotta democratica e antifascista, la coscienza critica del modo di far politica nato dalla Resistenza.

Non è stato il 1945 il momento della sua delusione più amara, quando fu defenestrato dal governo? Lei era allora l’uomo del Nord, rappresentava il CLN, la violenta rottura con lo stato fascista.
«È stata una delusione personale, quella, forse un segno di mie qualità non buone. Non avrei voluto essere defenestrato in modo così brusco perché covavo due ambizioni, evidentemente infondate. Volevo essere io, non tanto come persona ma perché dietro di me c’era la Resistenza, ad aprire la Costituente e a trattare con gli alleati. De Gasperi si è comportato con dignità, ma che cosa sapeva della lotta di liberazione? Aveva visto crepare la gente attorno a lui, sapeva che cosa era costata, sapeva come aveva inciso, sapeva di che cosa poteva vantarsi buona parte d’Italia, allora?»

Ferruccio Parri con Ugo La Malfa

Era un’altra Italia.
«Sì, era proprio un’altra Italia. De Gasperi non lo sapeva e non l’ha detto agli alleati; non poteva dirlo, d’altronde. Questa è stata una delusione forte per me.»

E poi?
«E poi tante cose. Ma soprattutto una che spiega il mio pessimismo. L’accusa che io faccio ai democristiani di allora: “Voi DC, per governare il Paese, vi siete serviti della classe dirigente fascista, con una scrematura epurazionale insufficiente, che non è penetrata in profondità, ha tolto solo di mezzo qualcuno dei più violenti. Voi avete dato espressione politica e partitica a questa gente. Li avete legittimati e naturalmente ne avete sentito il peso, un peso conservatore e anche reazionario, con una mentalità sagomata da vent’anni di fascismo, pericolosa soprattutto fra i professori universitari, i magistrati, i burocrati”.»

[…]

«La Resistenza è stata largamente popolare, dove noi abbiamo operato. Ce ne siamo accorti dopo, che nel Paese era stata un fatto minoritario. Ha inciso, ha lasciato forti tracce, ma quelli che ci seguivano, i compagni, si possono chiamare il vero popolo italiano? Questo avvenimento, che è stato certo il più epico della storia italiana, da chi è stato capito, chi ne è stato informato come doveva? L’italiano medio è rimasto in tale lontananza di spirito! L’Italia ufficiale, con le sue fanfare, si è accorta della Resistenza dopo il 1960.»

[…]

Senatore Parri, lei ne ha viste tante, è stato un protagonista di mezzo secolo di storia. Qual è il brandello della sua vita che la rappresenta di più?
«Nessuno e tutto. La mia attività politica inizia nel 1910-1912. Poi la grande guerra, io sono stato interventista di tipo salveminiano. Sapesse qual è stata la prova dei miei coetanei, allora. Il 1915, la tremenda guerra. Ho visto il sacrificio di una generazione, un sacrificio che è stato anche sincero. Sono stati importantissimi per me, quegli anni. Il filone della mia vita è attaccato là, là si dipartono le prove del ’22, le esperienze del ’25-26, la fuga di Turati, principale merito di Carlo Rosselli, un trascinatore formidabile, non ho conosciuto nessuno come lui. Poi le lotte antifasciste del 1930, Giustizia e libertà, il processo al tribunale speciale. Ma ogni fatto ha le sue radici là, nella grande guerra, anche se i momenti culminanti della vita sono stati forse il ’25-26 e di nuovo il ’42-’43, con la fondazione del Partito d’azione e la necessità di cominciare a organizzare la Resistenza armata che vedevo ineluttabile. Un altro tempo fu nel ’45. Ma è lo stesso filo che non si è mai rotto, lo stesso filo che ha sempre contato per me fin dal 1915.

[…]

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Caro Parri, c’è una bella e commovente fotografia dell’aprile 1945, lei in testa ai partigiani, a Milano, a San Babila, accanto a Longo e a Cadorna. Adesso a San Babila ci sono le squadre fasciste, i muri della piazza sono pieni di svastiche, di scritte provocatorie.
«Delusioni gravi, amarezze grosse, che cosa vuole che le dica? Siamo arrivati al punto che dopo la guerra e il sangue della Resistenza abbiamo Almirante e non solo Almirante, Rauti, Ciccio Franco. Io ho un altro processo, adesso, per diffamazione, ancora una volta, contro i fascisti. In un’interpellanza parlamentare mi si accusa anche di aver tradito la Resistenza, di aver accettato, quando fui preso dai tedeschi nel gennaio 1945 e dovevo essere fucilato, la libertà per intervento di Allen Dulles e dei servizi alleati in Svizzera.»

Lei è stato una delle prime vittime del linciaggio qualunquista e neofascista dopo la Liberazione.
«Sì, ho dovuto querelare Guglielmo Giannini, testimoniare al processo Graziani, sapesse quante minacce di morte mi costò. Ne ricevo anche adesso, continuamente. I fascisti ce l’hanno con me in una maniera accanita e inesplicabile. Ho avuto tanti processi gravi, difficili, penosi, faticosi. Sapesse cosa vuol dire sentirsi dare del traditore da questi nazisti, da questi traditori, una cosa desolante, come vuole che faccia a non essere pessimista, a non essere deluso?»

(da «II Giorno», 1 luglio 1972: estratti da Corrado Stajano, Maestri e infedeli. Ritratti del Novecento, Garzanti, pp. 63-68.  Online su Ricciardiblog.it)

 

 

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9 comments

  1. nemo 2 gennaio, 2016 at 10:24

    La delusione e l’analisi che fa Ferruccio Parri, faccio notare che quello che dice nell’intervista è datato anno 1972, vi sembra che non siano le stesse cose che oggi leggiamo ? La Resistenza, o almeno il suo messaggio, una volta esaurito il motivo principale che obbligò le varie anime, ad una unione di azione, fu dimenticata! Immediatamente si ripresentò quella che è la nostra caratteristica migliore, la divisione! Chi, nei due schieramenti aveva voglie riformatrici fu sepolto dalla parte che di riforme non ne sentiva il bisogno. A questo dobbiamo aggiungere un fatto non secondario, e cioè la collocazione del nostro Paese nella spartizione delle aree di influenza politica decisa tra i vincitori della guerra. Non giriamoci intorno, è storia la volontà britannica di mantenere sul trono i Savoia e la determinazione statunitense ad opporsi. Non è stata la mancanza dei partigiani a determinare la caduta del governo Parri, fu la volontà di costringere all’angolo quelli che furono i primi e l’ossatura delle forze della resistenza, ovvero quel partito comunista che se avesse preso il sopravvento avrebbe determinato un vulnus degli accordi di cui ho parlato. Questo il senno di poi ce lo ha confermato, vi invito a ricordare la stagione delle bombe, in concomitanza con le forti avanzate elettorali della sinistra, e, poi, la scoperta di quella struttura clandestina, vorrei sottolinearlo, creata per opporsi, anche con le armi ad una eventualità come quella descritta. La vittoria , di stretta misura, del referndum, tolse ai britannici la possibilità di imporre il loro punto di vista , consegnò con l’avvento del governo De Gasperi agli Usa la sovranità sulle faccende interne del nostro Paese. da qualsiasi angolo di lettura si voglia vedere la storia non si può non tenere conto di quelle che furono le conseguenze della sconfitta. Di cui, noi, non pagammo quello che invece pagò la Germania, dopo anni ci tornò Trieste, e la perdita dell’Istria per quanto dolorosa non può essere paragonata alla divisione ,in due, che toccò ai tedeschi, ricordo che una proposta di smembramento fu fatta, sempre dagli inglesi che trovarono gli Usa contrari e per questo non se ne fece nulla. Insomma credo che, come sempre, la storia debba essere letta , considerandone tutte le sfaccettature.

  2. Gennaro Olivieri 2 gennaio, 2016 at 04:49

    Permettetemi una divagazione che può essere illuminante sulle condizioni e sui limiti dell’Italia di quei tempi.
    Di quegli anni, gli unici motivi d’orgoglio per l’Italia erano Bartali, Coppi e il grande Torino. Un amico anziano mi raccontò questo aneddoto divertente. Essendo egli da giovanotto un calciatore di un certo talento, si ritrovò a giocare, proprio nei mesi della ripresa dei campionati dopo la pausa bellica, nella squadra di un capoluogo di provincia del Nord, in seconda o in terza serie. Allora, il “must” dell’eleganza maschile era, ahimè, ungersi i capelli di brillantina. Questi baldi giovani calciatori di provincia, per somigliare ai colleghi più famosi di cui vedevano le gesta nei cinegiornali, pensavano bene di doversi presentare in campo anch’essi con la chioma tirata e luccicante. Solo che erano talmente poveri da non potersi permettere la brillantina, per cui, prima dell’inizio della partita, negli spogliatoi si insaponavano “a secco” i capelli. Con il sapone, avete capito bene: poi si pettinavano i capelli pieni di sapone, così potevano fare il loro ingresso in campo con le teste scintillanti e dandosi un tono d’eleganza inglese o da playboy sudamericani. Solo che.. se cominciava a piovere durante la partita, lo scioglimento del sapone trasformava presto l’incontro in un gigantesco… shampoo collettivo, tra le risate e le beffe del pubblico.

    Era un’Italia che imparava, ma vi era già incline per indole, a spacciare l’opportunismo per lungimiranza, la tendenza al compromesso per equilibrio, l’insincerità per buone maniere, la vigliaccheria per prudenza, e il sapone per brillantina.
    Siamo spacciatori di moneta falsa, e all’estero lo sanno bene. Non lo sapeva il povero Ferruccio Parri, che si accorse solo dopo essere arrivato alla Presidenza del Consiglio che di partigiani nel Paese ce n’erano punto o pochi, e che la Repubblica nata dalla Resistenza non si poteva fare.
    Si fece, ma Parri non era più al potere, una Repubblica così così, che sulla carta accoglieva molte delle istanze ideali della lotta di Liberazione, ma che in realtà era e rimase, nel suo funzionamento, nelle sue strutture, e ammettiamolo, anche nelle anime degli italiani, impregnata di quel conformismo burocratico meschino e stantìo che è terreno fertile e allo stesso tempo strumento di ogni fascismo.

  3. M.Ludi 1 gennaio, 2016 at 18:12

    Letta con il senno di poi, la breve esperienza di Ferruccio Parri al Governo non può che essere interpretata come velleitaria, al limite dell’utopistico: gli americani (che pure ne avevano approvato la nomina) non vedevano l’ora di sbarazzarsene irritati dalla sua indipendenza e intraprendenza; la Chiesa, impegnata nella costituzione di un partito a ispirazione cattolica, non aveva alcun interesse a spalleggiare un laico; i comunisti, già indaffarati a creare depositi d’armi per la futura rivoluzione lo vivevano come un utile passatempo (ma a termine) ed una parte consistente degli italiani (che voterà massicciamente in favore del mantenimento della monarchia) avevano simpatie ben lontane da quelle di Parri. Non esistevano i presupposti perchè Parri potesse portare a termine la sua azione di Governo che sarebbe stata, lo riconosco, assolutamente innovativa.
    Alla luce della sua vicenda credo sia utile una riflessione su ciò che è stata la resistenza; un blocco sufficientemente omogeneo fino a quando c’è stato da combattere il nazi-fascismo, ma del tutto eterogeneo nel programmare il poi; del tutto esemplificativa la vicenda di Edgardo Sogno, uno dei principali artefici del tentativo di liberare Parri dopo l’arresto da parte delle SS, attivo poi negli anni ’70 nel progettare il Colpo di Stato e adepto della P2 di Gelli.
    In ultimo; cosa sarebbe stata un’Italia governata da Parri con Enrico Mattei Ministro dell’Industria?

    • Kokab 1 gennaio, 2016 at 22:28

      non posso che condividere la rilettura storica che hai proposto, e da questa parto per fare una considerazione un po’ provocatoria.
      mi sembra che questa vicenda dimostri due cose, il limite strutturale della democrazia (il governo di tutti non è mai, per definizione, il governo dei migliori), e l’estrema ignoranza (parri è più elegante, ma nella sostanza mi sembra questo il concetto) del popolo italiano; glissiamo sulla prima, che si aprirebbero scenari troppo complessi e probabilmente fuori tema, ma si potrà pur dire che l’italia, per come si è evoluta dopo la fine della destra e della sinistra storica, è stata proprio un povero paese, che ha dato una scadente prova di se stesso, al di sotto, credo, di qualunque altra nazione europea.
      è vero che la germania si deve far perdonare un peccato che la pone fuori concorso, ma noi nel secolo breve, fra l’invenzione del fascismo, i 50 anni di democrazia bloccata fra un partito comunista e un partito clericale, e i 20 anni di berlusconismo, abbiamo veramente fatto filotto, e ci possiamo solo vergognare di fronte alla storia, ai nostri figli e ai nostri nipoti.
      cosa sarebbe stata l’italia governata da parri e con mattei ministro dell’industria? sarebbe stata un’italia infinitamente migliore, troppo bella per il popolo italiano, che difatti, senza alcun rimpianto, non l’ha voluta.

      • M.Ludi 10 gennaio, 2016 at 18:44

        La nostra meravigliosa/maledetta posizione geografica ci ha resi, pur nell’insignificanza della estensione territoriale, strategicamente indispensabili al mantenimento di quell’equilibrio faticosamente raggiunto dopo Yalta e ancor più faticosamente mantenuto sino alla caduta del muro di Berlino. Stretti in un gioco troppo più grande di noi, per di più dopo aver perso la guerra (e De Gasperi ci provò a rinegoziare certi accordi, ma senza esito), pensi davvero che l’Italia post bellica, con più del 50% della forza lavoro dedita all’agricoltura ed un’analfabetismo ancora molto alto, avrebbe mai potuto diventare diversa da ciò che è adesso? Pensa poi che se non abbiamo ancora un re, forse lo dobbiamo ad una truffa elettorale!

        • Kokab 10 gennaio, 2016 at 23:57

          non capisco bene il senso dell’osservazione; naturalmente non credo che l’italia del dopoguerra avesse l’autonomia sufficiente per fare scelte non condizionate, ma se anche l’avesse avuta non credo che le avrebbe fatte, o che ne avrebbe fatte di diverse.
          l’italia migliore è sempre stata rappresentata da minoranze che hanno in qualche modo piegato l’anima retriva e reazionaria del paese (il risorgimento e la resistenza sono i due esempi più eclatanti), ma che in prospettiva storica non sono mai riusciti ad imporre ad una maggioranza rozza e ignorante, e non perchè non scolarizzata, la loro visione del mondo e della società; se c’è un uomo che ha rappresentato e che rappresenta in modo fedele l’anima dell’italiano medio degli ultimi due secoli, questo è silvio berlusconi, perchè ne esprime compiutamente l’intrinseca canagliaggine, l’intima cialtroneria, l’assoluto disprezzo della cultura del dovere e la totale mancanza del senso dello stato, e per questo non credo e non ho ho sostenuto che le cose potessero andare diversamente.
          la miglior cultura politica del dopoguerra era quella azionista, e azionisti erano gli uomini migliori, parri, lussu, foa, la malfa, spinelli, trentin i primi nomi che mi vengono in mente, ma questi uomini alle elezioni del ’46 presero poco più dell’uno per cento dei voti, e quindi non rappresentavano evidentemente e in nessun modo il paese; quelli che hanno vinto, democristiani e comunisti, il paese lo rappresentavano invece abbastanza fedelmente, ma non credo che abbiano fatto una politica migliore solo per questo, credo anzi l’esatto contrario, sarà perchè sono un incorregibile snob.
          l’italia, dopo la fine della destra storica, non ha mai avuto una destra presentabile, ma solo delle destre reazionarie, occasionalmente controllate da uomini di centro che hanno guardato a sinistra, e nel migliore dei casi si è avuta una decente politica, ma non mai una grande politica; questo a me pare un limite strutturale del paese, strutturale perchè dipente da caratteristiche in qualche modo antopologiche degli italiani e delle classi dirigenti che sono capaci di esprimere, se mi passi la semplificazione, e per questo considero il nostro un ben miserabile paese, del tutto indegno di uomini come parri, niente di più.
          del resto e non a caso il fascismo lo abbiamo inventato noi, mica gli inglesi o i francesi…

          • M.Ludi 11 gennaio, 2016 at 12:14

            Intendevo dire (riferendomi al tuo “l’Italia non l’ha voluto”) che non esistevano le condizioni culturali intrinseche e di politica internazionale perchè uno come Parri potesse prevalere; anche laddove l’Italia lo avesse voluto, non ce l’avrebbero fatto tenere.

          • Kokab 11 gennaio, 2016 at 12:55

            è un problema che non si pone, se l’italia fosse stata in grado di volere uomini del genere non si sarebbe trovata in quella situazione. mi sono andato a rileggere su wikipedia l’elenco dei principali esponenti del partito d’azione, è imbarazzante il concentrato di talento, sapienza e cultura che vi si trova, una concentrazione mai vista nel tempo e nello spazio, ed è un’esperienza molto istruttiva…

          • M.Ludi 11 gennaio, 2016 at 13:22

            Infatti, ci tenevo solo a chiarire che sostanzialmente stiamo dicendo le stesse cose ma, forse, per volontà di sintesi, non sono stato abbastanza chiaro. Concordo in pieno

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