le storie

Ricordi di un giovane migrante

Ricordi di un giovane migrante

Settanta anni fa lasciavo il mio paese natio per recarmi a Genova. Avevo poco più di nove anni, ricordo indelebile che mi porto nel cuore. Era appena finita la seconda guerra mondiale, e a ricordo del sanguinoso conflitto, è rimasto il mio arrivo alla Stazione Brignole il primo marzo 1946, e subito in Corso Galliera con mia madre e mia sorella all’ultimo piano dell’edificio che faceva angolo con Via Paverano, oggi Via Don Orione. Una camera messa a disposizione dalla famiglia di un compaesano, alloggio di proprietà della famiglia dei Robbiano, i quali avevano la omonima pasticceria che, credo esista tuttora. Da Gioia Tauro per giungere a destinazione ricordo che impiegammo oltre 60 ore.

 

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Ricordo che mia madre aveva con se un lasciapassare rilasciato dal Comando Alleato operante in bassa Italia e, ricordo pure che prendemmo posto in uno scompartimento del treno di quelli con un lungo corridoio e di fianco i scompartimenti. Vi era tanta confusione, avevamo pure oltre i bagagli, un contenitore pieno d’olio d’oliva che riuscimmo a portare a destinazione per la bravura di mia madre, già, questo particolare lo ricordo perchè appena giunti a Napoli tentarono di portarcelo via. Le urla mie e di mia madre furono efficaci, in pochi attimi spuntarono gli MP statunitenzi, chiesero il pass, tutto a posto cosicchè riuscimmo a portarlo a destinazione. Altro ricordo l’accoglienza dei vicini di casa. In un alloggio la famiglia Passalacqua con i loro tre figli maschi con i quali nacque un’amicizia che per me si rivelò essenziale, dato che giocavamo insieme ad altri innanzi alla Chiesa di S.Fede in Corso Sardegna ovviamente nelle ore diurne in in cui veniva concesso il permesso dai genitori.

 

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Ricordo inoltre la famiglia il cui marito lavorava nel ramo delle carni e, ogni tanto ci regalavano qualcosa. E che dire del Vigile Urbano del Comune, sposato con una donna di Mirandola in Provincia di Modena senza figli, ci accolsero quasi come parenti, insomma, per tutti noi fu un vero toccasana, specie per il morale. Preciso subito che nell’arco di tempo di una settimana ero gia iscritto alla quarta classe elementare in Piazza Martinez, avendo prima della partenza predisposto la documentazione necessaria al paese natio. Scordavo che, io conobbi mio padre solo nel 1945 a Rosarno dove la famiglia di mia zia Antonietta custode di una tenuta mi ospitava; bei ricordi, ancora nitidi nella mia mente.

 

 

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Altro ricordo quando mio padre mi portava in giro facendomi conoscere la Genova di allora, dove in ogni piazza vigeva la vendita di prodotti alimentari e ogni genere di oggetti – il cosidetto mercato nero – osservavo ma non capivo, me lo spiegava mio padre quando si tornava a casa. La scuola, il giuoco con i compagni nuovi, l’accoglienza dei vicini di casa, il sentir parlare una lingua nuova – mai sentita prima d’allora – il dovere, giocoforza, utilizzare l’italiano nelle conversazioni fu uno stimolo che mi spinse a volte a chiedere ai compagni di gioco di ripetere la frase gia detta in modo ch’io potessi ripeterla e comprenderne pure il significato; e così piano piano entrai nel mondo nuovo di una nuova lingua.

 

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A volte ho dovuto scontrarmi con i compagni di gioco, ma erano quisquiglie; a volte pure botte senza farci troppo male, altrimenti a casa prendevi il resto dai genitori. Nella sostanza di questi miei ricordi vi è la grande umanità con la quale sono stato accolto, migrante per necessità, e mi riferisco ai primi anni dal mio arrivo alla Stazione Brignole, alla moltitudine di genti che mai avevo visto in vita mia, alla graduale conoscenza della grande Genova, dei suoi usi e costuni dei quali subito mi sentii uno di loro, tanto erano di mio gusto.

Altro episodio che ricordo è l’andare a prendere il pane con la tessera, vigeva allora il razionamento. Era da poco finita la guerra, tempi duri per tutti anche per coloro che potevano permettersi l’incremento della spesa al mercato nero.

 

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Oggi è il primo Marzo, e come ho detto sopra settanta anni non sono pochi, direi che è tutta una vita, ringrazio Genova per avermi accolto con generosità facendomi subito sentire un genovese al pari loro, parlo correttamente il genovese e pure lo leggo e, ho intenzione prima di sera di festeggiare con una bella torta con sette candeline e una bottiglia di ottimo spumante in onore di questa meravigliosa città.
Non è molto ciò che ho scritto, mancano diversi episodi che mi riprometto di riprenderli con calma e pazienza, bei ricordi di gioventù che non si possono scordare.

 

 

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                      Piazza Colombo, in due epoche diverse
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2 comments

  1. Kokab 2 marzo, 2016 at 01:19

    bella storia, giocata sui ricordi che la memoria seleziona, separa e raggruppa, raccontandoci di un tempo che i più giovani non potranno più conoscere.
    per come lo ricordo quello era un modo più aperto, più solidale e anche più entusiasta, capace di accogliere le persone senza considerarle straniere, regalando opportunità, calore ed empatia; l’ho visto sparire quel mondo, dissolversi in frenesie, rabbia, violenza e rancori, ed oggi credo che viva solo nei ricordi di chi c’era a quel tempo, o in paesi che vivono in un tempo diverso dal nostro.
    mi sembra di capire che 70 anni di vita in una delle città di mare più belle d’italia ti abbiano reso profondamente genovese, mi piace immaginare che tu la possa considerare una fortuna: forse genova era il posto migliore per te, e non tutti hanno nella vita questa fortuna.

  2. M.Ludi 1 marzo, 2016 at 23:02

    E’ finita lìepoca durante la quale il tempo libero veniva riempito dai ricordi di coloro che avevano più storie da raccontare. Il passato riempiva il presente e faceva sognare per il futuro; poi la televisione ed ancora i computer, la realtà virtuale. Si è smesso di ascoltare le storie del passato e le foto di famiglia le si guardano solo quando le prime ferite riportano all’essenza della vita, ma fino a quando si è giovani, il passato non esiste, non è mai esistito.
    Ma per chi giovane non è più, i ricordi di uno finiscono per essere ricordi di un tempo comune in cui, tutto o solo in parte, abbiamo vissuto. Grazie di averci fatto questo regalo.

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