le storie

La solitudine di Penelope

Morning Sun, 1952 di Edward Hopper presso il Columbus Museum of Art (cliccare per miglior risoluzione)

 

«Le donne sono destinate a stare tutta la vita sole e ad agire da sole. Ogni donna esclude l’altra, per natura: giacché a ciascuna si richiede quello che è compito dell’intero suo sesso. Per gli uomini è diverso. Un uomo cerca l’altro; se non lo trovasse lo fabbricherebbe. Una donna potrebbe vivere un’eternità senza pensare a procurarsi una sua simile…                                                                                                                              

Gli uomini, disse, dovrebbero portare l’uniforme sin da giovani, per avvezzarsi a operare insieme, a confondersi tra i loro simili, a ubbidire in massa e a lavorare collettivamente. L’uniforme, quale che sia, favorisce poi un certo senso militare e un contegno più sobrio e rigoroso: i ragazzi nascono tutti già soldati, basta guardare come giocano: battaglie, assalti, scalate… Le donne devono andar vestite diversamente: ciascuna alla sua maniera, per imparare che cosa le sta bene davvero e le si addice. E c’è un motivo più importante, il fatto cioè che sono destinate a stare tutta la vita da sole, e ad agire da sole».

(J. W. Goethe, Le affinità elettive)

 

Questa citazione goethiana mi ha fatto riflettere sul tema della solitudine, come sentimento tipicamente femminile.

Certo, oggi la condizione delle donne è molto cambiata rispetto a quella ottocentesca, quando l’unica possibilità di realizzazione personale ed esistenziale riconosciuta era ancora quella domestica e famigliare. È un dato di fatto che la dimensione sociale, storicamente, non è mai pienamente appartenuta alle donne; se per Aristotele l’uomo era “un animale razionale e politico”, la donna si sarebbe potuta verosimilmente definire “un animale riproduttore, domestico e solitario”.

Quello che Goethe sottolineava come un dato naturale (“Ogni donna esclude l’altra per natura”), un ‘habitus’ femminile, geneticamente determinato, come le fattezze del corpo, o il colore degli occhi, noi oggi lo consideriamo un relitto della millenaria, atavica abitudine alla solitudine nelle quattro mura domestiche, sicure e claustrali al tempo stesso. Abbiamo capito infatti che i comportamenti umani hanno poco di naturale e molto di culturale, essendo storicamente e socialmente determinati.

 

Penelope  di D.Ligare, 1980  (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Da quando con la diffusione dell’agricoltura e della civiltà stanziale, Homo sapiens ha fissato la divisione del lavoro materiale tra i sessi, si è determinata quella cristallizzazione dei ruoli sociali, che si è perpetuata nei millenni, rimanendo sostanzialmente immutata fino alla generazione, non così lontana, delle nostre nonne. Mentre le cure materiali e parentali venivano esercitate esclusivamente dalle donne nel chiuso della casa, i maschi provvedevano alla caccia prima, al lavoro nei campi e nelle fabbriche poi, oltre che alla guerra di conquista, o difesa del territorio, e alla creazione della rendita.

L’umanità, nella grandissima parte della sua metà femminile, ha pertanto conosciuto solo gli spazi domestici e le finestre affacciate sul cortile di casa, del convento o al massimo sulla piazza del paese, e ha avuto relazioni limitate all’entourage familiare o poco più; quella maschile ha avuto invece orizzonti sempre nuovi da ammirare e un mondo intero, da conoscere, dominare e conquistare.

 

Penelope e i suoi pretendenti, illustrazione di N. Packer

 

La dimensione del recinto, della domus conclusa appartiene dunque al genere femminile da così tanto tempo, da essere divenuta e percepita nel corso dei secoli come una costante del suo carattere e un destino ineluttabile delle donne, proprio come notava Goethe.

L’archetipo della donna “rinchiusa” è rappresentato dalla donna greca, nella figura mitica e immortale della “saggia Penelope”, la quale non solo si trova sola a difendere casa, averi e onore dalle smanie dei pretendenti maschi, ma deve anche difendersi dalle insidie delle serve infedeli, totalmente ignare di qualunque sentimento di solidarietà di genere, come ancor oggi purtroppo, molto spesso capita.

 

3 versioni de Il Grande Vetro o La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même) di Marcel Duchamp

 

E, come dice acutamente Roland Barthes, nel chiuso della dimensione domestica è cresciuta inevitabilmente anche l’abitudine femminile alla solitudine e all’attesa dell’uomo amato, che è il protagonista assente di ogni attendere solitario:

 

Storicamente, il discorso dell’assenza viene fatto dalla donna. La donna è sedentaria, l’Uomo è vagabondo, viaggiatore; la Donna è fedele (aspetta) l’Uomo è cacciatore (cerca l’avventura, fa la corte). È la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate)”.

 

Di acqua sotto i ponti ne è passata molta dai tempi di Goethe, e ancor più da quelli di Penelope, e le lotte femministe del secolo scorso hanno finalmente permesso, insieme all’emancipazione sessuale ed economica, la conquista di una dignità sociale, di una libertà e di un’autonomia mai conosciute dalle donne nella storia dell’umanità.

 

 

Sunlight in a Cafeteria, 1958 di Edward Hopper,  Yale Art Gallery (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

I millenni di storia però non si cancellano con qualche decennio di lotte, per quanto intensi, e la capacità e la maestria tutta femminile di affrontare all’occorrenza le asprezze della solitudine pare rimasta intatta.

Nel frattempo però è cambiata la qualità della solitudine, che da atteggiamento di genere legato al ruolo sociale è divenuta condizione universale e marchio esistenziale dell’umanità intera, è diventata isolamento alienante e muto, di cui l’immaginario letterario e artistico di tutto il Novecento si è nutrito, da Luigi Pirandello e Italo Svevo ad Albert Camus e Thomas Mann, da Edvard Munch a Edward Hopper…

 

All’alba del nuovo millennio ci ritroviamo tutti indistintamente soli, uomini e donne, chiusi come monadi nell’egoismo del possesso e del benessere materiale, oppure al contrario a lottare poveri contro poveri per la sopravvivenza, e paradossalmente – nonostante la libertà di movimento e la diffusione esponenziale dei mezzi di comunicazione reale e virtuale – facciamo spesso fatica a comprenderci, talvolta a comunicare anche i sentimenti più elementari e a costruire relazioni soddisfacenti, salde e durature.

Con il trionfo post-moderno del Capitale e della Tecnica, sembra che gli uomini abbiano perso l’antica  vocazione maschile alla gregarietà, corrosa dal veleno della competizione solitaria, e che le donne, dal canto loro, si ritrovino ancora ad affrontare e gestire questa nuova forma di solitudine cattiva, sottile e insidiosa, fuori e dentro casa.

Tra i due però, si trovano di certo avvantaggiate, perché loro conoscono il nemico…da secoli.

 

 

 

 

 

 

 

solitudine

 

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