la società

Le tre crisi della democrazia liberale

Nuotiamo in acque pericolose e non possiamo più dare per scontata la persistenza della democrazia liberale.

 

di G. Sitaraman
(The Guardian)
(Traduzione Redazione Modus)

 

 

Negli ultimi anni, mi è stato spesso ricordato il discorso di David Foster Wallace all’inizio dell’anno accademico del Kenyon College nel 2005. Wallace iniziò con la storia di due pesci che nuotano insieme, quando un pesce più vecchio nuota vicino a loro e dice ” ‘Giorno ragazzi, com’è l’acqua? “ Dopo che il vecchio pesce è nuotato via, uno dice all’altro: ” Che diavolo è acqua? “

Negli ultimi due anni, ci sono state molte discussioni su ciò che ha spinto gli elettori di Trump e gli elettori della Brexit alle urne. C’è stata preoccupazione in quanto le norme costituzionali e politiche specifiche si vanno infrangendo. Ma con così tante persone che passano da una tweet-tempesta ad un’altra tweet-tempesta, c’è stata un’attenzione relativamente minore a quello che è successo all’acqua – alle cause alla radice della crisi globale della democrazia.

Il nuovo straordinario libro di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia: dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (The People versus Democracy), fornisce un resoconto chiaro, conciso, persuasivo e perspicace delle condizioni che hanno reso funzionante la democrazia liberale – e di come il crollo di queste condizioni sia all’origine dell’attuale crisi della democrazia in tutto il mondo. Rivela l’acqua in cui la democrazia liberale ha nuotato senza pensarci per tutti questi anni.

 

L'autore tedesco Yascha Mounk e il suo ultimo libro "The People versus   Democracy" ("Popolo vs Democrazia: dalla cittadinanza alla dittatura     elettorale") che uscirà in Italia in maggio 2018, Feltrinelli

 

Il successo e la stabilità della democrazia liberale, sostiene Mounk, erano basati su tre presupposti della vita sociale. In primo luogo, la cittadinanza aveva una visione del mondo relativamente simile perché le notizie trasmesse in tv, i giornali, la radio e simili erano tutte forme di comunicazione “da uno a molti” in cui i gestori/custodi (gatekeeper) garantivano che le notizie e le informazioni rimanessero nel mainstream. Ciò significava che anche diverse comunità facevano parte di una conversazione condivisa basata su fatti condivisi.

Il secondo presupposto era la crescita economica ampiamente condivisa e la relativa uguaglianza economica. Per la maggior parte della storia del mondo, non c’era stata praticamente alcuna crescita economica. Solo dagli albori della rivoluzione industriale la crescita è salita alle stelle, il che significa che le persone potevano aspirare a (e aspettarsi) standard di vita più elevati. E nei pochi decenni dopo la seconda guerra mondiale in particolare, la crescita combinata con bassi livelli di disuguaglianza economica ha significato che l’ondata in aumento ha effettivamente sollevato tutte le barche.

Il presupposto finale era l’omogeneità sociale. Le epoche di stabili democrazie liberali  in tutto il mondo, sostiene Mounk, sono state ampiamente caratterizzate da popolazioni relativamente omogenee. In Europa, per esempio, l’ascesa della democrazia e la rottura degli imperi – come il poliglotta impero austro-ungarico – erano inestricabilmente legati al nazionalismo.

Nell’ultima generazione, e in particolare negli ultimi quindici anni, Mounk sostiene che tutte e tre i presupposti sono stati sottoposti a un forte stress. I social media hanno trasformato chiunque in un’emittente e hanno permesso alle persone di ascoltare solo le notizie, i fatti e le opinioni che desideravano sentire. Ciò  ha ampliato, e non di poco, la diffusione di idee radicali, estremistiche e delle teorie complottistiche. La crescita è stata stagnante per il lavoratore medio per una generazione, e le persone temono che la generazione dei loro figli non ce la possa fare finanziariamente in un futuro incerto. Infine, l’immigrazione è aumentata dalla metà del XX° secolo, scatenando l’ansia razziale e culturale in luoghi che hanno visto aumenti particolarmente rapidi della diversità.

La conseguenza, sostiene Mounk, è che la democrazia liberale si sta disgregando. Da un lato, vediamo l’ascesa delle “democrazie illiberali” – governi che pretendono di rappresentare il “vero” popolo della nazione, ma hanno scarso rispetto per i diritti individuali o le norme costituzionali. Molti si riferiscono a questi movimenti come populisti. Allo stesso tempo, altri flirtano con quello che Mounk chiama “liberalismo antidemocratico“, uno stile di governo che preserva i diritti ma a scapito dell’impegno democratico e della responsabilità. Pensa a questo come ad un governo di tecnocrati d’élite che hanno poca fiducia nella gente comune.

Ciò che è così preoccupante è che queste due tendenze potrebbero rafforzarsi a vicenda. Mounk, docente presso l’Università di Harvard, non si sofferma molto su questo punto, ma vale la pena rifletterci un attimo. Quando i populisti guadagnano potere, i loro oppositori probabilmente vedranno le virtù del liberalismo antidemocratico. Quando il liberalismo antidemocratico prende piede, molte persone comuni si sentiranno bloccate, e non rispondendo più le politiche pubbliche alle loro richieste, tenderanno a voler rovesciare le élite. Nel ciclo successivo, il perdente è la democrazia liberale, che viene aggredita sia per il suo liberalismo che per la sua democrazia.

Uno dei grandi punti di forza del libro di Mounk è che evita spiegazioni semplici e singole e, di conseguenza, soluzioni facili. Mounk offre tre direzioni per salvare la democrazia liberale dai suoi nemici. Il più elaborato (1) è un programma di riforme economiche per alleviare l’iniqua distribuzione della crescita economica e mitigare l’insicurezza derivante dalla tecnologia e dalla globalizzazione. Il meno elaborato – forse perché è il più difficile – (2) è un’agenda per far rinascere “la fede civica”, il nostro insieme condiviso di fatti e informazioni, la fiducia nelle istituzioni politiche e il nostro senso di decenza civica. Questa arena merita più attenzione perché non è chiaro come sia possibile ottenere cambiamenti politici di qualunque tipo in una società polarizzata che ha pochi fatti condivisi e i cui muscoli civici stanno atrofizzandosi.

Il suggerimento più interessante, tuttavia, potrebbe essere (3) la richiesta di Mounk di immaginare una nuova forma di nazionalismo, che egli chiama “nazionalismo inclusivo”. Invece di rispondere al sorgere del nazionalismo con il suo opposto polare, il cosmopolitismo utopico, Mounk dice che dobbiamo “addomesticare” il nazionalismo ” e offre una visione per una società integrata in cui il nazionalismo unisce le persone, piuttosto che dividerle.

Tutte e tre le parti di questa agenda potrebbero sembrare scomode per coloro che desiderano continuare la politica come al solito. Le riforme economiche minacciano le persone più potenti e i gruppi di interesse nella società. Ristabilire la fede civica significa rompere il tribalismo nella società, nella politica e nell’educazione. Il nazionalismo inclusivo sfida la retorica convenzionale sia a destra che a sinistra. Ma ora nuotiamo in acque più pericolose e non possiamo più dare per scontata la persistenza della democrazia liberale.

 

 

 

 

 

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