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Riflessione sulla morte: il lutto di Arianna e il dolore di Andromaca

Riflessione sulla morte Riflessione sulla morte Riflessione sulla morte Riflessione sulla morte
…E ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti,
essi molte volte ci ricorderanno e ci ameranno ancora.
(G. Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio)

 

La morte fa sparire le persone care dal nostro sguardo e ne cancella definitivamente la presenza fisica, ma non è così potente da annullarne il ricordo, né può eliminare i sentimenti pieni e appaganti che abbiamo nutrito in vita nei loro confronti. Ce li può far rimpiangere, ma non li può distruggere.
Coloro che ci hanno amato e che noi abbiamo amato, in ogni grado e sfumatura possibile dell’amore, continuano infatti a vivere con noi, dentro di noi, con proporzionale intensità, anche quando non ci sono più, fino alla fine dei nostri giorni.
Per questo penso che la morte in fin dei conti annienti definitivamente solo quelli che avevamo già perso da vivi; perdiamo davvero, e lo perdiamo per sempre, chi noi abbiamo deciso di lasciare e chi ci ha voluto lasciare, ma non chi, invece, amandoci, ha dovuto farlo, contro la propria volontà; costretto dal destino, o stroncato da malattia o da accidente.
E seppure esistesse una vita eterna, la perdita di chi se n’è voluto andare sarebbe comunque irreversibile, perché non c’è distanza più radicale di quella tenuta da chi vuol star lontano, né assenza più netta di chi non vuol esser presente nel cuore e nella mente dell’altro; e soprattutto perché l’indifferenza è, essa stessa, una forma di morte senza rimedio.
Se penso a figure emblematiche del mito legate al tema della perdita, mi vengono in mente Arianna e Andromaca: l’una, descritta da Ovidio nella decima lettera delle Eroidi come l’amante lasciata con l’inganno da Teseo sull’isola di Nasso al termine della sua impresa cretese; l’altra narrata nel canto VI dell’Iliade quale “sposa preziosa” (v. 394), innamorata e destinata alla condizione infelice di vedova del valoroso Ettore.

 

Angelica Kauffmann, Arianna abbandonata
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E se paragoniamo l’esperienza del distacco vissuta dalle due donne, vediamo che il dolore acuto e violento di Arianna, abbandonata dormiente sulla spiaggia, senza una parola né un motivo evidente, appare molto più insopportabile e insensato del luttuoso addio di Andromaca col figlioletto in braccio sulla torre di Ilio; è infatti proprio il comportamento spregevole e gratuito di Teseo a determinare l’insensatezza di quel dolore.
Il commiato solitario di Arianna è inasprito dal lamento incredulo e angoscioso della fanciulla, che al suo risveglio chiama gridando invano l’amato sulla spiaggia deserta, le cui rocce rimandano solo l’eco di un nome senza più persona:
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Intanto mentre gridavo per tutta la spiaggia «Teseo!», le rocce dalle loro cavità mi rimandavano indietro il tuo nome e quante volte ti chiamavo, altrettante il luogo stesso chiamava
(“Interea toto clamavi in litore “Theseu” / reddebant nomen concava saxa tuum / et quotiens ego te, totiens locus ipse vocabat” vv. 21-23)

 

Un lungo monologo, amaro e concitato, che poi rallenta, fino a fermarsi in un’immagine di Arianna quasi funerea, ammutolita e gelata dall’improvviso abbandono:

 

…Rimasi più gelida del ghiaccio e semisvenuta…sedetti come di ghiaccio su di una roccia, guardando fisso il mare e, seduta sulla pietra, anch’io rimasi impietrita…
(“rigidior glacie semianimisque fui” (v. 32)… “Aut mare prospiciens in saxo frigida sedi, /quamque lapis sedes, tam lapis ipsa fui.” vv. 49-50)

 

Monologo che poi si conclude con immagini ancor più macabre e truci:
Mi si affollano alla mente mille immagini di morte, e la morte è pena minore dell’attesa della morte. Immagino che fra poco arriveranno di qua o di là i lupi a straziarmi le viscere con denti voraci…
(“Occurrunt animo pereundi mille figurae. / Morsque minus poenae quam mora mortis habet./Iam iam venturos aut hac aut suspicor illac, / qui lanient avido viscera dente, lupos.” vv. 81-84)

 

Al lamento di Arianna fa da contrappunto la crudeltà muta e vigliacca di Teseo, che fugge sulla nave all’orizzonte, e il cui silenzio indifferente unito all’assenza fisica dalla scena, connotano il non-essere della sua figura già dai primi versi (“nullus erat…nullus erat” vv. 10-11).
Teseo e Arianna da quel momento, in quell’alba cupa di Nasso illuminata ancora dalla luna (“luna fuit” v. 17) , sono infatti morti, per sempre, l’uno all’altra; lei uccisa interiormente dalla crudele indifferenza del “cuore di ferro”(“precordia ferrea” v. 107) dell’uomo, lui volutamente sparito dallo sguardo e dalla vita di lei.

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Karl Friedrich Deckler, L'addio di Ettore ad Andromaca e Astianatte 
(cliccare immagine per miglior risoluzione)
L’addio della nobile coppia troiana invece, anche se prelude a un comune destino di dolore e di morte, risuona addolcito da un dialogo drammatico e struggente, in cui le parole di Andromaca, “la sposa preziosa” (v. 394), hanno il sapore di un’ultima, inutile dichiarazione d’amore:

 

Andromaca a lui venne vicino, bagnando il viso di lacrime,
lo sfiorò con la mano, articolò la voce e disse:
Sventurato il tuo ardore sarà la tua rovina, e tu non hai pietà
di tuo figlio che ancora non parla e di me disgraziata,
che vedova presto sarò di te: t’uccideranno presto gli Achei
tutti insieme saltandoti addosso; sarebbe meglio per me
scendere sotto terra, se restassi senza di te, perché non avrò
altro conforto, quando tu abbia seguito il destino,
ma solo dolori: io non ho né padre, né madre
Tu Ettore dunque, per me sei padre e madre adorata
ed anche fratello, e sei il mio splendido sposo:
ma allora su, abbi pietà e resta qui sulla torre,
non rendere orfano il figlio, non fare della tua donna una vedova.
(Iliade, VI, vv. 405-432, passim)

 

In risposta, il discorso a tratti duro e sempre sofferto di Ettore – unito a gesti di commovente tenerezza nei confronti della moglie in lacrime e del piccolo Astianatte spaventato dall’elmo crinito, a cui “sorrise…in silenzio” (v. 404) – conferisce un senso ultimo a quel distacco così lacerante: il suo destino di eroe caduto in battaglia deve esser compiuto, ma l’amore di sposo e la tenerezza di padre rimangono intatti di fronte alla morte imminente. Uno squarcio luminoso di pietas, per dirla con Simone Weil, in un mondo dominato dalla forza che tutto devasta, e dalla violenza, non solo delle armi, ma anche della ferrea e schiacciante necessità del Fato; Ettore infatti, non sceglie liberamente di andare in battaglia, piuttosto che rimanere nel talamo, ma deve necessariamente andare a combattere, costretto dal rigore dell’etica guerriera propria del suo lignaggio, oltre che dalla sorte decisa dagli dèi. L’eroe si adegua così al suo destino, ma lo fa tragicamente e non passivamente, perché consapevole della propria precarietà e del dolore che da quella “sorte maligna” (v. 357) scaturirà:

 

Preme certo anche a me tutto questo, donna, ma provo tremenda
vergogna di fronte ai Troiani e Troiane dai pepli fluenti,
se come un vile m’imbosco al riparo della guerra
Questo so bene in animo e in cuore:
verrà il giorno in cui dovrà perire la sacra Ilio
e Priamo e la gente di Priamo guerriero.
Ma non tanto dei Troiani m’affligge la pena a venire,
…quanto di te, allorché un Acheo vestito di bronzo
ti trascini piangente
Ma morto piuttosto mi copra la terra gettatami sopra,
prima ch’io senta il tuo urlo, oppure ti sappia rapita!
Detto così, Ettore splendido tese le braccia a suo figlio
quando poi ebbe baciato e palleggiato in braccio suo figlio,
disse rivolto in preghiera a Zeus e a tutti gli dèi
Detto così, rimise in braccio alla moglie
suo figlio; quella lo prese sul petto odoroso
insieme ridendo e piangendo; ne ebbe pietà il marito a vederla,
la sfiorò con la mano, articolò la voce e disse:
“Mia cara, non affliggerti troppo in cuor tuo:
nessuno contro il destino potrà sprofondarmi nell’Ade;
ma penso che nessun uomo sia sfuggito alla sorte,
né un vile né un valoroso, una volta venuto alla luce.
Detto così Ettore splendido riprese il suo elmo
a coda di cavallo; se n’andò a casa la sposa
voltandosi spesso all’indietro, piangendo lacrime amare.”
(Iliade, VI, 441-496, passim)

 

Se Arianna dunque, ci ricorda che l’indifferenza uccide più della guerra, Andromaca ci dice che, sì, ogni vita si conclude necessariamente con la morte, ma che non tutte le morti annientano l’amore e i ricordi indelebili di chi resta “voltandosi spesso all’indietro”…

 

8 aprile 2021, tornando da un funerale.

 

Nota bibliografica:

i versi di Ovidio sono tratti da Eroidi, Garzanti, 1996, traduzione e cura di Emanuela Salvadori; quelli di Omero, da Iliade, Rizzoli, 1996, traduzione e cura di Giovanni Cerri.

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