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Le reggitrici di Annalisa Boschini

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Le reggitrici di Annalisa Boschini sono sedici donne diverse, sedici personaggi che attraversano il loro tempo e riassumono le caratteristiche fondamentali di una cultura e di una antropologia che naviga poco sotto o poco sopra il livello dell’acqua e dei suoi simboli, plasticamente rappresentata dal fiume che taglia in due la pianura Padana, e che curiosamente nel momento in cui si avvicina alla foce ribalta il confine naturale posto sulla direttrice che da ovest va verso est, per distendersi sulla sua perpendicolare e contaminare da un punto indefinito del suo percorso, in misura crescente, le popolazioni che vivono a nord e a sud del Po.

C’è qualcosa di curioso nel fatto che il confine, da orizzontale che era si distenda verticalmente, e inizi a mescolare invece che a dividere. Mescola le acque, del fiume e del mare, i vapori, delle nebbie invernali  e della calura estiva, le valli, dove la terra e le acque si confondono fra  loro, i cibi, che combinano i sapori creandone di nuovi, e soprattutto mescola le culture, salvaguardando naturalmente le identità, ma rendendole ovunque più ricche dei loro stereotipi, fino a trasformarle in carattere, differenza ad un tempo sottile ed essenziale.

Azdora è un termine romagnolo, e ha un suono austero, serio senza essere serioso, ma privo di quella dimensione leggera e gioiosa che assume quando ci si avvicina alla bassa ferrarese, e poi, sull’altra sponda, alle valli che da Chioggia arrivano al confine di Verona. Forse è merito di Goldoni, forse dipende dai retaggi del millenario cosmopolitismo di Venezia, o forse la causa sta nella maggior contaminazione che quelle terre hanno subito dalla cultura libertina dell’illuminismo, ma è un fatto che quando dalla bassa Romagna si guarda a quell’area dagli incerti confini che ha il suo centro nel Polesine,  si percepisce chiaramente una maggior disinvoltura del nord rispetto al sud, che è più chiuso e riservato, più introspettivo direi, e si sente la differenza di peso e di visibilità di quel pezzo di vita, di cultura e di letteratura che, con accezione del tutto positiva dell’immagine, si colloca fra le ginocchia e l’ombelico.

Si intuisce qualcosa di meno ingessato e di più personale  nella forma della sensualità, la consapevolezza che può essere meno nascosta o più esibita, e che può permeare in modo meno sfumato e segreto la vita delle persone. Può avere effetti positivi o negativi, può essere gioiosa o tragica, può portare  felicità o infelicità in egual misura, ma incrina senza scardinarle quell’insieme di regole che definiscono la struttura delle relazioni personali, familiari e sociali, rendendole più ricche e feconde.

Credo ci sia poi un’altra differenza, di carattere linguistico. In Romagna la parola azdora si declina anche al maschile, ed è naturale che sia così, perché l’azdora è in origine la moglie dell’azdor, con il quale spartisce ruoli e funzioni che nascono nella civiltà contadina; rezdora, e in particolare la sua traduzione in italiano, reggitrice, che significa in realtà un’altra cosa, non ha invece un vero corrispondente maschile, e il termine paron, che di azdor è la traduzione più vicina, non è neppure di uso ugualmente corrente: in questa mancanza mi pare che si determini la diversa forza di gravità del ruolo femminile e della parola che lo rappresenta rispetto alla pianura a sud dal Po, diversa e non necessariamente maggiore.

In tutto questo mi pare di riconoscere le reggitrici di Annalisa Boschini, che fin dalla scelta del nome, oltre che del titolo, si definiscono su un registro che non è più quello legato alle funzioni prevalentemente casalinghe dell’azdora o della rezdora, come oggi sono comunemente percepite, ma a quelle più antiche e profonde del ruolo femminile, disvelando invece che velare il potere della sensualità.

Delle sedici reggitrici, alcune mi sono piaciute più di altre, forse perché ne ho percepito più chiaramente la forza, o forse perché le loro storie assomigliano al mio modo di pensare. Gesuina, o meglio Ines, che nel suo mestiere di prostituta costruisce la vita che la sensualità pareva averle negato. Celestina, la splendida balia che ribalta il senso del ruolo per ritrovare il figlio che le è stato tolto. Artemisia, la levatrice sterile che piega il destino al suo desiderio impossibile. Isabella, che fa i conti col padre riconoscendone le ragioni senza perdere le sue. Annachiara, che riscopre la vita che stava perdendo guardando in faccia la morte. Elisabetta, che incarna l’essenza della reggitrice tenendo in equilibrio i pesi. Sara, forse la più radicale, che inchioda la vita a quello che vuole sulla spiaggia di Big Sur, dimostrando che volere può essere potere. Magdalena, che tramite il suo alter ego ritrova la strada nei luoghi della mia memoria. Lorenza, che ribalta le convenzioni nella quieta comprensione di chi dovrebbe farle rispettare. Elsa, la più tragica, che si libera del buio della follia in un lampo accecante di vita e di morte, smascherando il grigiore dei formalismi vuoti e delle piccinerie di provincia.

Le altre non sono da meno, ognuna racconta la sua storia toccando corde diverse, e sono tutte storie intense e piene di vita, storie lunghe a dispetto e al contrario delle poche pagine da ciascuna occupate. In questo sta il valore del libro e la cifra della sua scrittura, stringata fino all’osso ma ricca di fatti, pensieri e relazioni, capaci di riempire una vita intera, sia che la raccontino per esteso, sia che la riassumano in un episodio emblematico. Sintesi e profondità in altri termini, ma non scrittura asciutta, anzi, è spesso la ricercatezza delle parole a riempire di senso la brevità dei racconti, al termine dei quali te ne vai con qualcosa di più del loro peso apparente.

È un libro di donne, ma non per questo è un libro per donne, e il suo equilibrio dipende anche dal fatto che gli uomini hanno ceduto il centro della scena, così come doveva essere e come voleva il titolo.

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