le storie

Damnatio memoriae

 

 

Non è retorico affermare che l’umanità, sviluppatasi negli infiniti incroci di esodi e migrazioni, sia, geneticamente, una grande famiglia; forse un tantino retorico è ricordare che le più antiche stirpi dinastiche appartengono a quei Paesi che maggiormente alla storia hanno dato un contribuito. L’Italia, in particolare, ricorda diverse casate illustri e di ultra millenaria memoria a partire dai Massimo (discendenti, si dice, dalla gens Fabia romana), sino alla famiglia Della Gherardesca.

Capostipite di quest’ultima fu Gherardo, feudatario longobardo che le cronache del X secolo riportano a capo di vasti territori che comprendevano tutta la Maremma fino quasi a Viterbo e buona parte della costa tirrenica toscana. Con l’avvento dei Comuni uno dei rami principali della famiglia si insediò a Pisa ove raggiunse il suo massimo potere ma conobbe anche il suo destino più crudele.

Nel 1996 uno degli ultimi discendenti della dinastia ha dato alle stampe una storia della famiglia (I Della Gherardesca – dai Longobardi alle soglie del duemila) e per sua stessa ammissione ha avuto una qualche difficoltà a reperire parte del materiale necessario a completare una simile opera in quanto l’archivio della famiglia era ricco di documenti a partire da quando, all’inizio del XV secolo, essa si era insediata a Firenze; niente sui precedenti cinque secoli di storia, se non negli archivi pubblici; perché?

La risposta a questa strana assenza di documenti, la si trova sul lungarno Galileo, a Pisa ove, ad interrompere il continuo affacciarsi di case medievali sul fiume, ad un certo punto si nota un giardino appartenente al Palazzo dei Consoli del Mare, oggi sede del Consorzio Basso Valdarno. Nel corso della recente estate il giardino è stato oggetto di scavi che hanno rivelato la presenza delle fondamenta di quella che era stata la residenza pisana dei Della Gherardesca sino alla morte orrenda di quasi tutti i componenti della famiglia a partire dal capostipite: il Conte Ugolino.

 

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Scavi sul Lungarno Galileo, a Pisa del giardino del Palazzo dei Consoli del Mare
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L’apice del fulgore della famiglia era coinciso con l’inizio della decadenza della potenza marinara della Repubblica di Pisa la quale venne pesantemente sconfitta nella battaglia della Meloria nell’agosto del 1284; il conte Ugolino prese parte a quella battaglia in qualità di comandante, ma data l’età già avanzata, gli venne dato il compito di impedire, con alcune navi, l’ingresso in Arno della flotta genovese per evitare che questa potesse facilmente raggiungere la città. Il suo apporto fu però inutile in quanto al largo, in prossimità delle secche della Meloria, le navi genovesi ebbero la meglio vincendo la battaglia e facendo una notevole quantità di prigionieri, tra i quali uno dei figli del conte. L’eco della vicenda ebbe notevole risonanza e fu così che a Firenze (ove i pisani non erano, già allora, granché amati) venne di moda il detto “se vuoi vedere un pisano, vai a Genova”.

 

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Torre della Meloria               (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Come ricordato, le responsabilità di Ugolino nella sconfitta furono esigue, ma il fatto che si fosse salvato mentre tanti concittadini morivano o venivano imprigionati a Genova, cominciò ad alimentare una certa avversità nei suoi confronti che aumentò quando pochi mesi dopo venne nominato Podestà e due anni dopo Capitano del Popolo di una Repubblica sconfitta in mare, ma pur sempre ricca e forte militarmente.

Il primo impegno di Ugolino fu di rafforzare i confini terrestri intessendo una serie di relazioni con Lucca e Firenze, culminate con la restituzione di alcuni castelli che erano stati oggetto in passato di conquiste pisane; tutto questo rafforzò Pisa ma indebolì ulteriormente Ugolino agli occhi dei suoi detrattori capitanati dall’Arcivescovo di Pisa Ruggiero degli Ubaldini: inviato da Papa Niccolò III Orsini a Pisa per supportare i Ghibellini durante il predominio dei Guelfi capitanati dal Conte Ugolino, Ruggiero manifestò fin da subito ostilità nei confronti del vecchio Conte, una volta Ghibellino, e poi passato alla parte avversa.

 

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XXXIII Canto dell’Inferno Virgilio e Dante al 9°cerchio dei traditori incontrano 
   Ugolino che morde la testa di Ruggiero degli Ubaldini - di Gustave Doré
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Non vi fu mai guerra aperta tra le due fazioni, ma una serie di episodi culminati con l’uccisione di uno dei nipoti dell’Arcivescovo il quale, a quel punto, organizzò un complotto per eliminare definitivamente il Conte Ugolino e tutta la sua discendenza: egli invitò infatti il Conte nel suo palazzo per raggiungere un accordo e ne approfittò per farlo imprigionare. Era il 1289 e la storia non sarebbe forse arrivata a noi con tutta la sua forza narrativa se non ci avesse pensato Dante, venti anni dopo, nel XXXIII Canto dell’Inferno quando immagina di incontrare il Conte Ugolino mentre insieme a Virgilio discende al nono cerchio ove si trovano i traditori della patria e degli ospiti, e lo trova intento a mordere il cranio di Ruggiero degli Ubaldini.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto. ……

La leggenda relativa al fatto che il Conte Ugolino si sia cibato delle carni dei due figli e nipoti con lui imprigionati nella Torre della Muda (o “della Fame” – oggi inglobata nel Palazzo dell’Orologio, sede della Biblioteca della Normale di Pisa in Piazza dei Cavalieri), prende spunto proprio dalle modalità dell’incontro con Dante

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino ………

 

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La Torre della Muda inglobata nel Palazzo dell'Orologio, sede della Biblioteca
                 della Normale di Pisa in Piazza dei Cavalieri
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Ugolino quindi racconta di come si fosse trovato imprigionato nella torre senza cibo nè acqua, costretto a vedere figli e nipoti spegnersi pian piano d’inedia:

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”. …….

E fu proprio l’offerta di uno dei figli stremato, di poter cibare il padre con la propria carne, ad alimentare ulteriormente la leggenda.

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.

 

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La Torre della Muda o “della Fame”, inglobata nel Palazzo dell'Orologio, a Pisa
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A rafforzare l’idea dell’orrendo pasto, la chiusa della terzina nella quale non si comprende bene se il digiuno abbia portato Ugolino alla morte o se lo abbia fatto crollare nella tentazione di riempire lo stomaco dopo molti giorni di digiuno.

Le scarne cronache del tempo raccontano che la cella ove si trovava Ugolino con figli e nipoti, fosse adiacente alla sala ove l’Arcivescovo mercanteggiava con i parenti del Conte il suo rilascio per cui, pur offuscato dal patimento fisico, egli potette ascoltare le menzogne di Ruggiero. Alla fine, mentre i corpi smembrati dai topi venivano estratti dalla prigione (altro indizio che alimentò la diceria del cannibalismo), la casa dei Della Gherardesca veniva rasa al suolo, e questo cosparso di sale per impedire che vi nascesse sopra anche solo un filo d’erba; intanto coloro che scamparono al massacro, erano dovuti fuggire per sempre dalla città. Fu così che, probabilmente, andò completamente distrutto l’archivio storico della potente famiglia.

 

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Il Conte Ugolino e i figli - Jean-Baptiste Carpeaux, 1861
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Mani pietose, nel frattempo, si ipotizza avessero deposto i poveri resti nella Chiesa di San Francesco de’ Ferri a Pisa, dove finisce questa parte della storia e ne inizia un’altra.

Infatti nel 2001 furono eseguiti degli studi approfonditi su di un gruppo di ossa rinvenute all’interno della Chiesa; esse erano già state attribuite al Conte Ugolino ed ai suoi discendenti durante una traslazione avvenuta nel 1902 da un sepolcro all’interno del chiostro; ma fu solamente con la prova del DNA effettuata un secolo dopo dall’equipe dell’antropologo Francesco Mallegni, che si potè stabilire quanto segue:

  • le ossa appartenevano a cinque uomini adulti di tre generazioni diverse della stessa famiglia, di cui uno molto anziano (alla morte il Conte doveva avere un’età di quasi 80 anni, eccezionale per il tempo, mentre i figli dovevano essere poco più che quarantenni ed i nipoti ventenni);
  • dei cinque scheletri analizzati, quattro appartenevano a due coppie di fratelli;
  • il confronto con il DNA dei discendenti in vita dei Della Gherardesca, attribuisce l’appartenenza di quei resti alla famiglia, con un margine di errore esiguo.

Il Professor Mallegni potè però stabilire che ben difficilmente il Conte avrebbe potuto essersi cibato di carne in prossimità della morte, sia perché probabilmente dotato di una dentatura precaria, data l’età, e sicuramente inadatta a mordere carne cruda, sia per l’assenza di zinco e presenza di magnesio nelle ossa, indice del fatto che Ugolino nelle settimane prima del decesso aveva avuto una dieta assai povera, probabilmente pane e acqua, ma non certo carne.

La tesi del ritrovamento venne, però, messa in dubbio nel 2008 dalla Dott.ssa Paola Benigni, ex sovrintendente ai Beni Artistici della Toscana la quale si basò prevalentemente sul fatto delle approssimative procedure per la traslazione dei resti dal chiostro alla Chiesa, durante la quale furono distrutti diversi reperti, compresa la tomba originale; tra l’altro fu ipotizzato che, data la carneficina alla quale fu dato luogo dopo la cattura del Conte, in quella tomba potessero essere stati deposti molti altri corpi dei Della Gherardesca, non necessariamente quello del Conte Ugolino stesso. Il dubbio deriva dal fatto che i documenti relativi all’operazione, non furono gli originali del 1902 (mai ritrovati), ma copie del 1928 quando un’ulteriore restauro teso a far divenire la Chiesa una sorta di Pantheon pisano, può far pensare ad un tentativo durante il regime fascista di dare ulteriore lustro a quel luogo inventando una sepoltura (quella del Conte Ugolino, appunto) forse mai avvenuta.

 

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     Il Conte Ugolino - Jean-Baptiste Carpeaux, 1861

 

In effetti tutta la vicenda potrebbe derivare da una serie di equivoci e, alla fine, entrambi gli esperti potrebbero avere una qualche ragione: è infatti molto probabile che le ossa appartengano a membri della famiglia Della Gherardesca; è anche possibile che nella tomba di famiglia possano essere stati tumulati dei fratelli, in un’epoca in cui si facevano molti figli. Altrettanto probabile che l’Arcivescovo Ruggiero si sia guardato bene dal concedere una sepoltura del Conte e dei discendenti all’interno della tomba di famiglia, vistò che dopo la strage si adoperò per cancellare dalla città la memoria dei Della Gherardesca; è pur vero che la tomba di famiglia, allora nella Chiesa di San Francesco ed oggi situata nel Cimitero Monumentale in Piazza dei Miracoli, fu salvata dallo scempio. Che dire infine delle mistificazioni operate durante il ventennio fascista al solo scopo di esaltare il Regime e, quindi, la Patria e la sua storia?

Ma ciò che colpisce ancora di più è la menzognera crudeltà di Dante il quale, pur di prendersela con i pisani, ha probabilmente inscenato un episodio di cannibalismo, dando sfogo ai racconti del tempo e ingigantendone la gravità nel presentare i nipoti del Conte come due fanciulli quando, al contrario, si trattava di adulti già sposati, così condannando il povero Ugolino ad una memoria di dannazione dopo che di tutto era stato fatto per cancellarla.

 

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

 

Nella menzionata storia della famiglia, l’ultimo Conte Ugolino della Gherardesca cita a pag 90 un racconto tratto dall’opera dello storico tedesco Davidsohn:

<<Gherardesca, la figlia del Conte Ugolino che aveva sposato Guido Novello dei conti Guidi del Casentino, stava un giorno passeggiando in compagnia di una cognata nei pressi di Campaldino. La prima delle due dame era, come il padre, di larvata fede guelfa e la seconda invece era di convinti sentimenti ghibellini in quanto figlia di quel Buonconte da Montefeltro, che, proprio nella battaglia di Campaldino, era morto combattendo, contro i guelfi fiorentini, al fianco dei ghibellini d’Arezzo. Nell’attraversare i campi dove si era svolto quel sanguinoso scontro, la figlia del conte Ugolino disse ad un certo momento alla cognata: “guardate, madama, come sono nate abbondanti queste biade e questo grano. Sono certa che il terreno risente ancora di quella grassezza”. Era lampante a qual tipo di concimazione intendesse riferirsi Gherardesca. Ribatté allora prontamente la figlia di Buonconte: “sono assai belli invero ma speriamo che giungano a maturazione prima che alcuno di noi non abbia a morir di fame”. Anche in questo caso era facile intuire a che cosa volesse riferirsi la cognata di Gherardesca.>>

 

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La piana di Campaldino

 

Quasi a voler ribadire la ferma volontà della famiglia di non dimenticare l’evento drammatico che l’aveva colpita, in molte generazioni future sarà battezzato un nuovo Conte Ugolino; oltre a quello che ha scritto la storia della famiglia, mi piace ricordare il Senatore del Regno Ugolino Della Gherardesca il quale, oltre a condurre la delegazione che consegnò al Re Vittorio Emanuele II il risultato del plebiscito con il quale il Granducato di Toscana chiedeva l’annessione al Regno d’Italia, fu colui che portò a termine la piantumazione dei cipressi che contornano il famoso viale immortalato dal Carducci nella poesia “Davanti San Guido”

 

             I cipressi di Bolgheri
(cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

 

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —
Perché non scendi ? Perché non ristai ?
Fresca è la sera e a te noto il cammino…

da Davanti a San Guido di Giosuè Carducci

 

 

NDR – Chiunque abbia affrontato almeno il quinquennio di un qualsiasi liceo conosce molto bene la quantità di interpretazioni date alle singole parole di Dante e quante metafore sono state ipotizzate sui concetti da lui espressi; il Canto XXXIII ne è uno dei più ricchi ma, al fine di mantenere la narrazione nell’ambito del “racconto di una storia”, ho cercato di limitarne i riferimenti, peraltro assai copiosi nella storia della Letteratura Italiana. 
Interpretazione del titolo

 

 

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