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La Cattedrale dei Pini

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The Pickup Truck, 2014 (Il Camioncino)

La Cattedrale dei Pini

La serie di fotografie di Gregory Crewdson segue percorsi di una dettagliata ed inquietante  normalità sondati anche da Diane Arbus, Alfred Hitchcock, ed Edward Hopper.

Comunicato stampa della Galleria d’arte Gogosian, NY

“È stato nel profondo delle foreste di Becket, nel Massachusetts che alla fine ho sentito il buio svanire, ho sperimentato una riconnessione con il mio processo artistico, e sono entrato in un periodo di intenso rinnovamento creativo e produttività.”
-Gregory Crewdson

 

Si consiglia di visionare le foto in alta risoluzione, cliccandone gli anteprima

 

 

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Woman at Sink, 2014 (Donna al lavandino)

 

La serie Cathedral of the Pines (Cattedrale dei Pini , 2013-14) è stata realizzata all’interno di e intorno alla città rurale di Becket, Massachusetts, durante tre sessioni di produzione in loco. Nelle immagini che ricordano dipinti, americani ed europei del XIX secolo, Crewdson ha fotografato figure nei boschi circostanti, tra cui l’omonimo sentiero dal quale la serie prende il titolo. Scene di interni carichi di ambigue tensioni sondano una narrativa tra l’arte, la vita, il collegamento e la separazione, l’isolamento e l’intimità.

 

 

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The Motel, 2014 (Il Motel)

 

 

La serie comprende trentuno stampe a pigmenti digitali, ciascuna delle quali misura 114.3 cm × 147.32 cm incorniciate. In Woman at Sink (Donna al lavandino), una donna prende una pausa dai suoi lavori casalinghi, persa nei suoi pensieri. Nel Pick Up Truck (Il Camioncino) Crewdson ritrae una coppia nuda nel pianale di un camion parcheggiato in una densa foresta – la donna seduta, l’uomo a riposo gli volge la schiena. Crewdson colloca i suoi soggetti sconsolati in ambienti familiari, ma le loro azioni criptiche – il loro star in piedi nella neve o il loro esser nudi vicino all’argine -suggeriscono sfide invisibili. Cosa siano queste sfide, e quale sarà il destino che attende queste figure anonime, sono lasciati alla fantasia dello spettatore.

 

 

Per più di vent’anni, Crewdson ha utilizzato le strade e gli interni dell’America delle piccole cittadine, come ambientazioni per le sue incarnazioni fotografiche dell’inquieudine. Lavorando con una équipe di collaboratori, pianifica le sue immagini meticolosamente come qualsiasi regista, dalla serie notturna Twilight (Crepuscolo, 1998-2002); alla cerebrale Beneath the Roses (Sotto le rose, 2003-08); a Sanctuary (Santuario, 2009). La sua attenta costruzione di suspense visiva ci ricorda suoi predecessori come Diane Arbus, Alfred Hitchcock, e Edward Hopper. Nella Cattedrale dei Pini, i leitmotiv psicologici persistenti di Crewdson evolvono in drammi intimi figurative.

Un libro interamente illustrato con un saggio dello storico dell’arte Alessandro Nemerov uscirà (edito da Aperture) in concomitanza con la mostra alla Gagosian Gallery di New York, dal 28 gennaio al 5 marzo 2016.

 

 

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The Basement, 2014 (Il seminterrato)

 

 

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The Shed, 2013 (La capanna)

 

 

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The Disturbance, 2014 (Il Tumulto)

 

 

Le fotografie nella prima mostra personale di Gregory Crewdson a New York in sei anni sono un’estensione delle sue caratteristiche raffigurazioni di incontri inquietanti nelle case e nei quartieri americani, ma a differenza di prima queste nuove opere sono ambientate in un contesto più rurale, una foresta. La loro luce soffusa deriva dalle sue produzioni su larga scala, lo stile cinematografico e l’esteso lavoro in post-produzione.

 

The Haircut, 2014 (Il taglio dei capelli)

 

 

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Beneath the Bridge, 2014 (Sotto il ponte)

 

 

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Father and son, 2014 (Padre e figlio)

 

Gregory Crewdson parla della Cattedrale dei Pini

Questo corpo di lavoro ha tratto il titolo dal nome di un sentiero in un area naturale intorno a Becket, Massachusetts. Ciò che ha attirato la mia attenzione del Cathedral of the Pines (Cattedrale dei Pini) era la sua bellezza e come mi ha ricollegato al mio passato; mi ha ricordato della mia infanzia quando ero solito praticare lo sci di fondo. C’è sicuramente, per me, uno sforzo spirituale nel creare le immagini e nel provare a riconnettermi con la natura e con me stesso. Il rapporto tra le figure solitarie e la natura ha un ruolo fondamentale nelle immagini.

Il mio assioma è che ogni artista ha una storia da raccontare e che finisce sempre per essere interessato alla stessa questione centrale. La mia intenzione era di cercare di realizzare le immagini più incantevoli possibili, ma poi alla fine che dimostrassero anche un senso di tristezza e di disconnessione. Non posso farci niente, questo è quello che faccio. La mia pratica è introversa; non accade molto sulla superficie delle cose, intenzionalmente. Eppure c’è sempre un senso di nostalgia e di desiderio, di disconnessione ed un disagio silenzioso.

 

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Le immagini hanno anche comportato un ampio lavoro di post-produzione. Ho stampato nel mio studio ed ho trascorso due anni in post-produzione, a stampare ripetutamente, faticosamente spingendo i pixel in giro finché si avvertono le immagini come qualcosa di quasi trasparente e quasi nudo. Il lavoro ha anche una qualità elevata. Tutto è iper-a-fuoco ed tutti i colori creano una sorta di plasticità. È davvero difficile definirne la particolarità. È solo una sensibilità complessiva.

Trovo che le mie foto stanno tornando indietro all’utilizzo del colore,  all’illuminazione, e all’approccio cinematografico come nella mia precedente serie Beneath the Roses (Sotto le rose), ma in un modo molto più tranquillo, e solo in ambienti lontani da situazioni urbane. A differenza delle mie uscite precedenti, un segno distintivo di questa nuova serie è che non abbiamo lavorato in teatri di posa o in strade popolate. La scala è relativamente intima; non sono immagini enormi, sono più intime, con un sacco di corpi e tanta carne. Inoltre ho sempre lavorato con un team di persone, e collaboratori di lunga data, tra cui il mio direttore  della fotografia Rick Sands, tra gli altri, che sono ben versati nelle convenzioni della produzione cinematografica. Ma l’obiettivo questa volta era di provare ad utilizzare il colore e la luce in un modo più pittorico che cinematografico.

Alla fine, però, è fondamentale ricordare che queste sono fotografie e non dipinti o filmati. La mia prima devozione è alla fotografia. A differenza di un dipinto, una fotografia avrà sempre quella connessione con il reale. Non importa quanto ben curata possa essere, è sempre radicata in un momento realmente accaduto – come una traccia, un documento. Mi piace che le fotografie – hanno una connessione alla vita reale. E, naturalmente, a differenza di un film, una immagine è congelata e muta, non ha inizio e non ha fine. Vi è un privilegio nel cercare di rendere quel momento il più bello e straordinario possibile.

Raccontato ad Alex Fialho
(Traduzione Redazione Modus)

 

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Woman in Parked Car, 2014 (Donna in auto parcheggiata)

 

 

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Mother and Daughter, 2014 (Madre e figlia)

 

 

The Barn, 2014 (Il fienile)

 

 

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Reclining Woman on Sofa, 2014 (Donna a riposo sul divano)

 

 

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Woman in Living Room, 2014 (Donna in salotto)

 

 

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The Den, 2013 (Il soggiorno)

 

 

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Seated Woman on Bed, 2014 (Donna sedua sul letto)

 

 

The Mattress, 2014 (Il Materasso)

La Cattedrale dei Pini

Immagini © Gregory Crewdson

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1 comment

  1. M.Ludi 27 marzo, 2016 at 15:30

    Foto bellissime, inquietanti che colgono attimi nei quali la vita sembra aver abbandonato i soggetti definitivamente rendendo quegli stessi attimi eterni, come se non ci fosse mai stato un prima e un dopo.
    Tecnica fotografica sopraffina e maniacale attenzione alle luci che uniti ad una lunga lavorazione in studio, ci consegnano delle costruzioni di fronte alle quali si resta attoniti.

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