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Cosa significa essere neri

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Cosa significa essere neri agli occhi della società?

 

Ho riflettuto a lungo su questa domanda dopo che mi è indubbiamente rispuntata in testa a causa dell’attuale dibattito sulla disuguaglianza razziale negli Stati Uniti e nel mondo. Penso che la parola Nero sia la più provocante, per descrivere le persone, fra quelle usate nel 21° secolo. È una parola carica di connotazioni di ogni tipo, affastellate su coloro che identifica. Nel Nord America poi, Nero è sommariamente utilizzato per chiunque abbia qualche caratteristica africana nel proprio aspetto. La parola emerse con il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, quando i termini ‘Negro’e ‘Coloured’ caddero in disgrazia, poiché portatori dello stigma di sub-umanità attribuito precedentemente agli schiavi d’origine africana.
La stessa parola Nero pare proprio negare automaticamente qualsiasi altra porzione di eredità o etnia che una persona possa avere, creando istantaneamente nelle menti di molti un’etichetta di alterità, differenza, non appartenenza. Più che una parola, riferita a persone, è un costrutto basato su uno stereotipo, creato in America e spacciato al resto del mondo tramite la stampa e gli altri media. Oltre al colore in sé, si riferisce a certe caratteristiche riguardanti gusti culinari, musicali e culturali in generale. Se una persona di colore mostra simpatia o interesse, ad esempio, per la musica o qualsiasi forma d’arte non considerata tipica della sua razza, si trova ad affrontare possibili esclusioni e giudizi negativi. Questo fa venire in mente un fatto accaduto alcuni anni fa ad un gruppo di donne di colore statunitensi che stavano andando in treno ad un picnic organizzato dal loro Club del Libro a Napa Valley in California. A seguito di alcune lamentele furono tutte prontamente rimosse dal treno, con la motivazione che causavano troppo chiasso, “disturbando” gli altri viaggiatori. Sui giornali fu pubblicato un falso resoconto dell’incidente, con accuse per le donne di aver arrecato offese sia verbali che fisiche agli altri passeggeri. Successivamente i fatti si chiarirono, e dopo una causa intentata alla società ferroviaria, le donne furono indennizzate.

 

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La popolazione nera è spesso caratterizzata come non sofisticata, ma coloro che osano discostarsi da questo stereotipo vengono percepiti da molti come arroganti, poichè cercano di far parte di qualcosa a cui intrinsecamente non appartengono. Le gente nera, all’interno di un meccanismo che stereotipa le persone sulla base dell’appartenenza razziale, non è incoraggiata dalla società a sentirsi se stessa. Qui sta l’essenza del privilegio di cui godono i bianchi: la libertà di esistere senza il peso costante di un’etichetta loro imposta dalla società. Nei paesi africani non soggetti a una storia di segregazione, le persone di solito non si riferiscono a se stesse come nere, in quanto non ritengono che il termine li rappresenti.
Potrei essere tacciata di affermare l’ovvio dicendo che nella società occidentale i neri sono stati a lungo soggetti a disparità di trattamento da parte delle autorità, delle istituzioni e della società in generale. Negli Stati Uniti c’è stata e ancora c’è un’enorme disparità tra i neri e gli altri gruppi etnici, specie in relazione ad episodi di brutalità, sia da parte della polizia che da parte dei membri della società. L’orrenda natura di questi eventi spesso non è pienamente percepita dall’opinione pubblica, e i loro autori non sono generalmente puniti in modo commisurato ai loro crimini. Non ho bisogno di citare statistiche, e la recente uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto rappresenta una sorta di culmine di questo tipo di avvenimenti. L’esplosione delle lunghe proteste da ciò derivate, sono indice dell’enorme frustrazione provata non solo dalle persone di colore, ma da chiunque, qualsiasi sia la sua estrazione, abbia un cuore e un certo senso di umanità. Questa violenza è l’espressione della forma di razzismo più evidente e viscerale.
Ci sono poi molte altre forme di razzismo, come ad esempio l’eccessiva presenza di uomini di colore nel sistema carcerario americano, molti dei quali che scontano pene eccessive per i crimini commessi, o sono stati imprigionati con false accuse. Negli Stati Uniti l’uso pretestuoso di incarcerare i neri risale al periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù, allo scopo di metterli ai lavori forzati a scopo di lucro. In questo sistema carcerario, persone nere venivano arrestate e ingiustamente recluse per reati minori come il vagabondaggio, e poi usati come prestatori di lavoro non retribuito. La schiavitù così continuava con un diverso nome.

 

Baton Rouge, Louisiana, 2016. Ieshia Evans, infermiera di New York,affronta con calma la polizia in tenuta antisommossa.  (cliccare immagine per miglior risoluzione)

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Meno eclatanti ma certamente ugualmente disumanizzanti sono le micro aggressioni che oggigiorno le persone di colore sono costrette a subire quotidianamente. L’autenticità di questi episodi è di solito molto più difficile da dimostrare, poiché la loro validità si basa su testimonianze soggettive. Ciò lascia spazio a dubbi sulla loro fondatezza, anche perchè gli autori di questa sottile forma di abuso sono spesso in grado di negarli, dipingendo le loro vittime come persone eccessivamente sensibili. Ci sono moltissimi casi di discriminazione ed abusi quotidiani che possono essere raccontati come esempio. Una famiglia nera fatta sedere nei posti meno desiderabili di un ristorante, o che deve aspettare un tempo eccessivamente lungo per il servizio. L’essere eccessivamente sorvegliati in negozi o in spazi pubblici come i musei, con una maggiore probabilità di essere richiamati per piccole infrazioni alle regole. C’è poi l’odioso riferirsi a persone di colore con il termine la vostra gente.
Non c’è dubbio che sono stati compiuti progressi dai tempi dell’attuazione delle leggi chiamate Jim Crow(1) e dal susseguente inizio del movimento per i diritti civili in America. Persone di colore oggi godono delle libertà sociali e di altra natura che una volta erano considerate impossibili. Tuttavia, nonostante siano passati tanti anni, una percezione in gran parte negativa, ed episodi sporadici di odio razziale ancora persistono. La guerra al razzismo non è affatto terminata. La domanda principale che dovremmo porci è: Perché continua così tanti anni dopo l’abolizione della schiavitù e l’adozione di leggi sull’uguaglianza dei cittadini? La risposta sta chiaramente nel fatto che agli occhi della società di oggi la designazione Nero tuttora equivale a quella di “meno degli altri”. Questa è la cruda verità.

 

È necessaria la distinzione di razza?

 

Stando così le cose, avrebbe senso che si prendessero misure per cambiare la percezione all’interno della società. Credo che finché continueremo a etichettare un intero gruppo di persone con una parola che porta con sé secoli di tara, negatività e disumanità, lo stigma non potrà che continuare. Nella psiche pubblica, questa visione negativa è così radicata che è praticamente impossibile cambiarla, e per questo è necessario ricominciare da capo. Credo che la volontà di etichettare una persona come nera sia connessa al desiderio di determinare i modi in cui questa possa essere trattata, attribuendole comodamente lo status di cittadino di seconda classe. Il cercare la soluzione fa sorgere la domanda: “È necessaria la distinzione di razza?” E inoltre: “la distinzione non dovrebbe basarsi solo su parametri culturali?” Fatta eccezione per le società veramente omogenee, persone di diversa origine etnica appartenenti alla stessa area geografica, come ad esempio i Caraibi e gli USA, hanno esperienze collettive, riconoscibili e distinguibili come tali. Questa forma sostitutiva di classificazione potrebbe potenzialmente soddisfare la necessità oggigiorno sempre più pressante di classificare, scoraggiando al contempo la tendenza a pregiudizi. L’unica ragione per identificare un’origine razziale rimarrebbe quindi quella di natura sanitaria, con la quale studiare la composizione genetica di una persona, facilitando la pianificazione del miglior trattamento medico.

Che cosa c’è in un termine?

Usare un colore per distinguere abitualmente le persone mostra una finalità peggiorativa; ancora di più quando si tratta di un colore associato all’oscurità, all’impurità e all’assenza di luce. Pensate a uno scenario nel quale, invece che essere chiamati neri, persone di etnia africana, pura o mista, venissero indicate come persone della razza perlata. Ciò evocherebbe sicuramente associazioni mentali più positive e predominate da pensieri di bellezza, diversità e valore.

 

Block party a Kingston, Giamaica

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Come ci si sente ad essere neri?

Posso onestamente dire che non avrei potuto rispondere a questa domanda prima di venire a vivere in Nord America. Sono nata e cresciuta in Giamaica da genitori di origine africana, con tracce di sangue scozzese, irlandese e inglese, come molti altri isolani. Nel XVII secolo la Giamaica, oltre ad essere un centro per la tratta britannica degli schiavi africani, divenne la dimora di lavoratori e prigionieri scozzesi e irlandesi, inviati sull’isola a partire dal turbolento periodo della repubblica di Oliver Cromwell. A metà del XIX secolo arrivarono dall’oriente indiani e cinesi, insieme ad un piccolo contingente di lavoratori migratori tedeschi. La conseguenza di tutto ciò è riassunto nel motto dell’isola: “Dai tanti, un solo popolo”. La Giamaica è stata una colonia inglese fino al 1962, quando ottenne la piena indipendenza. La sua lingua ufficiale è l’inglese, mentre la sua cultura è diversificata e distinta, avendo una miscela unica di elementi europei, africani e asiatici. La Giamaica è tuttavia essenzialmente un “paese nero” poiché la maggior parte degli abitanti ha origini africane con influsso di altre etnie. Persone di etnie diverse erano venute per vivere e relazionarsi nel comune obiettivo della sopravvivenza. In questa società quasi etnicamente omogenea nella quale sono cresciuta, le persone per lo più non sono definite dal colore della loro pelle.
Susseguentemente mi sono trasferita in Nord America, dove improvvisamente sono stata identificata per il colore delle mia pelle, con tutti le conseguenze che ciò comporta. Sono stata così relegata al ruolo, a me precedentemente sconosciuto, di “altro” (inteso in senso peggiorativo), di diverso, di meno degno. Una delle prime esperienze di questa mia nuova condizione si verificò su un autobus di linea, dove un ragazzo che stava li con amici, al momento di alzarsi per scendere mi pestò intenzionalmente e piuttosto energicamente un piede. Pensando inizialmente che si fosse trattato di un incidente, spostai il piede. Il ragazzo continuò a fare la stessa cosa, questa volta provocando risate tra gli amici. Non potevo credere a ciò che era accaduto, non essendo ancora cosciente dei costumi di questa società per me nuova.

 

Il peso dell’esclusione

In Giamaica svolgevo la professione di medico. Da quando sono venuta in Canada ho lavorato sodo, praticando anche qui la mia professione. Al mio arrivo avevo un alto livello di istruzione, e attualmente sto finanziariamente bene. Questo è un profilo biografico incoerente con lo stereotipo di una persona dalla pelle nera. Vivo in un quartiere benestante e anni fa, un sabato mattina, decisi di andare ad un Moving Sale(2) che si svolgeva nella mia zona. Avevo parcheggiato la macchina sulla strada, camminando verso la casa indicata dal cartello. Gli oggetti posti in vendita erano all’interno della casa e da lontano stavo notando due ragazzi indirizzare senza riserve alcune persone all’interno. Appena dopo che il bambino più piccolo, senza pregiudizio alcuno, mi aveva invitato liberamente ad entrare, la sorella maggiore, un’adolescente, lo rimproverò dicendogli di chiamare la madre, e a me di non entrare. La madre apparve subito e, dopo avermi vista, sorrise per coprire la situazione imbarazzante, invitandomi dentro. Inutile dire che me ne sono andata.

 

 

Tuttora continuo a evitare negozi di lusso quando non ho intenzione di acquistare qualcosa, per evitare l’umiliazione di essere osservata con sospetto mentre guardo la merce. Quando pianifico una vacanza, faccio ricerche sulle eventuali destinazioni per scoprire come in genere le persone di colore vi vengono accolte. Sto molto attenta su dove e con chi prenoto un AirBNB, in quanto in questi posti non c’è la protezione garantita da un hotel. Una volta ho avuto l’esperienza di soggiornare in un appartamento del genere in un quartiere di Boston. Mentre i padroni di casa e l’alloggio risultarono ottimi, rimasi inorridita da un commento sentito una sera, mentre io e mia figlia tornavamo a casa dopo aver assistito ad uno Street Festival. “Cominciano ad esserci troppi negri qui attorno! Così disse a voce alta qualcuno da un gruppo di persone che bazzicavano per strada. Non ci voltammo a guardarli, affrettandoci piuttosto a rientrare a casa.
Ho avvertito la ferita dell’esclusione anche nel quartiere dove ora vivo. È una zona nuova nella periferia di Toronto, e la mia fu una delle prime famiglie a comprarvi una casa monofamiliare. A quei tempi, quando la comunità si era appena formata, andavamo tutti d’accordo. Ma successivamente non ho potuto fare a meno di notare che la mia famiglia cominciava ad essere esclusa da diversi eventi sociali organizzati da quel gruppo originario di vicini. Tuttavia la cosa più straziante da osservare, per me è stato l’effetto provocato su mia figlia della sua emarginazione sociale, quando frequentava le scuole superiori. A quei tempi lei aveva perennemente la sensazione di essere tenuta di proposito a debita distanza dai suoi compagni di scuola, solamente per essere percepita in qualche modo diversa e non appartenente a quel mondo. Essere allo stesso tempo donna e nera è stato per lei un “doppio smacco” che automaticamente la collocava figurativamente all’ultimo banco dell’ultima fila della classe. Nella sua scuola le ragazze nere raramente venivano invitate ad un party o trovavano un cavaliere per la festa del Prom(3), in quanto bellezza e attrattiva vengono oscurate dal colore della loro pelle.
Quelle esperienze giovanili sono state dolorose e scoraggianti.

 

"The Invisible Man", 1952. Foto: Gordon Banks   (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Non consentirò tuttavia a tali esperienze di definire o caratterizzare completamente le mie opinioni. Ho avuto la fortuna di incontrare persone adorabili e premurose sia all’interno che all’esterno della mia attività professionale. Mi considero inoltre fortunata di vivere in una società come quella canadese, nella quale, sebbene il razzismo sistemico esista, la sicurezza fisica, mia e della mia famiglia, non è mai stata a rischio a causa del nostro colore. Tuttavia gli episodi di aggressività ed esclusione sopra menzionati erodono insidiosamente la fiducia, e favoriscono l’insicurezza e l’angoscia in coloro che ne sono vittime. Si inizia a dubitare di se stessi, a mettere in discussione le proprie capacità, arrivando persino ad accusare di razzismo interi gruppi di persone. Dover affrontare questi problemi mette in discussione la propria capacità di riflettere e di visualizzare obiettivamente ogni situazione per quella che è. Conducendo così le persone a pensieri opposti: da una parte intrisi per ansia e amarezza, e dall’altra contribuendo a renderli più forti. Percorsi di pensieri che però comportano entrambi il peso dell’isolamento.

 

 

Campagna "56 Black Men" - (cliccare immagine per miglior risoluzione)

Come procedere?

A mio giudizio il problema potrebbe essere che continuiamo ad affrontare la questione dell’intolleranza razziale soltanto da una prospettiva intellettuale. Facendo cioè appello alle persone attraverso mezzi cognitivi, chiedendo loro di analizzare l’ingiustizia di ciò che sta accadendo. Sebbene questo approccio possa portare ad un certo successo, potrebbe essere più efficace suggerire che le persone provino semplicemente a capire, applicando sentimenti e empatia verso gli altri.
In effetti molti di questi problemi potrebbero essere risolti se, collettivamente, potessimo metterci nei panni degli altri. Proviamo a pensare a come ognuno di noi si sentirebbe se dovessimo affrontare certe umiliazioni ed offese. Quale genere di emozioni evocherebbero? Tutti desideriamo essere rispettati dagli altri per quello che siamo, piuttosto che per come appaiamo ai loro occhi. Cito il reverendo Martin Luther King:
Ho un sogno. Quello che i miei quattro figli un giorno vivano in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della loro pelle, ma da ciò che è contenuto nel loro carattere.

Perché non cominciare da casa nostra?

La migliore possibilità per realizzare un serio cambiamento è quella di educare le nuove generazioni, influenzando positivamente i loro pensieri e le loro percezioni. La responsabilità sociale incombe sui genitori. Non solo insegnando ai propri figli ad astenersi dal colorare il loro punto di vista sulle persone, ma anche inducendoli a continuare a pensare in questo senso e nel monitorare le influenze a cui sono soggetti dai pari età, dai gruppi sociali e dai social media.
Tutto questo richiede una valutazione onesta da parte di tutti sul proprio atteggiamento nei confronti degli altri, col porsi domande quali: “In che modo ho trattato o risposto al mio prossimo? Con disprezzo e distacco, oppure con pensieri compassionevoli e comprensivi?” La mia sensazione è che questo è ciò che Gesù intendeva quando parlava dell’amare il prossimo. L’essere in grado di specchiarsi nell’altra persona, il che ovviamente richiede di vederlo come un altro essere umano uguale a noi: soggetto al nostro stesso livello di sensibilità d’animo.
Molti pensano che le grandi azioni e l’attivismo di massa siano la risposta a tutto. Sebbene ciò possa essere vero per quanto riguarda il cambiamento a livello politico, potrebbe non bastare a migliorare le nostre relazioni interpersonali, sia a livello personale che sociale. Semplici atti quotidiani di amore e comunione diretti agli altri, facilitati dal mettere da parte il nostro ego, fanno molto di più per eliminare il flagello, non solo del razzismo, ma di tutte le altre forme di discriminazione.
Potrei essere presa come un’idealista, ma da qualche parte dobbiamo pur iniziare. Perché non cominciare da casa nostra?

 

 

 

Traduzione Redazione Modus

 

 

 

(1) Le cosiddette Jim Crow Laws sono un vasto gruppo di leggi emanate negli USA tra il 1870 e il 1965 da legislature locali per privare del diritto di voto e trattare di fatto gli ex schiavi neri e i loro discendenti come cittadini di seconda classe. Il principio giuridico delle leggi era basato sul concetto ipocrita di “separati ma uguali”, imponendo la segregazione tra bianchi e neri nelle scuole, luoghi e trasporti pubblici, nei servizi igienici, nei ristoranti e negozi. L’esercito americano era segregato già dai tempi della guerra di secessione, mentre la segregazione dei luoghi di lavoro negli uffici federali fu istituita nel 1913. Le strutture pubbliche riservate agli afroamericani erano costantemente di livello inferiori e cronicamente sottofinanziate, se non addirittura totalmente assenti. Come organo giuridico, le leggi Jim Crow istituzionalizzarono per oltre un secolo considerevoli svantaggi economici, educativi e sociali per gli afroamericani, specie di coloro che vivevano nel Sud, e furono progressivamente abolite soltanto negli anni sessanta con l’amministrazione Kennedy.

(2) Moving Sale, conosciute anche come Garage Sale o Yard Sale, sono occasionali vendite private fatte in maniera informale da cittadini comuni che si vogliono disfare di parte del contenuto delle loro cose, in occasione di traslochi o di pulizia e riorganizzazione della casa. Gli oggetti messi in vendita, sono molto disparati e ci si trova di tutto. Da cianfrusaglie ad attrezzi, libri, riviste, dischi, vestiti, mobilia, raramente anche vecchi e rari, offerti a prezzi molto bassi. Il ricavato di solito viene dato ai bambini della famiglia e il rimanente viene messo in spazzatura. Questi eventi, ora più rari, erano molto popolari e richiamavano molti vicini, dando l’occasione, più che per fare compere, per curiosare sui gusti e abitudini dei vicini, specie se di origine etnica diversa dalla propria.
(3) Prom (abbreviazione di Promenade dance) è la comune definizione della festa da ballo di fine anno patrocinata da tutte le scuole superiori nei paesi di tradizione anglosassone. L’importanza di questa festa è data dal fatto che gli invitati sono studenti dell’ultimo anno che hanno ottenuto il diploma, per consentire loro di dare un addio formale sia agli studi che alla propria adolescenza. È di rigore che gli studenti invitati vengano al ballo di gala vestiti in maniera formale e in coppia, scegliendosi un partner preferibilmente tra gli studenti della scuola. La popolarità o meno di uno studente viene misurata proprio dal partner che porta alla festa. Questo ballo di fine anno è considerato uno degli eventi principali dei giovani nordamericani, è molto famoso nella cultura popolare, ed è spesso raffigurato in film e racconti.
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