le storie

Il lungo cammino di San Giacomo il Maggiore

   La statua di San Giacomo (Jacopo) sopra la facciata di S.Zeno a Pistoia 

Il lungo cammino di San Giacomo il Maggiore

Nel mondo cristiano, già dai tempi in cui i credenti erano perseguitati, si sviluppò la vocazione per il pellegrinaggio verso la Terra Santa, nei luoghi ove il Cristo era vissuto ed aveva costruito le fondamenta della nuova religione. Nei secoli, nonostante questa tendenza venisse fortemente osteggiata per motivi di ordine pubblico, il numero di persone che si mettevano in viaggio, spesso senza avere alcuna idea se avrebbero mai fatto ritorno, crebbe in modo esponenziale raggiungendo il suo massimo nel Medioevo quando, con le Crociate, si intese rendere quell’esodo più sicuro e fruibile. Contemporaneamente si svilupparono altre due direttrici sulle quali i pellegrini si incamminavano: una portava a Roma e l’altra a Santiago de Compostela, dove erano state deposte le spoglie dell’Apostolo Giacomo (cd. il Maggiore, o Jacopo) dopo che era stato decapitato a Gerusalemme nel 44 d.C. Al ritorno i pellegrini portavano con sé il simbolo del luogo che avevano visitato: una foglia di palma, le chiavi di San Pietro o la conchiglia, rispettivamente per chi era stato a Gerusalemme, Roma o Santiago de Compostela.     San Giacomo

 

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   La Capasanta o conchiglia di San Giacomo è il simbolo del Pellegrinaggio

 

La necessità per i pellegrini di venerare sia con la vista che spesso toccando con mano le reliquie, fece si che parti dei corpi dei Santi, sia in seguito a furto o saccheggio, che a vendita o comunque cessione da parte dei vari ordini monastici incaricati della conservazione, venissero estratte dai sepolcri per essere inviate ovunque ne venisse fatta richiesta. In particolare il culto di San Giacomo si diffuse per tutta l’Italia, tant’è che oggi sono 75 i Comuni italiani che lo hanno come patrono, il che fa supporre che a Santiago di Compostela, del Santo sia rimasto ben poco; d’altronde è noto che ormai da tempo, quello che era soltanto un pellegrinaggio di fede, si è trasformato in qualcosa di diverso: ogni anno decine di migliaia di persone intraprendono quel cammino, ognuno con un suo scopo, spesso solamente perché è il cammino, più che la meta, a dare un senso, a quel viaggio. Nonostante questa apparente dispersione, Pistoia divenne il primo luogo di culto Jacopeo al di fuori di Santiago di Compostela e, sin dal 1145, il più importante d’Italia; ancor oggi molte chiese e palazzi storici della città ne mantengono il ricordo, sia con le statue di Sant’Jacopo, sia con la raffigurazione della conchiglia, simbolo del pellegrinaggio.              San Giacomo

 

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Il Reliquiario di Pistoia, di Lorenzo Ghiberti. A destra la teca inferiore che
contiene reliquie del santo. Diocesi Pistoia (cliccare per miglior risoluzione)

 

Le reliquie di Sant’Jacopo disseminate per l’Italia indicavano quel percorso attraverso il quale i pellegrini, seguendo una delle tante varianti della via Francigena, si dirigevano verso le Alpi per poi seguire il Cammino francese sino ai Pirenei e quindi costeggiare l’Atlantico con le sue volubili condizioni climatiche per raggiungere l’ambito traguardo in Galizia. Tra i moderni pellegrini, quelli più allenati, per coprire i circa 800 km di sentieri che vanno dai Pirenei a Santiago, impiegano quasi un mese, ma naturalmente sino a Pamplona, arrivano quasi tutti con ben altri mezzi; i pellegrini medievali che dall’Italia si incamminavano alla conquista della conchiglia (o compostela), se strada facendo non si ferivano o si ammalavano, se nessuno li derubava o li uccideva, per giungere sulle ventose coste della Galizia impiegavano mesi, talvolta anni. Nonostante fossero tempi difficili, lungo tutto il percorso, proprio in virtù del culto del Santo, si svilupparono comunità, monasteri, ospedali e città ove i pellegrini trovavano rifugio e ristoro, e più pellegrini arrivavano, maggiore diveniva il prestigio della chiesa o del monastero che li ospitava.       San  Giacomo

Una delle tappe principali del percorso, come detto, divenne la città di Pistoia dove già dall’ 849 il culto di Sant’Jacopo si era sviluppato per chiedere protezione dalle scorribande dei saraceni che risalivano la penisola dopo essere sbarcati sulle coste tirreniche. La loro presenza in quella zona deve aver sorpreso alquanto poiché ben altri erano gli eserciti che transitavano nella direttrice longitudinale dello stivale; evidentemente, però, già a quei tempi le notizie circolavano ed era quindi risaputo che gli spagnoli (assai più avvezzi alle frequentazioni moresche) usavano chiedere l’intercessione del Santo galiziano contro le aggressioni degli agguerriti eserciti arabi.

 

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 San Jacopo alla Battaglia di Clavijo , di José María Casado del Alisal (1885)
                Wikicommons (cliccare per miglior risoluzione)

 

Sul culto Jacopeo in Spagna merita fare un cenno, tali e tante sono state le sue conseguenze in un lasso di tempo durante il quale si è combattuta una delle più lunghe e cruente guerre sul suolo europeo. Come ricordato, morto decapitato nel 44 d.c., le sue spoglie furono trafugate e portate in Spagna ove la tradizione volle venissero ritrovate in seguito ad una visione durante la quale, nell’830, al monaco Pelagio venne indicato il luogo esatto della tumulazione, da quel momento ribattezzato “campus stellae” (campo della stella, odierno compostela).

Da subito il culto del Santo ebbe grande vigore in Spagna e fu oggetto, oggi lo possiamo affermare, di altrettanto grandi mistificazioni. In quel tempo buona parte della Spagna era sottoposta alla dominazione musulmana e fu proprio nel nome di Giacomo che prese il via la crociata per la cosiddetta “reconquista” della penisola iberica durata complessivamente oltre 700 anni visto che le prime battaglie si erano avute ben prima della scoperta della preziosa reliquia.                      San  Giacomo

Si narra che fu proprio perchè guidate dal Santo, apparso miracolosamente durante la battaglia di Clavijo in sella ad un cavallo bianco, che le truppe spagnole ebbero una grande affermazione alla quale ne seguirono altre anche se per arrivare alla definitiva fuga degli invasori si dovrà attendere il 1492, mentre Cristoforo Colombo si preparava alla sua storica impresa. La mitizzazione della figura di San Giacomo ebbe aspetti abbastanza grotteschi e si arrivò persino ad accomodare le date di eventi storici al fine di costruire un mito che lo portò ad assumere, prima l’appellativo di “matamoros” (ammazza mori) per poi divenire patrono della Spagna ed uno dei Santi più venerati dalla cristianità.                           San  Giacomo

 

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  Tombino a Santiago de Campostela. Commons (cliccare per miglior risoluzione) 

 

Anche a Pistoia le preghiere evidentemente sortirono l’effetto voluto e la città venne risparmiata; questo non poteva essere un segnale da trascurare, anche se ci vollero ancora quasi 300 anni prima che, dopo lunghe insistenze, il vescovo di Santiago acconsentisse ad aprire il sarcofago che conteneva il corpo del Santo, e vi infilasse una mano per trarne i frammenti ossei che adesso sono custoditi nel reliquiario opera di Lorenzo Ghiberti il quale si trova all’interno della Cappella del Crocefisso (detta anche “del Giudizio”) nella Cattedrale di Pistoia, insieme a quell’altare d’argento che rappresenta la principale attrazione, da secoli, del culto jacopeo in città.               San Giacomo

Come molte altre opere complesse e costose che si progettavano a quel tempo, la realizzazione dell’altare d’argento durò quasi 170 anni a partire dal 1287 e vi lavorarono decine e decine di orafi e scultori, tra i quali il Brunelleschi, Giovanni Pisano e Andrea di Jacopo d’Ognabene, allievo di Nicola e di Giovanni Pisano, il quale ripetutamente durante la sua vita dovette porre rimedio ai furti ed ai danni che l’altare subì. Ad un certo punto il continuo afflusso di pellegrini diretti al nord indusse a proteggere l’opera, cosicché nel 18° secolo, l’altare fu spostato dalla sua collocazione originaria in prossimità dell’ingresso alla Cattedrale, prima nella Cappella di San Rocco e poi in quella più sicura del Crocefisso, oggi protetta da un robusto cancello che consente l’accesso solo a visite guidate.                                  Giacomo

 

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  Altare argenteo di San Jacopo (1287-1456), oggetto del sacrilego furto da
  parte di Vanni Fucci.       (cliccare immagini per miglior risoluzione)

 

Del più famoso di quei furti e, soprattutto del suo autore, Dante fa menzione nel XXIV Canto dell’Inferno quando nella settima Bolgia dell’VIII Cerchio (le “malebolge”) dove si trovano i ladri, incontra uno dei personaggi che forse lo ha più disgustato tra tutti quelli menzionati nella Divina Commedia: Vanni Fucci

 

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».  

E io al duca: «Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;

 

Dante aveva conosciuto personalmente Vanni Fucci durante l’assedio della Rocca di Caprona nel 1289, quando Pistoia e Firenze avevano combattuto alleate contro Pisa per conquistare il Castello (poi raso al suolo), e rimase infastidito dal personaggio, crudele privo di moralità e di qualsiasi apparente virtù. Dell’assedio Dante aveva già fatto menzione, tanto per cambiare per parlare male di Pisa, nel XXI Canto dell’Inferno dove descrive la resa dei pisani (i diavoli), sospettoso sulle loro reali intenzioni di mantenere l’impegno di andarsene dal castello appena perduto:

 

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.

 

 

 

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         Le malebolge, l'apparizione di Vanni Fucci XXIV Canto dell’Inferno,
  di Gustave Doré. WikiCommons (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Di Vanni Fucci non si hanno molte notizie; figlio illegittimo di un nobile, tal Fuccio de’ Lazzari, guelfo di parte nera, sempre pronto a menar di mano o di spada, al soldo di questo o quel signore, assassino e ladro, nonché organizzatore di quello che al tempo venne considerato un evento assai importante: il furto sacrilego di alcune tavole dell’altare d’argento e di altri arredi della cappella, in una notte durante il Carnevale del 1293. L’episodio fece scalpore e mobilitò i magistrati del tempo i quali ci misero più di un anno, non senza aver commesso clamorosi errori giudiziari, per arrivare al principale colpevole e condannarlo a morte secondo l’usanza del tempo.             San  Giacomo    

E qui sorge un dubbio in quanto, non solo le cronache del tempo non fanno menzione dell’esecuzione del Fucci, lasciando intendere che questi fosse stato giudicato in contumacia, ma addirittura alcune fonti lo ricordano, negli anni successivi, vivo e vegeto impegnato in imprese riprovevoli nel nord della Toscana, e l’unico dato certo lo ricaviamo proprio da Dante il quale colloca nella sua Commedia solo personaggi vissuti antecedentemente all’anno 1300, ma sicuramente non più in vita alla fine dell’anno in cui immagina l’inizio del suo fantasioso viaggio. Questa regola ha due sole eccezioni  (Canto XXXIII dell’Inferno, Frate Alberigo e Branca d’Oria) giustificate da Dante nello stesso canto, proprio a voler rafforzare il principio generale. Come e perché proprio il Sommo Poeta abbia avuto così tanta certezza sulla fine di Vanni Fucci, non lo sappiamo, ma le sue parole sono inequivocabili.          San  Giacomo

 

poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,

 

in questi pochi versi, Dante fa dire al Fucci sia di essere morto (“..quando fui de l’altra vita tolto”), che di aver effettuato il furto (“..ladro a la sagrestia d’i belli arredi”).              San  Giacomo

Per avere un quadro complessivo della vicenda esistono, tra le altre, due fonti storiche alle quali riferirsi: la prima sono le “Notizie Inedite della Sacrestia Pistoiese de’ Belli Arredi” dello storico Sebastiano Ciampi, nella quale l’autore racconta del furto e delle successive vicende ad esso collegate (p.78-87), senza peraltro risolvere il mistero della fine del Fucci; la seconda sono le “Istorie Pistolesi” del Letterato Antonio Maria Biscioni il quale fa partire il suo racconto proprio dal 1300 e quasi all’inizio menziona Vanni Fucci (p. 46-52), libero e impegnato in omicidi e saccheggi prevalentemente contro i Guelfi di parte avversa. Il 1300, anno cruciale per la vita di Dante non solo perché in quell’anno, come menzionato, data l’inizio della sua avventura immaginaria, ma anche perché proprio nel 1300 venne eletto alla carica di Priore della città di Firenze, nella quale si distinse per la sua avversione ai Guelfi di parte Nera, dando così il via a tutta quella serie di avvenimenti che lo portarono alla condanna e poi all’esilio dell’anno successivo.                                   San  Giacomo

 

 

Come ricordato Dante conosce il Fucci durante l’assedio di Caprona nel quale combattevano (fiorentini e pistoiesi) alleati contro i pisani; da questa personale conoscenza e dagli avvenimenti successivi di cui deve essere venuto a conoscenza, deve aver tratta l’opinione che poi lo ha indotto a collocare il Fucci nelle “malebolge” del suo Inferno. Ma nel frattempo ci dev’essere stato anche altro in quanto, dopo quella breve parentesi nella quale entrambi erano schierati dalla stessa parte, tutto il resto della storia ha visto Dante e Vanni Fucci, costantemente in campo avverso: Dante fiorentino e Fucci pistoiese in un tempo nel quale Pistoia era costretta a subire l’ingerenza della potente città vicina; Dante Guelfo di parte bianca e Fucci di parte nera in un periodo nel quale lo scontro tra le due fazioni era continuo e spesso violento; Dante potente magistrato in Firenze e Fucci ladro e assassino, condannato in contumacia, ma pur sempre attivo e pericoloso.

 

 

Del Fucci, dopo la condanna si perde ogni traccia. Braccato dalla giustizia e da coloro che andavano in cerca di gloria, per lui valeva il detto spesso apparso sui manifesti nelle polverose strade della frontiera americana del 19° secolo: “Wanted – Dead or Alive”; ed alla fine della storia Dante ci dice: “fidatevi: alla fine del 1300 il Fucci era già morto”. Naturalmente non ci sono elementi storici certi per poter affermare che il Poeta abbia avuto parte attiva nell’esecuzione della condanna a morte di Vanni Fucci, ma qualche sospetto credo lo si possa maliziosamente avere. È persino logico che, alla fine, se così fossero andate le cose, Dante non se la sia sentita di confessare il fatto proprio nel momento in cui si ergeva, con la sua Commedia, a giudice morale di un lunghissimo periodo storico. Chiariamo, Dante non era quello che si suol definire uno stinco di santo; per anni aveva combattuto come Cavaliere, era stato a Campaldino durante una delle battaglie più cruente dell’epoca in Toscana e la carriera politica, anche allora non potevi farla solo animato da nobili principi ed onestà di comportamenti; inoltre il Fucci era una persona spregevole e per di più condannato a morte; detto questo …

 

 

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Due formelle laterali dell'Altare argenteo di San Jacopo, a Pistoia, evidenziati
in basso i segni lasciati dai chiodi di precedenti interventi di smontaggio e
ripristino. Foto dell'autore.    (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Terminato quel periodo turbolento, per molti anni a seguire l’altare è rimasto poi indenne da ulteriori sfregi sino alla seconda guerra mondiale quando, per metterlo al riparo dai bombardamenti venne interamente smontato e riposto in luogo sicuro per poi essere nuovamente ripristinato negli anni successivi alla fine della guerra. Anche se oggi possiamo ammirarlo nel suo splendore chiuso nella teca di vetro che lo protegge, ad un attento esame si possono notare le numerose cicatrici segno di un passato travagliato.            San  Giacomo

Fuori dalla Cattedrale, in alto, sul lato destro della facciata, la statua di Giacomo con “galero” (cappello a larghe falde),  “pellegrina” (corto mantello), “bordone” (bastone) e “scarsella” (borsa), sembra indicare ancora quella strada che i pellegrini dovevano seguire per incamminarsi, con incerto destino, verso l’ambita meta distante oltre duemila chilometri.

 

 

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L'imprescindibile per un pellegrino. (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

 

   Giacomo

 

Il lungo cammino di San Giacomo il Maggiore

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San Giacomo

 

 

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