le scienze

La scienza rende la filosofia obsoleta

 

di Rebecca Goldstein Newberger
SCI 040316-20-110Filosofa e scrittrice
(Traduzione Redazione Modus)

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Si crede che l’obsolescenza della filosofia sia spesso una conseguenza della scienza. Dopo tutto, la scienza ha una lunga storia nella quale eredita le domande sulle quali i filosofi hanno inutilmente farfugliato per spropositati lassi di tempo, per poi dar risposte definitive. È stato così fin dall’inizio. Quegli incontenibili antichi greci, Talete & Co., nel loro speculare sui costituenti ultimi del mondo fisico e sulle leggi che ne regolano i cambiamenti, ponevano domande che attendevano risposte dalla fisica e dalla cosmologia. E così è andata, con la scienza che trasformava i capricci della filosofia in teorie empiricamente verificabili, fino alla nostra epoca scientificamente esplosiva, quando il progresso della neuroscienza cognitiva e affettiva ha portato questioni come la natura della coscienza, del libero arbitrio e della morale – quelle perenni del curriculum proprio della filosofia – sotto lo sguardo di scienziati muniti di fMRI (risonanza magnetica funzionale). Il ruolo della filosofia nel settore della conoscenza, o almeno così va la storia, è quello di issare una bandiera segnaletica su cui è scritto “Cercasi scienza disperatamente“.

 

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Oppure, cambiando la metafora, la filosofia è una cella frigorifera in cui le domande vengono accantonate fino a quando le scienze andranno a manipolarle. O, per cambiare ancora una volta la metafora, i filosofi sono eiaculatori precoci che arrivano all’acuto troppo presto, che rovesciano il loro genio seminale senza alcun effetto. Scegli la tua metafora, la morale della storia è che la storia dell’espansione scientifica è la storia della contrazione filosofica, e la naturale progressione termina con l’eliminazione della filosofia.

 

Cosa c’è di sbagliato in questa storia? Beh, per cominciare è internamente incoerente. Non si può discutere se la scienza renda, o meno, la filosofia obsoleta senza indulgere in argomenti filosofici. Avremo inevitabilmente bisogno di discutere, per esempio, a favore di un criterio chiaro nel distinguere tra le teorie scientifiche e non scientifiche del mondo.

 

Quando incalzati per trovare una soluzione al cosiddetto problema della demarcazione, gli scienziati quasi automaticamente si aggrappano alla nozione di “falsificabilità” prima proposta da Karl Popper. E qual’era la sua professione? Filosofo. Ma qualunque sia il criterio che portiate al dibattito, il difenderlo vi coinvolgerà inevitabilmente nella filosofia. Allo stesso modo con l’inevitabile domanda, soprattutto per coloro che sostengono che la filosofia sia obsoleta –  “che cosa è che stiamo facendo quando facciamo scienza ?

Stiamo offrendo descrizioni della realtà e quindi estendiamo la nostra ontologia al fine di scoprire entità e forze utilizzate nelle nostre migliori teorie scientifiche? Abbiamo appreso, come vorrebbe il realismo scientifico, che ci sono geni e neuroni, fermioni e bosoni, forse un multiverso? Oppure questi sono termini teorici, non affatto intesi per essere interpretati come riferimenti a cose del nostro mondo, ma come semplici ingranaggi metaforici negli strumenti di previsione che chiamiamo teorie? Presumibilmente gli scienziati si preoccupano della questione filosofica se in effetti parlano d’altro, più che quando si cimentano in osservazioni sulla loro scienza. Ancor di più, l’idea che la scienza elimini la filosofia richiede una difesa filosofica del realismo scientifico. (E se pensate di no, attenti, perché per sostenerlo dovrete ricorrere ad un argomento filosofico.)

 

Uno scientismo trionfalistico ha bisogno della filosofia per sostenersi. E questa lezione va generalizzata. La filosofia si unisce alla scienza nel progetto della ragione. Il suo mandato è quello di rendere le nostre opinioni e le nostre attitudini al massimo della loro coerenza. Ciò la coinvolge nel compito di conciliare (nel senso inteso da Wilfrid Sellars) le immagini “scientifiche” con quelle “manifeste” del nostro essere nel mondo, che coinvolge ulteriormente la filosofia nel fornire il ragionamento “scientifico” di cui la scienza ha bisogno per rivendicare la propria immagine come descrittiva.

 

Forse il vecchio problema della demarcazione di distinguere lo scientifico è fuorviante. La delimitazione più importante è distinguere tutto ciò che è implicato in e conciliabile con le pretese scientifiche di conoscenza. Questo mi porta ad azzardare una risposta più utopica all’interrogazione “Quale idea deve morire” rispetto a quella che ho proposto nel titolo (La scienza rende la filosofia obsoleta) .
Quale idea della scienza dovrebbe andare in pensione? L’idea di “scienza” in sé. Mandiamola in pensione a favore della più inclusiva idea: “conoscenza”.

La scienza rende la filosofia obsoleta

SCI 181215-00-110  Introduzione alla serie “Questa idea deve morire”

 

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6 comments

  1. Genesis 15 marzo, 2016 at 06:42

    Filosofia è il connubio tra le parole “amore” e “conoscenza”. La filosofia pone in essere lo studio dell’essenza della natura umana e universale. Ognuno di noi è un filosofo, perché cerca di darsi risposte in merito a ciò che abbiamo intorno. Le risposte che “arrivano” provengono dalla scienza, dalla storia, dal “pensare comune”, da una religione, da un credo laico…portando l’ago della bilancia tra scienza e filosofia ben al centro della scala. Lontani sono i tempi in cui quest’ago pendeva dalla parte filosofico-religiosa.
    Questo per dire che scienza e filosofia camminano nei secoli dandosi la manina…

    • Gennaro Olivieri 15 marzo, 2016 at 11:10

      Ma il problema sta appunto nella fonte delle risposte, caro Genesis. Le risposte che ci arrivano dalla religione e da altre credenze, come dall’opinione comune, ci aiutano nella comprensione della realtà oggettiva del mondo, oppure ci allontanano da essa? Gi antichi greci, padri della filosofia occidentale, erano persone di cultura molto laica, e ricorrevano a spiegazioni religiose assai di rado. Nel greco antico c’è una bellissima forma verbale, il tempo aoristo (una specie di passato prossimo) del verbo “orào” (vedere). Questa forma, che è “èidon”, significa letteralmente “ho visto”, ma veniva praticamente usata per significare “io so”. Io so, in quanto ho visto, cioè traggo la mia conoscenza dall’osservazione diretta della realtà. Quindi, la base della comprensione di ciò che avviene attorno a noi, stava nell’esame oggettivo e imparziale: solo l’esperimento ti dà modo da “sapere” definitivamente, mentre ogni altra risposta non basata sull’osservazione ha a che fare col “credere” e non col “conoscere”.
      Anche quando avevano a che fare con l’irrazionale, o meglio, con l’inspiegabile, gli amici greci tenevano i piedi ben piantati per terra. La scritta sul tempio dell’Oracolo di Delfi: “gnothi seautòn”, conosci te stesso, indicava a quelli che si trovavano nel dubbio di cercare sempre delle risposte razionali. Se sei nell’incertezza, il problema sta nella tua testa, che con riesce a vedere con oggettività quello che succede intorno a te; ripulisci la tua mente dalle altre influenze, osserva con occhio limpido e saprai.

  2. andrea contarini 14 marzo, 2016 at 08:16

    La scienza ha a che fare con ciò che è misurabile, e in questo modo ottiene un’oggettività che non è verità certa. Penso che qualsiasi epistemologo sia d’accordo con questa affermazione.
    Le differenze nascono dal fatto di quanto debba essere radicale il rifiuto della verità (Kuhn, Popper, Lakatos, Feryerabend).
    Il termine “conoscenza”, che ha sedimentato tantissimi livelli di significato, può correre il rischio di essere come qualcosa di assolutamente certo (episteme, il sapere incontrovertibile).
    La filosofia è soprattutto l’arte del ragionamento partendo da domande significative. Kant sostiene che la ragione è “un’isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale”.
    Ciò che ho detto riguardo il senso di verità e di certezza mi sembra corroborato dall’interesse nella vita per tutti gli aspetti non misurabili, ma che suscitano la vita stessa.
    Come Kokab penso non si debba andare alla ricerca di un unico termine risolvendo scienza in conoscenza, ma differentemente da lui, ritengo molto più difficile una definizione di conoscenza rispetto a quella di scienza

  3. Kokab 9 marzo, 2016 at 00:57

    innanzitutto mi sembra opportuno premettere che il problema non ha un senso generale, “filosofia” è un termine molto largo che spazia nelle più varie direzioni del pensiero umano e studia in prevalenza materie che non sono affatto riconducibili alla scienza, dall’etica al diritto, dalla morale alla storia, dal linguaggio alla logica, dalla teoretica all’estetica, solo per citare le principali, e pur con tutti i vari sconfinamento nella matematica e nella fisica, la maggioranza di queste non hanno evidentemente un legame sufficientemente stretto con il criterio di verità di tipo scientifico, ammesso e non concesso che ce ne sia uno solo, ma sono piuttosto riconducibili ad un canone di libertà.
    delimitato quindi il campo di applicabilità dell’idea in discussione, credo sia vero che la scienza, “in una certa misura” può rendere obsoleta la filosofia, perchè dimostra o confuta tesi che la capacità di astrazione del pensiero aveva formulato per spiegare l’inspiegabile quando la scienza era giovane; ma la scienza invecchia? “in una certa misura” si, perché man mano che procede nell’ampliamento del sapere si lascia alle spalle conquiste che sono in larga misura definitive, ma proprio perché lo sono “in larga misura”, popper ci insegna, non sono definitive in senso assoluto, se no non sarebbero falsificabili: ciò potrebbe avvenire, se mai avverrà, al termine del processo della conoscenza, non prima, ma a prescindere dal paradosso che si verrebbe a determinare, spero non si voglia discutere il fatto che ne siamo comunque ancora molto lontani.
    quanto al problema della demarcazione, mi pare un argomento di natura squisitamente filosofica, continuamente rimodulato e riformulato, e non è detto che sul tema popper abbia più ragione di kuhn, anche se fatico ad ammettere che hume possa avere torto, o di altri pensatori che hanno introdotto le più diverse variabili, per cui grande mi sembra la confusione sotto il cielo, e lontana da ogni dimostrazione l’affermazione sull’obsolescenza della filosofia: se non riusciamo a identificare il metodo che definisce la scienza in modo univoco, come possiamo fare a meno dello strumento che ci permette di rimodularlo? (segnalo a margine che la voce di wiki sulla demarcazione mi sembra particolarmente utile a chiarire lo scritto di rebecca goldstein newberger).
    ma poi, se anche è vero, ed è vero, che la filosofia ha bisogno della scienza, c’è qualcosa che esclude che possa essere vero anche il contrario? la scienza può rinunciare a quel processo speculativo fatto immaginazione e logica, che aveva portato democrito a teorizzare l’esistenza dell’atomo, e progredire con la stessa efficacia? davvero la mancanza di questo precoce acuto avrebbe consentito alla scienza di arrivare prima? francamente non lo credo.
    infine, per chiudere, la conclusione mi sembra un po’ troppo radicale: ammetto che il concetto di conoscenza è un po’ più largo di quello di scienza, e forse più facile da definire, ma credo che le distinzioni siano utili anche quando hanno confini incerti, e quindi preferisco mantenere un nome che delimiti il campo del sapere slegato dalla libertà.

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