le storie

Pavia, zuppa e battaglia

Dalla fine del XV secolo fino al 1559, l’Italia, e in particolare la Pianura Padana, fu il teatro di ben otto guerre fra i due potentissimi Stati unitari che si contendevano il dominio d’Europa, la Francia e la Spagna, e fra due dinastie reali, una al tramonto e una che avrebbe dominato il continente nei secoli successivi, i Valois e gli Asburgo.

 

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           William Dermoyen, La battaglia di Pavia, arazzo, 1531 circa
                            (Museo di Capodimonte)

 

In questo interminabile confronto spiccano le figure di due giganti della politica e della guerra, Francesco I di Francia, e Carlo V, imperatore di Spagna e del Sacro Romano Impero. Era inevitabile che la lotta fra le due grandi Nazioni si svolgesse soprattutto in Italia, terra che non aveva paragoni per fertilità, produttività, ricchezza delle città, storia, bellezza, e quindi contesa più di ogni altra.

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                     Carlo V d'Asburgo, Imperatore di Spagna

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Tra le otto guerre d’Italia, particolare importanza, perchè spostò in maniera decisiva gli equilibri d’Europa a favore della Spagna, fu la quarta, che ebbe il suo culmine nella battaglia di Pavia del 1525. La guerra sembrava vinta dai francesi, che, guidati in battaglia da Francesco I in persona, avevano conquistato Milano nell’ottobre del 1524. Ma qui Francesco I commette l’errore, invece di firmare un vantaggioso trattato di pace, di voler assestare un colpo definitivo agli spagnoli, che si erano ritirati e asserragliati a Pavia, e cinge d’assedio l’antica capitale lombarda.

Gli spagnoli resistono per tre mesi, e quando Francesco I decide di dare l’assalto a Pavia, il 24 febbraio 1525, ormai è troppo tardi: sono sopraggiunti i rinforzi imperiali, con i famosi lanzichenecchi tedeschi e svizzeri. I francesi, pur dotati di una superba cavalleria, in testa alla quale Francesco I stesso guida l’attacco come un condottiero medievale, ormai sono in inferiorità numerica, e sono bersagliati dalle mura della città dai micidiali archibugi spagnoli. Ne esce un massacro, e i francesi si fanno praticamente sterminare. Lasciano sul campo più di 10.000 morti (alcune fonti riportano addirittura 20.000), contro le perdite spagnole di meno di mille uomini. La carneficina è talmente enorme da diventare presto leggendaria, e la battaglia di Pavia diventa l’origine di tanti aneddoti e modi dire che ancora oggi rendono immortale il suo ricordo.

 

 

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Zuppa alla pavese

Francesco I viene fatto prigioniero e condotto in catene alla cascina Repentita, ancor oggi esistente, poco a nord di Pavia. Si racconta che la massaia, vedendosi arrivare in casa un ospite tanto illustre quanto inatteso, non ebbe di meglio da offrirgli per rifocillarlo, (anche perchè di certo sfinita e impoverita dai ripetuti passaggi di soldataglia delle più disparate nazionalità) che questa frugale e bizzarra minestra.

 

Ingredienti per 4 persone

Pane 8 fette
Burro 120 gr
Uova 8
Parmigiano 60 gr
Brodo di carne 1 l
Sale

In una casseruola mettete a friggere nel burro le fettine di pane, facendo attenzione che la crosta si dori ma che all’interno restino morbide. Prendete le scodelle dove servirete la zuppa ed adagiate sul fondo di ciascuna due fettine di pane.
Rompete un uovo in ciascuna scodella, proprio sopra le fette di pane, prestando attenzione a non rompere il tuorlo che dovrà rimanere integro.
Versate del brodo bollente in ciascuna scodella facendolo cadere lontano dai tuorli. Ricoprite il tutto con abbondante parmigiano grattugiato. Servite la zuppa in tavola.

 

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Sembra che il Re di Francia rimase così soddisfatto da questo strano piatto, da voler far inserire la Soupe à la Pavoise nel menu di corte, una volta tornato a Parigi. Per inciso, e per la vostra tranquillità casomai foste di passaggio, a Pavia non è assolutamente in uso la zuppa alla pavese.

 

 

Tutto è perduto, fuorchè l’onore

Mentre si trovava prigioniero presso la già nominata cascina Repentita, la sera del 24 febbraio 1525 un Francesco I assai amareggiato, scrisse alla madre Luisa di Savoia una lettera che conteneva la frase che divenne celeberrima: tout est perdu fors l’honneur, et la vie qui est sauve.

 

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                           Francesco I di Francia

 

Fu senza dubbio una concezione malintesa, o troppo antica, dell’onore, quella che spinse Francesco I, spada sguainata, a comandare la carica disastrosa della sua cavalleria contro le archibugiate spagnole. Ma abbiamo appreso che, secondo il cambio di quei tempi, il controvalore dell’onore del Re era almeno 10.000 vite di suoi soldati.

 

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Verità lapalissiane

Sotto le mura di Pavia trovò la morte anche il maresciallo di Francia Jacques de la Palice (o Lapalisse). I suoi soldati, per ricordarne il valore, composero una canzone che diceva:

« Hélas, La Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
hélas, s’il n’estoit pas mort
il ferait encore envie. »

(Ahimè, La Palice è morto,
è morto davanti a Pavia;
ahimè, se non fosse morto
farebbe ancora invidia.)

Per assonanza, l’ultima frase “il ferait encore envie” divenne presto nella tradizione popolare “il serait encore en vie“, (sarebbe ancora vivo) dando un effetto comico alla canzone funebre. La canzone venne ampliata (con l’iterazione di situazioni e frasi ridicolmente ovvie) nel secolo successivo da un tal Bernard de la Monnoye, che consegnò ai lazzi eterni la memoria del povero Monsieur de la Palice. Da allora “lapalissiano” indica un’affermazione talmente ovvia e scontata da essere ridicola, anche se nessuno ricorda più che questo aggettivo viene dal nome di un valoroso soldato che venne ammazzato cinque secoli fa alle porte di una città lombarda.

 

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        Jean Duseigneur, busto di Jacques de La Palice (Museo di Versailles)

 

Lapalissiano, la zuppa e “tutto è perduto” sono rimasti dai tempi della battaglia di Pavia, e hanno avuto durata maggiore dei corpi di cavalli e cavalieri che resero ulteriormente fertili le campagne pavesi. Anche gli scenari storici e di guerra si sarebbero presto spostati in un teatro diventato più ricco dell’Italia (i Paesi Bassi), il siglo de oro spagnolo avrebbe lasciato il campo all’ingresso di una nuova potenza: l’Inghilterra. Tutto cambia rapidamente e tutto si perde. Fuorchè l’onore?

 

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           Arazzo su disegno di Bernard von Orley, La battaglia di Pavia,
                              Bruxelles 1526-1531
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4 comments

  1. M.Ludi 14 febbraio, 2016 at 12:13

    Bello ricordare le storie al di là di aneddoti e particolari slegati dal contesto complessivo; esse ci dicono chi siamo e da dove proveniamo: per dove stiamo andando, la cosa si fa più complessa.

  2. Genesis 14 febbraio, 2016 at 08:59

    Ringrazio Gennaro per avermi raccontato una storia che conoscevo solamente marginalmente.
    Esco dal tema proposto indicando quanto sia maledetto il modo di portare alla morte decine di migliaia…milioni di persone. Penso alle vite cadute sulle pianure, sotto ai castelli, quelle perse nei ghiacci delle mie montagne, in trincee scavate coi denti. Tutto per cosa…per una maggiore prepotenza sugli altri paesi? A che pro? Per fare in modo che il Lustro del proprio paese ne abbia per i secoli a venire? Una vita vale quanto una vanga di terra?
    Penso alle guerre combattute nel secolo scorso e immagino le guerre che si combatteranno. Leggo di guerre che si perpetuano da decine di anni. Leggo di morte, di vite spezzate quasi per gioco. Il tutto per cosa?
    Per rendere sempre più ricchi quelli che del mercato delle armi ne fanno economia dello stato: USA, ITA, GB, D, Russia…ecc.

  3. Kokab 13 febbraio, 2016 at 16:03

    si è perduto l’onore? bella domanda, e che difficile risposta!
    francesco I e carlo V si sono combattutti quando la guerra era considerata una nobile attività con la quale si conquistavano regni e si fondavano imperi; le guerre scandivano da secoli la vita degli uomini e avrebbero continuato a farlo, c’era certamente un codice cavallerso condiviso, e i soldati che si affrontavano sui campi di battaglia erano sostanzialmente portatori degli stessi valori: il fine era il potere, non il genocidio o lo sterminio del nemico, e per quanto mi risulta non c’era nei suoi confronti lo stesso moderno disprezzo, la stessa assoluta ostilità, che oggi abbiamo imparato a considerare normali.
    voltaire ha definito in modo insuperabile gli eroici macelli di questa lunga epoca, ma gli mancavano gli sviluppi futuri dell’arte della guerra; io non so se francesco ha conservato l’onore al prezzo di 10.000 vite, penso di sapere che in epoca più moderna abbiamo perso anche il diritto di porci il problema, e di poterci aspttare sul campo di battaglia una zuppa pavese.

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