le storie

Quell’istante che gli dèi ci invidiano. Pensieri su una poesia gioiosa.

Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano

Se ti è dato un giorno perfetto, non chiederne altri.
Se ti è data un’ora perfetta, non chiedere un giorno.
Se ti è dato un istante perfetto, non chiedere un’ora.

Anche un istante solo può riempirti la vita:
in quell’istante tutta la vivrai.
Dopo non basteranno le ore, i giorni, gli anni,
forse neppure l’eternità
a contenere la tua gratitudine!

(Margherita Guidacci, Istante perfetto, da Inno alla gioia, in Le poesie, a cura di M. Del Serra, Le Lettere, 1999)

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Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano

Se è vero che un “istante perfetto” può riempire una vita intera, con questa consapevolezza può diventare più dolce anche l’idea della fine di tutte le cose, soprattutto quelle più belle; come pure può divenire accettabile lo spegnersi fisiologico di una vita che sia stata piena e realizzata, perché, come recita un meraviglioso verso di Kazantzakis, “dio è chi segue la sua sorte e arriva fino in fondo”. (1)
Dopo un istante così, infatti, si può pure arrivare a pensare a una morte felice.
Lo si potrebbe anche definire “eterno” questo istante, con Spinoza; non perché esso sia interminabile, ma perché partecipe dell’armonia che sostanzia tutto l’essere, dall’atomo alle galassie. Una plenitudo vitae, che ci apre alla conoscenza gioiosa e intuitiva di una dimensione, che ci trascende e ci comprende, e nella quale si dispiegano la profonda bellezza della natura e l’enigma infinito del tempo in cui sono immersi uomini e cose.
Un’epifania che ci svela, appunto, con quella grande bellezza che sembra cancellare tutto il male e dissolvere ogni dolore, anche il senso più profondo dell’esistenza.
Un’esperienza  intellettuale, estetica ed etica al tempo stesso dunque, che ci dice fondamentalmente che viviamo per conoscere il mondo, per migliorarlo e per migliorare anche noi stessi, in stretta relazione con le generazioni passate, presenti e future.

L’istante perfetto appare eterno, però, non solo perché intenso, ma anche perché, una volta che lo si è vissuto, non lo si dimentica più; si conficca nell’anima e ha la forza di contrastare l’oblio che tutto divora e il fluire anonimo del tempo. È il kairòs che sovrasta il chrònos, avrebbe detto un antico greco; l’evento che emerge dall’ordinario e come un diamante di serenità, dà luce e consolazione nei momenti cupi e dolorosi che la vita inevitabilmente ci riserva.

L’istante perfetto è quell’attimo immenso che, davanti alle rovine di un tempio antico in un giorno di sole, o di fronte a un dipinto rinascimentale, o immersi nell’armonia di una cantata barocca, ci fa provare le stessa sensazione vertiginosa e celeste di Stendhal in Santa Croce, e ci fa esclamare con Faust, e con tutta la consapevolezza possibile: “Fermati, dunque, sei così bello!

 

Marc Chagall, La Passeggiata, 1917-1918 Museo di Stato Russo, San Pietroburgo
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Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano

È quell’attimo d’eternità, che agli esseri umani è concesso di vivere, quando godono della dolcezza dell’amicizia o incontrano quelli che amano, corrisposti, di un amore infinito; ne accennò George Byron nei suoi diari dove, meditando sulle miserie della separazione, con efficace sintesi scrisse: “yet we live ages in moments, when met” (2)

È quell’attimo pieno di grazia che – di fronte a un tramonto infuocato, al mare rosa di un’alba estiva, a una notte argentata di luna piena, o a un cielo impazzito di stelle – parla direttamente al cuore, facendoci credere che tutto sia stato creato apposta per noi, eredi e custodi momentanei di un accogliente regno dei fini.

È quel bagliore divino, cantato da Pindaro (3), che sospende e dilata il tempo umano fino a farlo sembrare eterno, e che rende dolce la vita, al pari degli dèi immortali, a noi che siamo precari ed effimeri come un’ombra, ma per il quale, sempre secondo gli Antichi, subito dopo, gli stessi dèi – invidiosi delle gioie intense e fuggitive che l’eternità a loro non concede – puntualmente ci puniscono: “…E la Divinità, dopo averci fatto gustare la dolcezza del vivere, si rivela in quest’atto medesimo gelosa.» (4)

Quello che risulta imperfetto e insensato, invece, è la fine prematura di tutto il bello che sarebbe potuto essere e non è stato; di tutto quel che abbiamo perso, non appena lo abbiamo sfiorato: un’amicizia o un amore finiti sul nascere, le parole mai dette, i gesti incompiuti, i desideri rimossi, i progetti abortiti, le vocazioni tradite, le occasioni mancate…
Ciò che permane irrisolto, infatti, traccia un vuoto che sembra davvero insopportabile per il cuore e per la mente; e se lo chiamiamo rimpianto è perché la memoria piange due volte al suo ricordo: una, per ciò che ha perduto nel passato, e l’altra per ciò che sarebbe potuto essere nel presente.
Allo stesso modo, è radicalmente intollerabile e insensata la fine di una vita stroncata nel fiore degli anni, o ancor più, una morte in culla, che è la negazione più netta e crudele di ogni promessa di vita.
Sempre Spinoza, a tal proposito, nella sua Etica argomentava: “Bisogna considerare che noi viviamo in un continuo mutamento e secondo che mutiamo in meglio o in peggio siamo detti felici o infelici. Chi infatti trapassa in cadavere da bambino o da fanciullo, lo si dice infelice, e al contrario viene ascritto a felicità l’aver potuto percorrere tutto lo spazio della vita con mente sana in corpo sano.” (5)

Tutto ciò che è inespresso è incomprensibile, ciò che è incomprensibile ci appare assurdo; e di fronte all’assurdo, quello estremo, che mina l’esistenza alla radice, non può esserci né comprensione, né consolazione alcuna, ma solo disperazione, o una triste rassegnazione; e per i più forti – e solo per loro – una prometeica sopportazione; oppure la fede.

Appare verosimile allora, che la vita eterna dopo la morte sia stata immaginata dagli uomini, proprio per dare un seguito e un senso in cielo a tutto ciò che in terra non ha potuto avere pieno svolgimento; e per dare pace e consolazione a chi il vuoto dell’incompiutezza proprio non lo regge.
Perciò, se un paradiso esiste, deve essere un luogo sereno di luce e conoscenza – una luce intellettuale, sì, e anche piena d’amore, come voleva il Sommo Poeta – ma dove pure si realizzeranno tutte le possibilità che ci sono state negate dalla sorte; dove tutte le domande, anche quelle taciute, troveranno finalmente risposta; e in cui di ogni accadimento si comprenderà finalmente il senso. Un luogo simile alla luna di Ariosto, dove però alla fine si ritrova, non l’insignificanza delle vanità terrene, ma tutto quello che d’importante ci siam persi sulla terra, e dove, soprattutto, non alberga più nessun rimpianto e nessuna nostalgia.

Ma poiché non sappiamo se un paradiso eterno e di tal fatta esista per davvero, allora, nel dubbio, sarebbe cosa buona e giusta imparare – insegnandolo anche ai nostri figli – a riconoscere e a godere hinc et nunc della bellezza dell’istante perfetto, ogni qual volta ci sia concesso d’incontrarlo, grati al destino e lieti di sapere che quando anche per noi arriverà l’ultimo dei giorni, almeno, la nostra vita non sarà stata un vano susseguirsi di affanni, fatiche, giorni e ore, mediocri e tutte uguali, ma potremo pure noi dire di avere vissuto con gli dèi, anche se soltanto per quell’unico, breve momento eterno, che la sorte ci ha donato.

(Pensata in un letto d’ospedale e scritta davanti al mare in un giorno d’estate).

Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano Quell’istante che gli dèi ci invidiano

Andrea Mantegna, Madonna col Bambino, Gemalderiegalerie, Berlino
(Clicca l'immagine per l'alta definizione)

 

NOTE

1. N. Kazantzakis, Odissea, IV, 409, Trad. di Nicola Crocetti, Crocetti Ed., 2020.

2. “I have been pondering on the miseries of separation, that – oh how seldom we see those we love! yet we live ages in moments, when met”. In Letters and Journals of Lord Byron, with notices of his life, by T. Moore, London, 1866, p. 207. Trad. Italiana, Un vaso d’alabastro, illuminato dall’interno. Diari, a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, 2018, p.22: “Son qui che medito sulle miserie della separazione che – oh quanto raramente vediamo quelli che amiamo! Eppure viviamo attimi di eternità, quand’è l’incontro.”

3. Erodoto, Storie, VII, 46.

4. Pindaro, Pitica VIII, vv. 95-97:

Esseri della durata d’un giorno. Che cosa siamo? Che cosa non siamo?
Sogno d’un’ombra l’uomo: ma quando un bagliore divino ci giunga
fulgido risplende sugli uomini il lume e dolce è la vita…”.
Da Pindaro, Le Pitiche, a cura di B. Gentili, P. Angeli Bernardini, E. Cingano,
P. Giannini, Fondazione Valla – Mondadori, 1995.

5. Spinoza, Ethica, V, Prop. 39, Scolio.

 

 

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