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“Soúnion iròn”: la casa accogliente del dio

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Si erge solitario sulla punta estrema meridionale dell’Attica, a Sunio; bello, perfetto nelle sue proporzioni doriche, bianco del marmo di Agrileza corroso dai secoli e dalla salsedine. Svetta, a guardia del mare, sulla cima di un alto promontorio di roccia scura, rare agavi e vegetazione bassa, battuto dal vento e dalle onde. È il tempio di Poseidone, il signore degli abissi marini, venerato dagli antichi Greci.

Narra il mito che da questa scogliera Egeo, re di Atene, in preda alla disperazione per la morte presunta del figlio Teseo nell’isola del Minotauro, si gettasse tra le onde, e che a questo mare “color del vino” lasciasse il suo nome.

Già frequentato in età arcaica, come attestano i ritrovamenti, e ricordato da Omero, nel terzo libro dell’Odissea, come luogo sacro (“Soúnion iròn”, v. 278), il capo fu dedicato nel VI sec. a.C. al culto di Poseidone e di Atena, con due distinti templi. Di quest’ultimo, in posizione più bassa e arretrata rispetto al mare, rimangono solo le tracce delle fondamenta; ma del primo (ricostruito in marmo intorno al 440 a.C. per volere di Pericle, sulla base in pietra porosa del precedente, distrutto dai Persiani) ben 18 colonne, delle 42 originarie, compresi i due pilastri della cella, sono state ricomposte e innalzate dagli archeologi  alla metà del secolo scorso.

Di ordine dorico, esastilo, periptero, con pronao e opistodomo, come il Thaeseion di Atene, era preceduto da propilei, su modello del Partenone, e da una stoà che accoglieva pellegrini che qui giungevano in processione. Racconta Erodoto che ogni cinque anni, i cittadini più ragguardevoli partivano su una nave sacra da Atene verso il santuario di Sounion (Storie, VI, 87).

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Foto dell'autrice

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La bellezza che ancora promana da quel che resta dell’antica perfezione, unita alla magnificenza mediterranea dello scenario naturale – lontano da centri abitati e dai più affollati circuiti turistici – ne fanno uno dei luoghi più suggestivi di tutta la Grecia. Per me, forse, il più suggestivo e incantato. Qui è assente la dispersiva grandiosità dei siti più estesi, complessi e frequentati, come Olimpia, Delfi, Delos, o Epidauro; e tace l’eco eroica e guerresca del grande epos, che si percepisce ancora tra le rovine di Micene, o Tirinto.

 

Il tempio di Sunio, da solo – e penso che questa elegante e altera solitudine affacciata sul mare sia la sua peculiarità –  racconta in modo intimo, concentrandolo interamente su di sé e sulla natura circostante, il profondo e armonioso legame tra umano e divino, e la familiarità panica con il mistero della natura e della bellezza, che in un tempo lontanissimo i nostri avi hanno conosciuto, e che noi moderni abbiamo rimosso da tempo, ma senza riuscire a cancellare del tutto. E così, tra le carezze fresche del vento, l’immancabile canto delle cicale che in ogni ora del giorno accompagna l’infrangersi perpetuo delle onde, l’azzurro intenso dello stesso splendido mare solcato da Ulisse, il nitore di una luce metafisica che – soprattutto al tramonto –  incidendo il reale, ad esso sembra dare essere, forma e calore; in tutto questo, il ricordo di quella storia lontana sembra riaffiorare, insinuandosi lento nell’anima, nella forma indefinita e struggente di una nostalgia senza oggetto, di una vaga malinconia per qualcosa di bello e perduto, a cui non riusciamo più a dar nome, ma che ancora, misteriosamente, ci rasserena e ci riconcilia col mondo.

 

Foto dell'autrice

 

A Sunio si vive l’indescrivibile sensazione di ritornare nella casa d’infanzia, bella e luminosa, in cui abbiamo vissuto per poco; non ne abbiamo un ricordo preciso, ma in qualche modo la riconosciamo e la sentiamo nostra…

Lord Byron – la cui firma è ancora leggibile nel pilastro destro di accesso alla cella, insieme a quelle incise nel marmo da tanti altri ignoti visitatori negli ultimi due secoli – così cantò nel suo “The isles of Greece” l’emozione profonda della felice solitudine vissuta a Sounio nel 1810, carica di senso e di suggestioni. Così felice, da poterne perfino morire:

 

Place me on Sunium’ s marbled steep

Where nothing, save the waves and I,

May hear our mutual murmurs sweep;

There, swan-like, let me sing and die.

(vv. 91-94).

Anch’io nella solitudine dell’antica Sounion, più che altrove, ho “sentito” che, ciò che rende la Grecia una meta unica e insostituibile – per ogni viaggiatore che consideri il viaggio un’esperienza interiore che ha molto a che fare col  tempo – è la traccia indelebile delle origini, che questa terra eternamente custodisce e ogni volta rivela: origini della nostra storia, del pensiero, dell’arte, del gusto, della nostra civiltà; in una parola, di quella visione occidentale del mondo, antropocentrica e “misurata”, secondo cui l’uomo è, sì individuo pensante e attore responsabile della propria vita come della storia, ma anche parte di un ordine naturale pervaso di sacralità, che lo comprende e lo trascende, ed entro cui tende a quella perfezione di sé che lo avvicina agli dèi. Il posto dell’uomo greco non è semplicemente nella natura, come gli animali, e non è nell’Olimpo, come le divinità immortali, ma abita quel territorio di confine dove natura e libertà, reale e ideale, contingenza ed eternità si incontrano e costruiscono un mondo a misura umana e di cui, come recita la famosa asserzione di Protagora, l’uomo stesso, con la sua razionalità, è misura e limite. Visione che abbiamo poi inesorabilmente perso negli ultimi duemila anni, credendoci dominatori assoluti e incontrastati, per delega e immagine divina, di un creato da usare ed abusare a nostro piacimento, anche a costo della sua e della nostra stessa distruzione; un antropocentrismo illimitato, che ha finito col divorare l’uomo e devastare il mondo.

 

 

La Grecia”, scrisse Henry Miller nelle memorie del suo illuminante viaggio fisico e spirituale attraverso gli antichi itinerari dell’Ellade, “è ciò che ognuno sa, anche in absentia, anche da bambino, da idiota o da nascituro. E’ come ti aspetti che appaia la terra, se le viene data una buona possibilità.” (Il colosso di Marussi, Feltrinelli, 2016, p. 135)

E con le sue parole, efficaci ed essenziali, di uomo che ha scoperto, amato e còlto pienamente la peculiarità e la grandezza del “miracolo greco” – senza essere un classicista e senza essere un europeo – mi piace concludere questa riflessione, sulla via del ritorno da un viaggio, che tanto ho desiderato, che tanto mi ha dato e che porterò per sempre con me nel cuore e nella mente con un sentimento d’infinita gratitudine:

La Grecia è la terra degli dèi; può darsi che gli dèi siano morti, ma la loro presenza si fa ancora sentire. Gli dèi erano di proporzioni umane; sono scaturiti dallo spirito umano… Nel mondo occidentale questo nesso tra umano e divino è spezzato. Lo scetticismo e la paralisi prodotti da questo scisma nella natura stessa dell’uomo sono indizio dell’inevitabile distruzione della nostra civiltà presente. Se gli uomini cessano di credere che un giorno diventeranno dèi, allora sicuramente diventeranno vermi.” (Ibidem, p. 207).

 

(14 luglio 2019, in volo da Mykonos)

 

 

Eros, Thànatos e Neoclassicismo

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