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Il tempo del perdono… forse

Il tempo del perdono… (forse)Il tempo del perdono… (forse) Il tempo del perdono… (forse) 

Perdonare: “Non tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi possibile rivalsa, e annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno.” (Treccani).
La voce deriva dal latino medievale “perdonare”, composto dal suffisso intensivo “per” e “donare”, originatosi cambiando il prefisso di “con-donare“. Dunque, donare completamente, con convinzione.

Chi perdona, allora, dona due volte; due, come le guance – quella che riceve lo schiaffo e quella evangelicamente offerta in risposta ad esso. Ma, oltre alle metaforiche guance, cosa dona al prossimo colui che perdona, se non l’oblio del torto subito e l’accettazione di colui/colei che lo ha arrecato?
Ogni perdono infatti prevede un danno o un’offesa pregressa, che deve essere dimenticata da chi l’ha ricevuta, affinché il perdono si compia e la relazione si rinnovi; nel termine medievale e in quello italiano non c’è traccia di questo oblio, che invece era presente nel latino classico “ignosco” (=non osservo, non riconosco, sottinteso: qualcosa che c’è, e quindi perdono)”. Oblio e perdono appunto.
Nella redazione greca dei Vangeli si trova il verbo “aphìemi” (=lascio andare via, assolvo, libero), tradotto poi in latino con l’esatto corrispondente “dimitto”, che rendono anch’essi indirettamente l’idea della dimenticanza, attraverso quella del distacco e dell’allontanamento: “Estote ergo misericordes sicut et Pater vester misericors est. Nolite judicare, et non judicabimini: nolite condemnare, et non condemnabimini. Dimittite, et dimittemini.” (Lc. 6, 36-37). Perdonate e sarete perdonati In ogni caso, tutti i termini indicano l’esatto contrario del concetto di vendetta, sentimento livido e rabbioso che invece, ricorda tutto nei minimi particolari e impone di rispondere al male ricevuto con un male proporzionalmente e simmetricamente inflitto, secondo l’antica legge del taglione: “Occhio per occhio, dente per dente”.

Duemila anni di Cristianesimo e  due secoli di Illuminismo, ci hanno ormai abituato – per fortuna – a considerare la vendetta un sentimento arcaico, incivile e brutale; ma d’altro canto la banalizzazione del messaggio evangelico, unita allo spirito superficiale e sentimentalistico dei nostri tempi, così poco avvezzi alla profondità del pensiero e ai sentimenti autentici, sembrano aver concorso alla diffusione dell’idea che il perdono debba essere la risposta automatica ad ogni delitto, anche il più grave; una sorta di riflesso morale condizionato e istantaneo. Talmente diffusa quest’idea nel senso comune, che la cronaca e l’informazione, ad ogni omicidio, o ad ogni strage terroristica, puntualmente ci consegnano l’immancabile, becera, oscena intervista ai parenti delle vittime, con la domanda cruciale: “Si sente di perdonare l’assassino/gli assassini di sua figlia/o?”
La domanda è oscena perché viola l’intimità della coscienza e perché il perdono non è affatto una reazione immediata e scontata da esibire pubblicamente a favore delle telecamere, ma è un sentimento che può scaturire solo alla fine di un lavoro interiore molto lungo e faticoso, persino devastante a volte, con cui la volontà, il cuore e la ragione si impegnano a dimenticare il torto e a lenire le ferite, col soccorso terapeutico dello scorrere del tempo e, per chi ce l’ha, col saldo sostegno della fede.
E dunque, certo, si può anche arrivare a perdonare – perché la ragione può controllare, dominare, sublimare e talvolta anche soffocare sentimenti e pulsioni – e perché il gesto del perdono, comportando una liberazione e una rinascita, incide positivamente sulla vita di chi perdona e di chi è perdonato. Ma i fatti in sé stessi, a ben vedere, non si possono né condannare né assolvere, e dunque neanche perdonare, ma solo constatare, conoscere e comprendere, analizzandone le condizioni, le intenzioni e le cause che li hanno determinati.

Il tempo del perdono… (forse) Il tempo del perdono… (forse) Il tempo del perdono… (forse) 

Il ritorno del figliol prodigo di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, (1619) - Kunsthistorisches Museum, Vienna

 

I fatti sono quel che sono, rimangono lì, granitici, intatti, incancellabili, irreversibili, a reclamare un’interpretazione e un possibile senso. “Factum infectum fieri non potest, neque Deus”; neppure Dio può far sì che ciò che è stato fatto non sia avvenuto.
Ed è proprio questa loro pesante e indelebile immutabilità che, una volta spezzato traumaticamente il corso tranquillo e prevedibile delle cose, fa dire all’offeso: “Non è più come prima”, a dispetto di qualunque buona intenzione di chi si impone di reagire con moderazione, pur sentendosi colpito e defraudato di un bene prezioso – sia esso materiale, o morale (la fiducia, la stima, l’amore, la dignità, il rispetto…) – e pure, talvolta, di chi con fatica prova a chiedere scusa, riconoscendo il male arrecato.

Allora, anche se ci affanniamo a stendere veli più o meno pietosi, a dimenticare, a fingere e a sorridere, per eliminare dal cuore l’amarezza della delusione, o nei casi più estremi, il veleno del rancore, è la realtà fuori di noi che non si cancella, non dà tregua e non perdona; almeno fino a quando non riusciamo a decifrarla e a comprenderla.
Il perdono è dunque, molto più che una questione di buoni sentimenti e di facile generosità, come certa retorica pseudocatechistica predica con urticante e stucchevole disinvoltura – in genere sul dolore degli altri – soprattutto nei giorni in cui si accendono le lucine colorate e intermittenti di alberi e presepi.
Per poter perdonare davvero, il cuore da solo non basta, neanche se sostenuto dalla forza cogente di un comandamento divino; perché prima ancora ci vuole la testa, con il suo insopprimibile bisogno di verità, anche la più sgradita, per poter cogliere in ciò che è accaduto un barlume di senso – ammesso che questo ci sia; e perché senza l’esercizio della ragione e senza assunzione di responsabilità, non ci può essere nessuna giustizia.
Per questo, credo che senza conoscenza, senza parole e senza uno sforzo di comprensione reciproca, nessun perdono autentico sia possibile. Neanche a Natale.

 

 

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