la società

Le ragazze svelate della via Enghelab

Sono belle le ragazze svelate della via Enghelab,  e noi probabilmente non ce ne accorgiamo abbastanza. Non è tanto un giudizio estetico, che pure al momento le immagini disponibili non hanno ancora smentito, è un giudizio culturale e politico, dissonante con la visione di un Iran integralista e confessionale che è stato alimentato oltre il lecito e il giusto sulla stragrande maggioranza dei media occidentali.

 

 

Certo, noi che facciamo affari con le satrapie sunnite del Golfo siamo interessati  a dipingere gli sciiti nel modo peggiore possibile, e il fatto che gli sciiti siano amici dei russi e nemici di Israele ci facilita il compito e ci tacita la coscienza, ma mentre guardiamo  con troppa indifferenza queste giovani donne che nella strada di Teheran intitolata alla Rivoluzione si tolgono il velo ogni mercoledì e restano a capo scoperto, non ci soffermiamo sul reale valore di queste immagini, che è dirompente, e molto più rivoluzionario della rivoluzione komeinista a cui è intitolata la strada.

 

 

La società persiana non è mai morta negli anni della rivoluzione islamica, e anche in presenza di un potere clericale che sovrasta le Istituzioni, le guida e le condiziona, ha sempre conservato una dialettica politica che ha visto un confronto permanente fra riformisti e conservatori, che in quella zona del mondo non pratica sostanzialmente nessuno. Del resto, la rivoluzione del ’79, che ha costretto lo Scià alla fuga, ha avuto anche protagonisti diversi  dal clero sciita, e si è decisa a suo favore non solo perché rappresentava  il soggetto politico più autorevole e col più vasto consenso, ma anche per la scelta  dell’Esercito di mantenersi neutrale. A dispetto di ciò, il confronto fra maggioranza e opposizione è rimasto uno dei cardini della vita sociale e civile del paese, persino all’interno del clero, se è vero che il successore designato di Khomeini,  il Grande Ayatollah Hossein-Ali Montazeri, ritenuto troppo progressista, o perlomeno eccessivamente contrario a repressioni ed esecuzioni di massa, è stato giubilato a favore dell’Ayatollah Ali Khamenei,  all’epoca  sostanzialmente una mezza calzetta nella gerarchia del clero sciita, la cui nomina, dal punto di vista religioso, è stata del tutto imbarazzante e aspramente controversa.

 

Varie grafiche nei tweet virali del movimento #WhiteWednesday (MercoledìBianco)

 

Sul piano istituzionale, che sta un gradino sotto a quello teocratico, la storia dell’Iran è stata caratterizzata da un alternarsi diseguale di presidenti progressisti e conservatori. Si va dal laico Abolhassan  Banisandr sloggiato dopo un anno da Khomeini, al clericale Ali Khamenei, destinato ad un luminoso futuro, dal conservatore pragmatico  Hāshemi  Rafsanjāni, al ventennale confronto fra i progressisti Mohammad Khātami e Hassan Rouhani da una parte, e l’ultraconservatore e curiosamente non religioso Maḥmūd Aḥmadinežād dall’altra. Se pensiamo che la seconda plebiscitaria elezione di Aḥmadinežād è stata resa possibile, per unanime valutazione internazionale, da brogli massicci e diffusi, possiamo avere l’esatta misura di quanto lo scontro sia sempre stato aspro e pieno di colpi bassi, come in una normale democrazia occidentale.

 

 

Certo, è una lotta politica che si svolge in una società teocratica, costretta in modo autoritario entro limiti ben definiti e strozzata da regole medioevali che comprimono molte libertà individuali, ma il confronto conservatori/progressisti  è sempre un indice di vitalità in qualunque paese, e il fatto che non ci sia un partito unico, oppure nessun partito, è una condizione rara in quella zona del mondo. In Iran esistono una parziale economia di mercato, un sistema industriale non solo legato al petrolio, ma sviluppato anche nei settori metallurgico, siderurgico, automobilistico e meccanico in generale, un’industria  turistica in crescente sviluppo, una industria televisiva e cinematografica fiorente; non solo, l’Iran è una società multietnica profondamente integrata, il sistema d’istruzione è probabilmente il  migliore fra quelli dei  paesi islamici, le conoscenze tecniche e scientifiche consentono oggi di gestire l’energia nucleare, ed infine esistono e sono largamente diffusi e utilizzati sia i social media che i canali televisivi stranieri.

 

 

La repressione esiste, è spesso brutale e a volte è stata sanguinosa, come nel 2009, dopo la contestata rielezione di Aḥmadinežād, con un numero di vittime che non è mai stato accertato, la pena di morte è utilizzata in modo massiccio, e la discriminazione della donna, sul piano delle libertà individuali e dei diritti civili è certamente ancora troppo forte per essere accettata, anche in un quadro di graduale riformismo all’interno di una società islamica, ma bisognerà pur dire che se proteste come quella delle ragazze di Enghelab si fossero svolte a Riyadh si sarebbero concluse con la lapidazione sul posto delle streghe.

 

Una recente grafica nei tweet virali #Ours Is Stronger (Il Nostro È Più Potente)

 

Io credo che il confronto in atto non sia una cosa banale. Le ragazze di Enghelab vestono all’occidentale, indossano occhiali, gioielli, sono truccate, le immagini ce le rendono piene di fascino, e hanno solo il simbolico velo che copre loro i capelli. Non è un simbolo paragonabile al burqa, ma come tutti i simboli di sottomissione, anche quelli appena accennati, ha una carica di violenza insopportabile, come è insopportabile il fatto che un donna iraniana, pur istruita e inserita nella società, debba essere sottoposta legalmente ad un uomo. A me pare evidente, forse sbaglio, che se una società islamica tollera quelle donne, belle, coraggiose e sfacciate, se non le gonfia di botte fino a fargli passare la voglia, se non le ammazza sul posto, questa società non può e non deve essere considerata perduta, non solo perché qualcuno protesta, ma perché quella protesta, probabilmente oggi non maggioritaria, gode comunque di un consenso ampio nel paese e sta cambiando un pezzo della società.

 

Le ragazze di Enghelab non pongono un semplice problema economico come gli oppositori del governo guidati dai conservatori, che nello stesso periodo sono scesi in piazza in molte parti dell’Iran, quelle economicamente più arretrate, no, loro pongono un problema di cultura, di civiltà, di diritti individuali, di uguaglianza; sono  diritti dirompenti rispetto al regime teocratico, perché non sono solo diritti alla sopravvivenza, ma attengono a ciò che a torto viene considerato il superfluo, la bellezza, il piacere, il piacersi, la qualità della vita, l’individualismo e la laicità. Non ci può essere una sfida più radicale, perché morde a sangue la morale corrente, e oggi questa sfida è incredibilmente vitale.

 

 

Articolo: Io sono una delle ragazze di Enghelab

 

Le ragazze di Enghelab avranno pure padri, mariti e fratelli, avranno qualcuno che consente loro, nei mercoledì bianchi, di uscire di casa e andare a togliersi il velo in un luogo pubblico, di fronte ai passanti e alla polizia, per affermare un diritto negato  e per assumersi il rischio di una sfida mortale, perché quella che è in gioco è la vita stessa della teocrazia. C’è un dato che io credo spieghi più di altri la forza delle ragazze di Enghelab, oltre a quella personale, l’Iran ha un’età media inferiore ai 30 anni, quasi 80 milioni di abitanti, ed un’economia che lo colloca, nonostante l’isolamento, le sanzioni e una eccessiva ingerenza dello stato,  intorno alla ventesima posizione nel mondo, non può vivere contro i suoi giovani, e neppure contro la logica e il buon senso, senza farsi veramente del male da solo.

 

 

 

C’è una contraddizione evidente nella Repubblica islamica, un sistema costituzionale in sé sostanzialmente democratico non è all’infinito compatibile con l’esistenza del sistema teocratico, con la Guida Suprema, che è uno per definizione, ed è un religioso, con l’Assemblea degli Esperti, che sono 44, tutti religiosi, e chi se ne frega se sono eletti a suffragio universale, che differenza vuoi che faccia, e con il Consiglio dei Guardiani, che sono 12, nominati direttamente (6) e indirettamente (gli altri 6) dalla Guida Suprema. In questo risiko di politica e fede, il Consiglio dei Guardiani controlla Presidente, Governo e Parlamento, l’Assemblea degli esperti nomina la Guida Suprema una tantum, e la Guida Suprema, una volta eletto, li comanda tutti a bacchetta.

 

È una struttura illogica e primitiva che vive come un veleno nel cuore dello Stato, ed è esattamente questo mostro a tre teste che oggi le ragazze di Enghelab stanno sfidando, in piedi sulla crepa dello stato persiano, che non potrà conciliare per sempre il presente col passato, la vita con la morte, la democrazia con la dittatura, e la libertà con la sua negazione, armate solo di un velo bianco e di un princcipio di libertà, ogni mercoledì sulla strada della Rivoluzione. Come si fa a non fare il tifo per le Ragazze svelate della via Enghelab?

 

 

 

 

 

 

Enghelab

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