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I social, la morte e l’immortalità

I social, la morte e l’immortalità I social, la morte e l’immortalità I social, la morte e l’immortalità

Ascoltando alla radio la presentazione di un libro pubblicato di recente ** , ho scoperto che oggi social network, chat e siti web ci offrono, oltre alle mille opportunità che tutti conosciamo, forse anche l’illusione di non morire mai.

Esistono infatti programmi chiamati Chatbot capaci di simulare una conversazione semplice con un essere umano, ma se ne stanno attualmente studiando di più sofisticati, in grado di elaborare in un prossimo futuro i nostri discorsi, per sostituirsi a noi in chat, anche quando non saremo più fisicamente dietro lo schermo del PC, e continuare così le conversazioni con i nostri contatti, come se fossimo vivi.

Negli ultimi settant’anni siamo cresciuti con un’idea “pornografica” della morte, secondo la celebre definizione formulata negli anni ’50 dall’antropologo inglese Geoffrey Gorer. In una società secolarizzata, materialista e disincantata, la morte fa molto più paura che nei secoli passati; per questo è stata emarginata, ormai da tempo, dalla nostra quotidianità e dai nostri discorsi. Ne è stata relegata la sofferenza nelle corsie asettiche degli ospedali e l’immagine truce e scabrosa sugli schermi di Tv e computer; ne sono state anche cancellate le parole scandalose dal vocabolario pubblico e privato e i discorsi che la riguardano si sono ridotti per lo più alle frasi minime preconfezionate delle condoglianze pronunciate ai funerali. E così la morte rimossa è divenuta anche indicibile.

 

 

Nei nostri giorni, attraverso la dimensione delle relazioni virtuali nelle quali ci troviamo trasformati in avatar loquaci e digitanti, la tecnologia pare amplificare questa grande operazione di rimozione collettiva della morte.

Le tracce dei nostri profili, con tutti i post, i commenti, i video e le immagini disseminati in vita sembrano destinati infatti a non essere cancellati mai dalle strade fitte e infinite della rete, garantendoci una sorta di vita eterna in una forma impensabile prima di Internet.

In futuro poi, con la possibilità di continuare a interloquire in chat oltre il termine della vita biologica, la virtualità offrirà anche la speranza (a noi) e l’illusione (ai nostri contatti) di una sopravvivenza digitale attiva, che va ben oltre la memoria statica delle tracce. Un’idea di sopravvivenza totalmente diversa da quella a cui ci hanno abituati duemila anni di Cristianesimo, perché desacralizzata e sganciata dal terreno della fede e della morale: non più un premio divino e celeste alle anime rette e devote, ma un’opportunità virtuale e mentale offerta dalla tecnologia a tutti gli internauti.

Molti pensano che quella virtuale sia una sorta di socialità finta e degradata, contrapposta a quella vera e autentica della realtà quotidiana; una recita imbellettata e senza valore, dove le persone sono solo la loro immagine sorridente e felice, le amicizie soltanto contatti precari e superficiali, e le parole una congerie spesso disordinata di flatus vocis cristallizzata in scrittura senza impegno, spesso pure violenta e sgrammaticata.

Da una parte, dunque, il male, il falso e l’ipocrisia, dall’altra il bene, il vero e la sincerità. Da qui i continui appelli ad uscire a godersi il sole e le passeggiate all’aria aperta in mezzo alla gente, scritti però da qualcuno che in quello stesso momento se ne sta chiuso in casa da solo davanti al computer…

 

Fermo immagine dal film di Giuseppe Tornatore, La corrispondenza (2016).

 

Personalmente non mi ha mai convinto questa visione delle cose; io penso che la virtualità sia invece il luogo dove si proiettano, concentrate e amplificate, tutte le contraddizioni che, nel bene e nel male, caratterizzano la nostra stessa esistenza: concentrate, perché di fatto, appena la pagina fb si apre sullo schermo, ci si sdoppia in una sorta di vita parallela e mentale, diventando noi stessi una grande contraddizione, che contiene tutte le altre che viviamo quotidianamente. Amplificate, perché se le contraddizioni esplodono sempre nel confronto con l’altro, sui social i nostri discorsi si rivolgono ad una platea di interlocutori talmente ampia, da essere potenzialmente infinita. E con il numero delle persone, aumenta la probabilità di incontri, di scontri e di rivelazioni di sé, dei propri desideri e delle contraddizioni latenti, appunto. Inoltre, l’amplificazione degli effetti di parole e immagini che pubblichiamo, può sfuggire completamente dal nostro controllo, determinando ripercussioni imprevedibili e a volte anche catastrofiche, di cui purtroppo puntualmente la cronaca ci racconta.

 

Tornando al tema iniziale, a me pare che la contraddizione che caratterizza le dinamiche virtuali, riguardi anche la nostra idea della morte e, insieme ad essa, il nostro rapporto con la dimensione dell’assenza, che della morte è sostanza.
Infatti, da un lato, la rivoluzione digitale ha enormemente ampliato le nostre possibilità di azione, comunicazione e relazione, rendendoci ubiqui e onnipotenti a colpi di click; e in questo orizzonte generale di onnipotenza, anche l’illusione di un’immortalità – affidata alle tracce di un passato virtuale indelebile e, in una prospettiva vicina, anche alla perenne loquacità delle chatbot – sembra ritornare ad affacciarsi nella visione culturale di un Occidente in declino, ma tecnicamente trionfante.

E se questa sopravvivenza virtuale si può considerare alla stregua di un esorcismo nei confronti della morte, dall’altro lato sembra riemergere una nuova forma di accettazione della sua idea nel discorso pubblico, come l’autore del libro evidenzia, che si manifesta nei riti di condivisione ed elaborazione collettiva del lutto a cui assistiamo in rete, in occasione di tragedie, attentati o decessi di personaggi famosi.

Inoltre, mi pare interessante anche notare i diversi modi in cui i social ci familiarizzano quotidianamente con l’assenza; non solo perché – come sottolinea ancora l’autore – fb sembra essere il più grande cimitero esistente e invisibile, in cui ci aggiriamo inconsapevolmente, tra i numerosi profili di persone trapassate.
L’assenza riguarda infatti anche persone che trapassate non sono, ma che, semplicemente, all’improvviso decidono, per i più svariati motivi, di smettere di interloquire, lasciando lì la loro amicizia, con le foto, i post, le parole e le faccine triste o sorridenti delle emoticon a perenne memoria. Tacciono, ma senza sparire del tutto; dei corpi digitali che sembrano morti, ma “senza eccedere” per dirla con la Szymborska.

 

 

Poi ci sono anche quelli che svaniscono nel nulla perché ci tolgono, o addirittura bloccano l’amicizia – e viceversa – con o senza ragione, oppure chiudono il profilo, sparendo definitivamente dal nostro sguardo; e al loro posto nelle nostre liste, rimane solo un nome senza volto, che dopo un po’ di tempo diventa nuovamente del tutto anonimo, fino a raggiungere  nuovamente il non-essere da cui era emerso.
Della vita di queste persone che incrociamo nelle piazze di fb, capita anche di conoscere molto, alcune volte di intuire qualcosa, altre nulla, proprio come nella vita reale. Ogni amicizia che finisce può essere così solo un profilo che sparisce nell’indifferenza, oppure un vuoto che rimane, a seconda della qualità della relazione intercorsa. In ogni caso, pare comunque una forma di morte.

Quando poi il silenzio del contatto si spiega con il decesso della persona, con la quale magari si è parlato, discusso, scherzato, riso e pianto fino al giorno prima, allora il dispiacere che si prova non è molto diverso da quello che sentiamo quando perdiamo amici o conoscenti reali. E in questo caso il cordoglio si manifesta anche su fb con espressioni più o meno sincere.

 

Sui social poi, si prende confidenza con l’assenza, anche perché l’altro con cui ci si relaziona non è mai una persona nella sua interezza, ma solo la sua parte astratta e disincarnata, fatta di parole senza voce (e i fraintendimenti sono all’ordine del giorno), di sguardi senza occhi (e talora anche senza volto – se la foto del profilo non ce lo mostra), di mente senza corpo. Persone dimidiate, insomma, che sono qui con la mente e altrove con il corpo nel medesimo istante, ma delle quali, io credo, ci si manifesta l’essenza, se è vero che linguaggio e pensiero sono aspetti indissolubili e individualizzanti l’essere umano (l’animale razionale e parlante di aristotelica memoria).

Penso che sia proprio per questo tratto di astrattezza e d’ incompletezza, che molti siano portati a credere, più o meno consapevolmente. che le amicizie fb siano relazioni meno esigenti e meno degne di considerazione, perché più evanescenti e precarie di quelle reali; e per lo stesso motivo penso anche che, quando si perde un’amicizia virtuale, si perda qualcosa che non si è “avuto” mai del tutto. Inevitabilmente. Tutto questo però non la rende meno preziosa agli occhi di coloro che invece sanno cogliere l’essenza e la qualità degli individui.

Considerando, infine, l’aspetto più delicato, quello della morte delle persone care, con le quali rimanga un contatto social imperituro, mi chiedo quali potrebbero essere gli effetti della sopravvivenza virtuale sulla psiche delle persone rimaste in carne, ossa e sentimenti, il giorno in cui la presenza di questi spettri informatici, costruita in modo verosimile da chatbot sempre più sofisticate, crollasse dalle altezze ideali di una virtualità in un certo qual modo eterna e incorruttibile seppur fittizia, per schiantarsi sul terreno duro e desolato di una realtà cruda e transeunte, che poi è quella in cui viviamo e nella quale la morte alla fine regna sempre sovrana.
Viene in mente il bel film di Giuseppe Tornatore, La corrispondenza, che affronta sapientemente proprio questo tema epocale del rapporto tra lutto e tecnologia .

 

Fermo immagine dal film di Giuseppe Tornatore, La corrispondenza (2016).

 

Se svegliarsi dal torpore rassicurante delle illusioni, infatti, è sempre un trauma, proporzionale all’intensità e alla durata dell’incantesimo che queste hanno esercitato, maturare la consapevolezza dell’ illusorietà di una presenza, trascinata per lungo tempo oltre il decesso, potrebbe essere forse un’esperienza ancor più devastante per la psiche umana, strutturalmente abituata a confrontarsi con esperienze circoscritte entro i limiti del tempo e dello spazio.
Perché, se il lutto è un processo lento e circoscritto, che trasforma la perdita di una persona amata nella sua presenza simbolica e poi nell’accettazione del suo non-esser-più, e se tale esperienza si realizza compiutamente solo nell’assenza certa e irreversibile delle persone (non si può lasciare andare definitivamente colui che potrebbe tornare), mi chiedo come ne sia possibile la necessaria elaborazione per chi sopravvive, laddove l’estinto rimanga invece sospeso per un tempo illimitato nella sfera astratta e vaga di una chat, dove vero e falso si confondono.

Come ci si può abituare alla perdita, se si continua a dialogare con fantasmi virtuali parlanti, che mascherano la loro assenza, senza concedere una vera presenza, in una dimensione ambigua, che sembra negare la morte senza essere vita e che ha l’apparenza verbale dell’essere ma la sostanza concreta del nulla?

E così, mentre Techne continua la sua inarrestabile rivoluzione a cui Psiche assiste confusa, Atropo – che è figlia di Ananche (la Necessità) – procede sempre, inesorabile e indifferente al clamore digitale, nel recidere gli innumerevoli e sottili fili delle vite umane, perché, come esclama dalla rupe su cui è incatenato Prometeo, padre di tutte le tecniche, “la forza della Necessità non si vince”.

 

 

 

** Il libro di cui ho ascoltato la presentazione (ma che non ho ancora letto) e che mi ha dato lo spunto per questa riflessione è:

Davide Sisto, “La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale”, Bollati Boringhieri, 2018.

 

 

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