le storie

Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca.

I toscani non sono simpatici, non sono accomodanti, non amano il compromesso e se possono scegliere tra il dire una cosa in modo sgradevole oppure farlo cercando le parole più accattivanti, indipendentemente dal tempo e dallo sforzo che entrambe le opzioni possano comportare, non v’è dubbio che la prima è quella prescelta; meglio ancora se consente una battuta a rincarare la dose. Non glielo insegnano a scuola e non lo ordina il dottore: sono fatti così.

Tra i più famosi scrittori il più recente grande “tipizzatore” (orrendo neologismo che conio per l’occasione) della toscanità fu Curzio Malaparte il quale, tanto per consentirmi di entrare a gamba tesa nell’attuale polemica sullo “ius soli”, in realtà si chiamava Kurt Erich Suckert, ma sfido chiunque a dire che non fosse profondamente toscano o, per essere più precisi, pratese. Leggendo uno dei suoi libri più famosi, “Maledetti Toscani“, un lettore superficiale potrebbe trovarvi una sorta di esaltazione della toscanità; al contrario quel libro è un atto d’amore nei confronti di un mondo che peraltro oggi sta scomparendo e nel quale molti toscani di non più giovane età possono riconoscersi.

 

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È vero però che quella sensazione di superiorità, di unicità, di diversità ha alimentato nel tempo il carattere di una regione e questo lo si deve probabilmente a tutta una serie di fortunate congiunzioni astrali, come la localizzazione geografica, la particolarità del territorio e del suo clima, certe vicende storiche che se avessero avuto esito diverso avrebbero, nel contempo, consegnato un risultato del tutto diverso: dalla Toscana tutti coloro che volevano andare a sud a far danni, prima o poi ci passavano ma, per un verso o per un altro, di danni passando, non ne hanno fatti e la regione è risultata pressoché indenne dalle scorribande di barbari, arabi, lanzichenecchi, spagnoli, francesi e austriaci; con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale è andata un po’ peggio, ma in millenni di storia, nel complesso non è andata male.        cielo negli occhi, l’inferno in bocca

Alcuni, probabilmente toscani, attribuiscono al carattere fiero e poco arrendevole dei suoi cittadini il merito di aver opposto strenua resistenza alle dominazioni straniere (le ben note campane di Pier Capponi opposte alle altrettanto famose trombe di Carlo VIII); altri ancora, più pragmatici, alla potenza economica che ha consentito a Firenze di comprare ripetutamente la propria libertà uscendo indenne dalle scorribande degli eserciti stranieri durante buona parte del periodo comunale e repubblicano. Quasi tutti ignorano che alla base delle mille suggestioni alimentate nei secoli c’è forse una delle più grandi falsificazioni storiche mai operate da mente umana, che si deve alla fervida immaginazione e scrupolosa costruzione ideologica di un poco conosciuto frate domenicano vissuto nel Lazio durante il XV° Secolo: Giovanni Nanni, detto Annio da Viterbo.    Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

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Due raffigurazioni di Giovanni Nanni, detto Annio da Viterbo
       (cliccare le immagini per miglior risoluzione)

 

Ambizioso e per niente disposto all’umiltà, Annio pur avendo preso gli ordini decise che avrebbe raggiunto successo e potere e lo fece con le armi che più erano congeniali a coloro che si trovavano depositari della conoscenza in un’epoca nella quale l’analfabetismo dilagava e persino Papi ed Imperatori (a loro volta spesso non molto acculturati) potevano essere colpiti da suggestioni ben costruite. E Annio in questo scoprì di avere un talento non comune; fu così che, per elevarsi velocemente sulla scala sociale e del potere decise che avrebbe avuto bisogno di essere il depositario di una teoria innovativa e sconvolgente, tale da impressionare chi, più di altri incarnava allora l’autorità: il Papa.                Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

Deciso lo scopo da ottenere, Annio costruisce la storia iniziando dal tentare di distruggere l’egemonia culturale della Grecia Classica per riportare in auge l’essenza (secondo lui) della vera spiritualità: il mondo ebraico e la Bibbia. Per farlo andò a cercare uno tra i più antichi capisaldi dell’Antico Testamento e decise che, quando le acque si erano ritratte dopo aver devastato la terra, l’Arca si fosse trovata arenata in un luogo imprecisato dell’Etruria, probabilmente la stessa Viterbo dove era nato, e che i discendenti di Noè nel propagarsi per il mondo allora conosciuto, avevano inizialmente creato la civiltà etrusca e fondato le principali città della regione compresa tra l’Arno e il Tevere, per poi dedicarsi alla coltivazione della vite ed alla produzione del vino (fatto, questo ultimo, menzionato nella Bibbia). La sottolineatura di questo evento non fu casuale perché proprio sul vino e su altri prodotti pregiati dell’agricoltura, si svilupperà l’economia in quella parte d’Italia quando, con la scoperta dell’America ed il susseguirsi delle vicende belliche in Europa, i traffici delle merci prenderanno altre strade e l’importanza di alcune delle città che avevano fatto, in Italia, la storia del commercio, inizierà a diminuire; ma quel declino Firenze e la Toscana, non l’hanno mai conosciuto.       Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

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Per essere creduto Annio aveva necessità, sostanzialmente di due cose: trovare testi antichi a sostegno delle sue tesi e persone propense a credere ad una storia così fantasiosa, oltrechè falsa. La prima cosa fu estremamente laboriosa perché comportò, in totale assenza, ovviamente, di testi originali, l’esigenza di inventare nomi, luoghi, eventi storici e predisporre ritrovamenti di reperti a conforto delle sue tesi; alla fine ne vennero fuori 17 volumi facenti parte di una raccolta che chiamò Antiquitatum Variarum , attribuiti ad improbabili autori antichi, e questo dopo che aveva orgogliosamente dichiarato al mondo di essere riuscito in ciò che ancora nessuno aveva saputo fare: decifrare la lingua etrusca (cosa nella quale molti credettero ancorché totalmente falsa).  Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

Costruito il castello di menzogne, a chi venderle? Il primo fu Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) che vide nella vicinanza territoriale dello sbarco di Noè e della sepoltura di Pietro una straordinaria giustificazione alla sua supremazia secolare, ed il secondo fu Cosimo I de’ Medici al quale non parve vero, nel momento in cui le guerre europee iniziavano a minare traffici e commerci, di trovare una nuova idea sulla quale consolidare potere e fortune economiche.                   Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

 

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Cristofano dell'Altissimo Papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia (a sx)
               (cliccare immagine per miglior risoluzione),
a dx, frontespizio edizione Antiqvitatum Variarum pubb. da Sebastian Gryphius

 

 

Può sembrare assurdo che una simile mistificazione non venisse immediatamente scoperta e l’autore messo alla berlina, ma tale e tanta era la voglia di esaltazione della Famiglia Medici a Firenze e del potente Papa loro alleato a Roma che le voci di dissenso vennero soffocate sul nascere e, anzi, ne vennero fuori altre a conforto delle teorie del frate domenicano il quale conobbe finalmente quel successo a lungo agognato. Fu così che mentre il Vasari scriveva la sua “Vite dei più eccellenti architetti pittori et scultori italiani da Cimabue insino a’ tempi nostri” nella quale narra le storie dei grandi artisti che avevano dato lustro alla città di Firenze, altri, teologi, filosofi, scrittori o presunti tali, si industriarono nel dare conforto alle tesi di Annio aggiungendo bugia a bugia, falso a falso: Pier Francesco Giambullari, Giovan Battista Adriani, Piero Vettori, Guillaume Postel, tra i più conosciuti.

L’esaltazione che seguì negli oltre tre secoli durante i quali i Medici ressero il Granducato fu enorme, nonostante nel frattempo autorevoli voci di dissenso si facessero sempre più sentire, e le suggestioni originate dalla narrazione di Annio colpirono in ogni angolo d’Europa tant’è che la potente famiglia, che aveva già dato Papi alla Chiesa, finì per imparentarsi con le più importanti corti reali europee. Ogni evento nuziale visse momenti memorabili in una delle numerose residenze dei medici ove le feste ebbero luogo.

 

Quando il fiammingo Giusto Utens dipinge per Ferdinando I la serie di lunette raffiguranti le Ville Medicee, che saranno collocate nella Villa di Artimino, la fortuna della famiglia Medici è al massimo splendore. Il raggio delle proprietà si estende dal Mugello alla piana dell’Arno verso Pisa e Livorno, formando una sorta di ventaglio aperto verso nord-ovest rispetto a Firenze. L’artista registra con diligenza e senza saperlo, al chiudersi del Cinquecento, una realtà che rimarrà immutata, salvo minime aggiunte o sottrazioni, fino all’estinzione della casata nel 1737. Dunque, il sistema territoriale delle Ville Medicee – e non solo di quelle raffigurate nella sintesi iconografica di Artimino – è già tutto definito, e si identifica con il consolidato potere della dinastia.(1)

 

Di quei fasti resta ben poco nell’austerità dei palazzi fiorentini e delle altre Ville di campagna così come sono giunti sino a noi; questo anche perché la più bella, maestosa e ricca tra tutte le Ville Medicee oggi non esiste più: la villa di Pratolino.               Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

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          Giusto Utens - Villa di Pratolino (3)
     (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Fu Francesco I° De’ Medici che nel 1568 acquistò dei poderi alle pendici del monte Senario per costruirci la sua dimora; per ottenere il risultato che sognava, incaricò l’architetto Bernardo Buontalenti di progettare una villa ed un parco che non avrebbero dovuto avere uguali al tempo, sia per ricchezza che per ingegnosità. Il Buontalenti, con l’ausilio di alcuni tra i più abili ingegneri idraulici del tempo progettò un complesso che al termine dei lavori sarebbe stato composto da una villa principesca e numerosi annessi, tra i quali uno dedicato ai giochi ed alla giostra, oltre alla paggeria, tuttora esistente, e stalle, cappelle, arsenali, nonché locali di ricovero per la servitù della famiglia e dei numerosi ospiti illustri che vi soggiornavano frequentemente. La villa era dislocata su più piani e mezzanini lungo i quali si trovavano le circa 120 stanze che la componevano, ed al terzo piano, nel 1683, circa 100 anni dopo la costruzione del complesso, venne ricavato un teatro con una scena profonda 17 metri ed una platea che poteva contenere 400 invitati. In esso vennero rappresentate opere scritte appositamente da Alessandro Scarlatti, che le diresse più volte personalmente, e Georg Friedrich Haendel. Gli archi utilizzati dall’orchestra erano tutti stati commissionati allo Stradivari e fu appositamente per l’orchestra della villa che Bartolomeo Cristofori progettò un “glavicembalo col piano e forte” precursore dell’odierno strumento a coda. Al termine dei lavori di costruzione, il costo totale delle opere in muratura, pari a 782.000 scudi, risultò essere esattamente il doppio di quanto necessario per edificare tutto il complesso degli Uffizi a Firenze.Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

 

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  La Villa di Pratolino, ca. 1744 , incisione dallo Zocchi
        (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

 

La costruzione era strutturata in tre corpi di fabbrica adiacenti, posti sfalsati uno accanto all’altro in modo che, rivoluzionando l’usanza dell’epoca, ogni stanza potesse comunque essere illuminata attraverso una finestra, pur in totale assenza di corti interne. Tutta la struttura poggiava su di un basamento all’interno del quale, oltre a magazzini e dispense, vennero ricavate 7 grotte con statue e giochi di acqua che furono la causa del suo irrimediabile declino.

“..Durante l’esecuzione dei lavori una fioritura di poemetti encomiastici celebrava l’iniziativa del principe mediceo, di cui destavano grandi meraviglie l’enorme impegno finanziario che richiedeva e la stravaganza grandiosa del progetto..” (4)

..Dalla terrazza della villa si aveva una visione generale del terreno sottostante, come di dominio, ma non era possibile distinguere il disegno del giardino; il visitatore era condotto attraverso i percorsi stabiliti ricchi di grotte, di statue, ruscelli e labirinti che rimandavano da un punto a quello successivo, non mostrato prospetticamente, ma individuabile solo alla percezione dei sensi, stimolati dal rumore delle acque, dalle piogge artificiali, dai profumi e dai colori..” (5)

 

 

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 Villa Demidoff, un tempo la Paggeria della Villa di Pratolino

 

Il parco intorno ad essa era immenso, disseminato di vasche, statue e grotte in quantità tale da non essere riuscito a trovarne un censimento definitivo; chi vi si avventurava si trovava di fronte a fenomeni al tempo poco noti: strutture che si muovevano, zampilli di acqua che fuoriuscivano a sorpresa lungo i percorsi e a nord della villa una delle più importanti opere dell’artista fiammingo Jean de Boulogne (meglio conosciuto come il Giambologna), il Colosso dell’Appennino, statua alta circa 10 metri che se fosse stata posta in centro a Firenze avrebbe attratto frotte di turisti ogni anno solo per ammirarla, mentre in quel parco sulle montagne adiacenti alla città passa quasi inosservata; si tratta di una statua imponente all’interno della quale vi sono grotte e stanze nelle quali gli invitati potevano divertirsi, attraversando percorsi preordinati, a scrutare ciò che accadeva nel parco o in prossimità della vasca sottostante. Durante una delle sue visite il Montaigne ebbe a dire che “..la bellezza e la ricchezza di questo luogo non si possono rappresentare con la scrittura” (2), e ben presto anche la Santa Inquisizione, insospettita, non solo dallo sfarzo, ma anche dalla curiosità che aleggiava intorno ai misteriosi meccanismi che facevano funzionare le fontane e le automazioni controllate con il flusso dell’acqua, iniziò ad interessarsi a ciò che la famiglia Medici stava facendo a Pratolino, temendo vi si svolgessero attività al limite della stregoneria.

Tanto per rendere idea delle dimensioni della proprietà, al culmine del suo splendore il parco ammontava nel complesso a circa 200 ettari tra giardini e boschi nei quali erano disseminate statue, vasche, grotte, labirinti e viali; il coevo Parco dei mostri di Bomarzo (per certi versi altrettanto misterioso e degno di attenzione) si estendeva su di una superficie complessiva di poco superiore a quella attuale di 3 ettari.        Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

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Illustrazioni tratte da Pratolino; il giardino delle meraviglie di Luigi Zangheri

 

Le dodici sorgenti che alimentavano l’acquedotto che fungeva da motore del parco facevano scorrere ininterrottamente una notevole quantità di acqua per cui tutte le strutture necessitavano di frequenti manutenzioni che diminuirono, man mano che decresceva l’interesse dei successori di Francesco I, di pari passo con l’aumento delle spese necessarie per effettuarle; fu così che il degrado puntualmente iniziò proprio dalle fondamenta della villa, erose dall’acqua che scorreva nelle grotte sino a minare le strutture portanti dei muri. Fu così che Ferdinando III di Lorena decise l’abbattimento totale del complesso nel 1820, dopo che lo stesso ed il parco erano stati copiosamente depredati e buona parte di statue ed opere d’arte erano ormai trasferite a Palazzo Pitti e nel Giardino di Boboli a Firenze. Ciò che rimane degli antichi fasti è stato recentemente oggetto di restauri che hanno reso di nuovo fruibile ciò  che resta del parco.                      Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

 

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   "Il Colosso dell'Appennino" (1579-1580) del Giambologna

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In quei quasi tre secoli di sfarzo e poi decadenza, avvenne una contemporanea trasformazione di tutto il territorio toscano, che lo porterà ad essere quello che è arrivato sino a noi. Durante il periodo comunale prima e repubblicano poi, la Toscana era un susseguirsi di boschi intervallati da città fortificate nelle quali si concentrava la vita visto che le campagne rappresentavano un luogo insicuro dove vivere, ma tutt’al più dove lavorare durante il giorno per poi rifugiarsi la sera all’interno delle mura cittadine. Con il crollo dei commerci, tra il XVI° ed il XVII° secolo i Medici intuirono che le future ricchezze avrebbero potuto essere originate dal territorio, dalla campagna e fu per questo che scientificamente ne pianificarono lo sfruttamento: vennero così costruite fattorie ovunque ed intensificate le coltivazioni che più caratterizzavano già la regione: la vite e l’olivo.     Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

Fu così che dall’esaltazione di una tradizione del tutto inventata, fu proprio sull’intelligente sfruttamento della campagna che venne modellato il territorio, e quel vino che si diceva discendesse dalla tradizione biblica e da Noè, divenne il motore economico di una regione.                  Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

 

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Il sistema di ville ed annesse fattorie costruite nell’arco di tre secoli, con il quale era stato organizzato il territorio toscano fu il vero motore dello sviluppo regionale. Quando la famiglia Medici si estinse nel 1737, il Granducato venne ereditato dagli Asburgo-Lorena i quali subentrarono ai loro predecessori in perfetta continuità, e sia pur sconfessando le residue bizzarre tesi di Annio da Viterbo che avevano resistito alle copiose critiche negli anni precedenti, presero in consegna uno Stato ricco, efficiente, ordinato e lo valorizzarono dando luogo ad una nuova rivoluzione agricola nel segno della modernità. Fu infatti nel 1753 che venne fondata l’Accademia dei Georgofili (da georgofilo=cultore di studi agrari), divenuta nota ai più solamente nel 1993 quando un attentato terroristico ne distrusse la sede storica in centro a Firenze. Essa è stata la prima istituzione al mondo ad avere come scopo lo studio del territorio e lo sviluppo delle tecniche agricole; il suo operato fu visibile prima di tutto nella riorganizzazione della mezzadria agraria mediante una iniziale ristrutturazione delle fattorie, con la separazione totale dei locali adibiti a stalla da quelli dedicati all’abitazione dei contadini, e con la costruzione delle famose colombaie (locale aperto, sporgente sul tetto, nel quale i colombi potevano nidificare) in modo da consentire agli stessi contadini una fonte di approvvigionamento alimentare a buon mercato, nonché un preziosissimo e validissimo concime dato dalle deiezioni degli animali.

 

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  L’Accademia dei Georgofili in seguito all'attentato terroristico del 1993.

 

L’ordinato sviluppo dell’attività agricola rese migliori le condizioni di vita della popolazione rispetto a ciò che avveniva in altre regioni, attenuando la conflittualità sociale e consentendo al Granducato, primo Stato al mondo, l’abolizione della pena di morte nel 1786 e, successivamente, un’adesione non cruenta al nascente Regno d’Italia.                          Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca      Il cielo negli occhi, l’inferno in bocca

Facendo approdare Noè ed il suo vino in Etruria, Annio ha ottenuto un risultato che probabilmente mai si sarebbe aspettato: ha fatto la fortuna di una regione e del suo popolo. Carlo Lorenzini (Il Collodi) nel suo scritto più celebre fa dire alla Fatina dai capelli turchesi la celebre frase: “Caro Pinocchio, ci sono due specie di bugie: quelle che hanno le gambe corte e quelle che hanno il naso lungo. E le tue, per l’appunto, sono di quelle che hanno il naso lungo”. Il significato della metafora è la banalizzazione della menzogna in quanto, o fa poca strada per la sua debole consistenza (le gambe corte) oppure è lo stesso bugiardo che non riesce a mascherarne a lungo la falsità (il naso lungo); ebbene, il Collodi non doveva aver avuto conoscenza dell’abilità inusuale di quell’oscuro frate domenicano vissuto nel XV° secolo.

 

nota:

(1) Introduzione di Isabella Lapi Ballerini a “Le Ville Medicee”  

(2) “La beauté & richesse de ce lieu ne se peut représenter par le menu”, tratto dal “Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie”

(3) Nella rappresentazione di Giusto Utens manca completamente tutta la parte del parco che si trova a monte della villa, quella ove si trova la statua del Colosso dell’Appennino, e nonostante fosse già presente al tempo della pittura delle lunette

(4) (5) Daniela Mignani – Le Ville Medicee di Giusto Utens

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bibliografia:

  • Curzio Malaparte – Maledetti Toscani
  • Carlo Lorenzini – Le avventure di Pinocchio; storia di un burattino
  • Giovanni Cipriani – Il mito etrusco nel Rinascimento fiorentino
  • Luigi Zangheri – Pratolino; il giardino delle meraviglie (vol. 1 e 2)
  • Isabella Lapi Ballerini – Le Ville Medicee
  • Michel Montaigne – Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie
  • Daniela Mignani – Le Ville Medicee di Giusto Utens

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