le storie

Il dizionario del professore folle e del dottore pazzo

dizionario del professore folle e dell’americano pazzo

a trama del recente film di P.B. Shemran è talmente sorprendente, che sembra partorita dalla fervida immaginazione di uno scrittore, e invece ripercorre una vicenda realmente accaduta nell’Inghilterra di fine Ottocento, dove i destini di alcune persone e quello di un’ impresa titanica si incrociano indissolubilmente.

Di questa storia ai limiti del verosimile, già nel 1998 un saggio aveva ricostruito i momenti; Simon Winchester ne era l’autore e The surgeon of Crowthorne il titolo (tradotto in italiano l’anno successivo da Mondadori col titolo L’assassino più colto del mondo).

 

Fascicolazione prima della rilegatura di un'edizione del OED.

 

L’impresa monumentale attorno a cui si sviluppa la vicenda è la stesura dell’Oxford English Dictionary, il primo dizionario storico della lingua inglese, antica e moderna, pubblicato dalla casa editrice Oxford University Press, su iniziativa, nel 1857, della Philological Society di Londra.

Opera, che gli austeri accademici di Oxford non riuscirono però a far decollare, fino a quando non decisero di affidarla allo scozzese James Murray,  filologo autodidatta e appassionato conoscitore delle lingue di ogni tempo. Egli accolse con entusiasmo l’invito ed ebbe l’idea, democratica e geniale, di reclutare in tutto l’Impero britannico  dei lettori-collaboratori volontari, a cui assegnare il compito di scovare parole, con le corrispondenti attestazioni nelle opere letterarie in lingua inglese, per poterne ricostruire la storia e i cambiamenti semantici.  E così nel 1879 Murray – sostenuto anche da una moglie tenace e intelligente, oltre che prolifica – riuscì a portare il lavoro di compilazione a pieno regime; poi, nel 1884, poté pubblicare finalmente il primo volume del dizionario, che gli valse la conquista della laurea ad honorem, oltre alle inevitabili invidie di alcuni di quegli stessi accademici.

 

 

 

James Murray e i suoi assistenti, però, non avrebbero mai potuto vedere la loro impresa venire alla luce, senza il contributo prezioso e determinante di un altro uomo; un lettore tanto colto, quanto lontano dalle accademie, che fece decollare il progetto da “Art” in poi, con migliaia di lemmi. Era un medico militare americano, rinchiuso nel manicomio criminale di Broadmoor. In un precedente delitto dettato dalla follia, aveva infatti tolto la vita a un giovane uomo e ne aveva reso orfani i figli.

 

Il dottor William Chester Minor è anch’egli un genio innamorato delle parole, come lo è il professor Murray; ma in esse, più che una via all’ordine e alla conoscenza universale, vede soprattutto una possibilità di redenzione – grazie allo strenuo lavoro di ricerca – e una possibilità di fuga dai fantasmi del passato.  È proprio grazie ai libri che foderano le pareti della cella, che riesce a respirare le sue ore di libertà, lontano dalle ossesioni a cui la schizofrenia lo ha condannato, da quando, nella Guerra di Secessione, ha visto, vissuto e praticato egli stesso tutto il male, che in ogni guerra si concentra.

Commovente e delicata è la sua dichiarazione d’amore per le parole, pronunciata nel cortile del manicomio: “Quando leggo, riesco a volare fuori da questo posto, sulle ali dei miei libri. Le parole mi hanno tenuto in vita fino ad oggi...”

 

Il dottor William Chester Minor (sx) e  Sir James Murray (dx)

 

E dunque, i destini del professore sognatore, del medico pazzo e della vedova disperata si incrociano in quel grande cortile, a formare un circolo virtuoso di relazione e di conoscenza: la stima e la complicità di Murray per Minor diventerà assoluta, tanto da riuscire a farlo uscire di prigione (ma non definitivamente dalla sua pazzia); l’americano vedrà in Murray e nella sua impresa l’unica possibilità di salvezza, seppur provvisoria, dalla sua triste condizione; e l’infelice vedova dell’uomo ucciso da Minor scamperà dalla miseria, proprio grazie alla pensione che il medico le darà in beneficio, per alleviare il suo senso di colpa. Lei in quel cortile riuscirà col tempo a superare il rancore verso Minor, con lui imparerà a leggere, e a lui regalerà i libri, dai quali trarrà le parole per il grande dizionario…

 

 

Prima edizione dell'OED, terzo da destra il Vol. X, la"T", l'ultimo a cui lavorò Murray.

 

Le loro vite, così, nel corso degli anni si legano in una intensa e profonda amicizia che, da un lato, affossa ogni residuo di odio, fino a lambire la tenerezza di una relazione d’amore, e dall’altro cresce sfidando le invidie accademiche, l’ottuso moralismo e le rigide convenzioni sociali dell’epoca vittoriana. Un’amicizia che conosce la fatica e il dolore, ma che, ruotando intorno ad un sogno grandioso dove le parole regnano sovrane, proprio con le parole riesce a dare senso alla fatica, a riscattare il dolore, a stringere legami e ad alimentare il sogno stesso, fino a renderlo un progetto realizzato.

 

Lettera di reclutamento di Murray  ad un lettore-collaboratore volontario, a cui assegna il compito di scovare parole, e, a destra, una della tante scatole contenente le migliaia di singole schede ognuna per un vocabolo distinto. 
(cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

L’ Oxford English Dictionary proseguirà infatti le pubblicazioni fino alla morte dei suoi autori principali (Murray muore nel 1915  alla pubblicazione della lettera T e Minor nel 1920, alla lettera V) e giungerà a termine solo nel 1928, quando vedrà la luce l’ultimo dei dieci volumi di quella travagliata prima edizione.

Dopo ristampe, supplementi e la pubblicazione della seconda edizione degli anni ’80 ampliata a venti volumi, poi “tradotti” nel 1992 anche in versione elettronica, oggi l’ OED è consultabile on-line e raccoglie significato, etimologia e storia di oltre 600.000 parole, antiche e moderne, attraverso tre milioni di citazioni – da quelle letterarie e cinematografiche a quelle giornalistiche e manualistiche – e rimane l’autorità di riferimento imprescindibile per chi parli o studi la lingua inglese.

 

Un'esempio delle schede di vocaboli, quella per la parola "affirm".

 

Di fronte a un’impresa così grande, allora, la chiave di lettura del film sta tutta nell’elogio alla follia che lo percorre dall’inizio alla fine e che qualcuno – con eccessiva severità, credo – ha trovato retorico e stereotipato.

Certo, quella che si elogia non è la follia patologica che distrugge la vita di quelli come Minor, né quella sgangherata e pretenziosa dei megalomani in cerca di onori e potere, ma la sana e audace follia dei visionari come Sir Murray, che nei secoli ha ispirato molti spiriti, da Erasmo da Rotterdam a Steve Jobs; la follia di quelli che, essendo nati postumi, immaginano cose che nessuno dei contemporanei osa pensare e fanno andare avanti il mondo con un grande balzo, invece che a piccoli passi; la follia, di fronte alla quale i timorosi senza fantasia e gli eruditi senza passione, in ogni tempo, puntualmente storcono il naso e, a volte, si rodono anche un po’ il fegato per l’invidia.

 

 

 


Il Professore e il Pazzo, regia di P.B. Shemran, con Mel Gibson e Sean Penn, 2019. Titolo originale: The professor and the madman.

 

 

 

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