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4 marzo 2018, prova di democrazia o crisi della democrazia?

4 marzo 2018, prova di democrazia o crisi della democrazia?

A un mese dalle elezioni del 4 marzo gli sconfitti si stanno leccando le ferite rinchiusi nei loro fortini fra l’indifferenza generale, mentre i vincitori, che hanno il difetto di essere due, cercano di trovare una formula per far partire il governo, sospesi fra un programma minimale, una legge elettorale che consenta di far vincere qualcuno, e un programma più ambizioso, che stemperi l’inconciliabilità delle parole d’ordine con cui hanno vinto le elezioni e possa avere un respiro di più lungo periodo. Diversamente non avrà vinto nessuno, non solo numericamente, cosa chiarissima dall’apertura delle urne, ma anche politicamente.

 

Non saprei onestamente prevedere il destino di questa legislatura, che è un problema del Capo dello Stato, e ancor meno so immaginare se la sinistra riuscirà ad uscire dall’angolo in cui si è rinchiusa, ma nessuno di questi due problemi mi pare al momento essenziale, perché in fondo rappresentano solo il piccolo cabotaggio  nella tempesta di una crisi di sistema drammatica, che vorrei provare a guardare più da vicino.

 

Credo che il dato da cui partire sia quello relativo alla natura del risultato elettorale, che mi pare innanzitutto uno straordinario esercizio di democrazia, certo il più forte che io abbia visto nella mia vita, così forte da terremotare gli equilibri politici consolidati negli ultimi 30 anni e da ridisegnare la geografia del consenso nell’intero paese. Al confronto, quello che ci era sembrato un evento epocale, la crisi della prima repubblica, scolora in incidente di percorso minore.

 

Quale che sia l’idea di ciascuno di noi, bisogna avere l’onestà di ammettere che il popolo sovrano, solitamente conservatore nelle sue scelte, questa volta si è espresso in modo rivoluzionario, bastonando impietosamente  i partiti più tradizionali, e consegnando le chiavi del potere ad un movimento antisistema che fino ad oggi ha dimostrato solo una totale incapacità di governare quando è stato messo alla prova, e ad un radicato partito regionale complice fin dall’inizio di tutte le nefandezze del ventennio berlusconiano, giustamente naufragato nel 2011 con la crisi che ha portato Monti a Palazzo Chigi.

 

Che poi il popolo abbia usato saggiamente la democrazia e abbia fatto una scelta intelligente è un ben diverso problema, sul quale sospenderei per un attimo il discorso, per fare qualche considerazione sulle novità del 4 marzo.

 

La prima riguarda la sinistra, che è stata ridotta all’irrilevanza come mai nella sua storia, e ben oltre il dato puramente numerico. Il fatto che anche le regioni rosse abbiano pagato un pesante tributo a Salvini, e che in particolare l’Emilia Romagna abbia visto il PD diventare il secondo partito dietro al Movimento 5 Stelle, mentre la coalizione di centro sinistra è stata battuta dalla coalizione di centro destra, da alla batosta una dimensione epocale, quella di una bancarotta politica. Oggi il PD ha una sola scelta se vuole sopravvivere, che è quella di stare all’opposizione e costringere la destra a schiantarsi, se ne sarà capace, ridisegnandosi nel contempo una identità politica che possa essere un domani spendibile, perché quella attuale è morta e sepolta assieme alla sua classe dirigente; che poi il fallimento della destra coincida necessariamente con il fallimento del paese è una disgrazia incontrollabile per chiunque, soprattutto per il PD.

 

La seconda riguarda il Movimento 5 Stelle, che è cresciuto ovunque, ma che soprattutto ha fatto bottino pieno nelle regioni meridionali, con il caso surreale della Sicilia, dove ha avuto più eletti che candidati. Qui, nelle zone più povere e arretrate del paese, la promessa del reddito di cittadinanza ha sbancato, ma se si possono comprendere il disoccupato cronico o il giovane senza prospettive di lavoro che si attaccano a chi gli promette la sussistenza da subito, non si può non ammutolire di fronte a mezza Italia che sceglie la decrescita  e il sottosviluppo per le prossime generazioni, e di fronte alla follia di chi glie la propone: attenzione, non stiamo parlando di quel momento del futuro in cui le macchine avranno reso superfluo il lavoro umano, ma stiamo parlando di un mondo nel quale il lavoro esiste ancora, ma semplicemente non è  a casa nostra. La rabbia sociale che potrà provocare questa promessa disattesa non è certo difficile da immaginare, meno semplice capire quali potranno essere gli effetti conseguenti.

 

La terza riguarda la destra a trazione leghista, che si è impadronita del nord Italia, la zona più ricca e sviluppata del paese, con parole d’ordine che spaziano dalla flat tax all’abolizione della Legge Fornero, passando per le ruspe che devono cacciare i migranti e con ciò garantire la sicurezza dei cittadini. Sorprende che persone ragionevoli e ragionevolmente benestanti possano credere che tutte queste cose potranno essere realizzate qui ed ora, se bastasse stampare carta moneta o aumentare il deficit per promuover lo sviluppo lo avrebbe fatto volentieri anche il PD, e se l’alternativa è fare della macelleria sociale continuerà il gioco del cerino col quale una ex maggioranza consegna un pase sempre più disastrato alla nuova. Ugualmente pare incredibile che criminalità e migranti possano essere considerati un problema, quando tutti gli indici sul loro numero indicano una diminuzione, e tutti gli studi sull’importanza dell’immigrazione per l’economia dimostrano che oggi è una risorsa: il percepito conta più del reale,  sempre più spesso i cittadini ignorano la realtà, e in qualche caso anche i loro interessi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

 

Sia chiaro, i problemi che Di Maio e Salvini dicono di voler risolvere sono problemi reali. Esiste un’area di povertà che progressivamente divora dei nuovi gruppi di cittadini ed espande il loro numero complessivo, esiste un problema di eccessivo costo del lavoro e di tassazione troppo alta, soprattutto in relazione alla qualità dei servizi che produce, esiste un problema occupazionale drammatico e una crisi ormai consolidata del nostro sistema industriale, che nello spazio di una generazione è stato in gran parte smantellato dalla globalizzazione e dalle nostre inadeguatezze. Tutte questa cose esistono, ed è vero che i loro effetti sono stati ampliati da molte scelte che l’Europa ha fatto o in altri casi non ha saputo fare, ma è anche vero che noi abbiamo perso almeno 30 anni ad ignorare il treno che ci correva incontro per travolgerci, ed oggi è difficilissimo coniugare la necessaria diminuzione del debito pubblico con politiche di sviluppo che stiano in piedi.

 

Torniamo al popolo sovrano, che si è espresso con una spettacolare manifestazione di democrazia. La democrazia è un sistema imperfetto come tutti gli altri, spesso in modo più grave nei periodi di crisi, e può sicuramente produrre risultati negativi, come molte volte è successo in passato: bene,  il popolo sovrano ha votato alla cazzo, non solo e non tanto perché io la penso diversamente da lui, o per il fatto che ha seguito tutti i populisti sulla piazza come se fossero quattro pifferai magici, ma essenzialmente perché ha prodotto  un risultato che incarta la democrazia, perché legittima e spinge al governo, assieme per logica e necessità, pena l’inutilità del voto, due partiti che rappresentano interessi e aree diverse del paese, antitetici in tutto fra loro, nei ceti rappresentati, nei luoghi  di radicamento, nella concezione dell’economia, nel  ruolo dello stato  e nell’idea di società. Perché bisognerà pur dire che fra chi si immagina il reddito di cittadinanza per il sud, che potrebbe essere al massimo una soluzione residuale per il nord, e chi vorrebbe la flat tax al nord, i cui effetti sul bilancio dello stato potrebbero forse essere sterilizzati solo dall’incapienza del sud, non ci può essere una visione del mondo comune, ammesso e non concesso che le due oggi esistenti stiano in piedi.

 

In casi come questi la democrazia mostra la corda, si avvicina al limite del suo funzionamento e della sua capacità di comprendere e riassumere la società, perché la radicalità delle differenze e la distanza consolidata fra gli interessi in gioco determina situazioni inconciliabili che incrinano la cornice del perimetro condiviso. Qualunque società, per funzionare, deve definire un interesse generale, persino un interesse sbagliato, addirittura un interesse moralmente riprovevole se vogliamo, ma non è possibile che funzioni senza di esso. La democrazia serve anche per questo, per definire le idee condivise, che non sono solo le regole del suo funzionamento, ma anche il fine e l’orizzonte del suo agire.

 

Tutto questo oggi è venuto meno, nessuno saprebbe indicare un minimo comune denominatore che unifichi la società, mentre tutti conoscono benissimo gli interessi particolari non mediati e non più mediabili, nella testa e nella pancia degli elettori, in nome dei quali si esercita il diritto di voto e si sceglie la classe dirigente. Ma in questo modo la democrazia finisce col funzionare a rovescio, perché interrompe il circuito virtuoso fra società e politica che al di fuori della patologia regola il suo meccanismo: non si garantisce più il permanere dell’identità collettiva, di un interesse generale almeno a grandi linee riconosciuto, ma si produce il suo esatto contrario, la legittimazione di tutti gli interessi particolari, compresi quelli fra loro inconciliabili, oltre che in alcuni casi risibili, che invece che comporlo moltiplicano all’infinito il conflitto.

 

Quando il “noi” diventa ”io”, quando l’identità collettiva tracolla nel suo contrario, quando questo processo si struttura nel tempo, quando la società si incattivisce e rifiuta le mediazioni, succede anche un’altra cosa che accelera la sua frammentazione: il potere diventa un fine, non più un mezzo, e in nome della sua conquista  e della sua conservazione emergono classi dirigenti del tutto speculari agli elettori, rozze, ignoranti e di corto pensiero, alle quali nei bei tempi andati non sarebbe stata affidata neanche la bancarella della frutta  al mercato. E’ una ben singolare disgrazia che la natura delle cose ci spinga a mandare al potere i peggiori nei momenti di crisi più profonda, quelli che a rigore potremmo più propriamente definire, con linguaggio gramsciano, semplici classi dominanti e non vere classi dirigenti.

 

Non è vero che il voto è sempre giusto, in una straordinaria quantità di casi è capitato che il popolo, esercitando legittimamente la democrazia, votasse nel modo sbagliato, e in prospettiva storica non abbiamo mai grandi difficoltà a riconoscerlo. Ci riesce più difficile nel presente, quando siamo immersi in una crisi e in un voto che ci riguarda direttamente, quando è il nostro interesse che sembra non collimare con quello della società in cui viviamo, e cerchiamo invece di legittimarlo come interesse generale. La democrazia naturalmente prevede l’errore, e anche i meccanismi per porvi rimedio, stanno nelle regole del suo funzionamento, ma quando il risultato è quello di passare da un errore ad un errore più grande, come succede da più di vent’anni, la macchina s’inceppa e si avvita su sé stessa. Detto in altri termini il risultato delle elezioni del 4 marzo è quello di spingere al governo assieme i poveri e i ricchi, non sulla base di una sintesi virtuosa degli interessi, ma sulla base della loro semplice somma, in nome della rabbia, dell’egoismo e in molti casi del privilegio. Questa cosa non esiste in natura e ancor meno nella realtà politica.

 

Non è la prima volta che succede, è capitato in passato, anche tragicamente, nei momenti di crisi, e sta capitando oggi in altri paesi d’Europa. È capitato in Ungheria, in Polonia e più recentemente in Austria che partiti ad un tempo populisti, nazionalisti e xenofobi andassero al potere, è capitato all’Inghilterra di essere spinta fuori dall’Unione da un voto viscerale e sconsiderato sulla Brexit, ed è capitato pochi mesi fa a Francia e Germania di essere spaventate da voti rischiosi e destabilizzanti espressi dal corpo elettorale frammentato, diviso e spaventato come mai dal dopoguerra, e francamente , nel loro caso per motivi poco fondati. Non era tuttavia ancora capitato che uno dei paesi più importanti e popolosi dell’Unione, uno dei sei soci fondatori, consegnasse veramente il potere a partiti di questo tipo, partiti che col potere realizzano il fine invece che conquistare il mezzo.

 

C’è qualcosa di tremendo e ridicolo nel risultato del 4 marzo, perché non succede spesso che la vittoria sia determinata dalla pura e semplice protesta, nell’irrilevanza degli interessi tutelati e della loro inconciliabilità, in un clima di ostilità così assoluto, nella totale e velleitaria presunzione da parte dei vincitori di poter imporre le proprie regole al mondo, come se non fossimo ormai un paese che va alla deriva verso il terzo mondo, senza credito, senza alleati, senza riconoscimento, e oggetto di frequenti e fondati sberleffi. Come se ci fosse veramente vita per noi fuori dall’Unione Europea, e come se la Grecia non fosse esistita a far da monito per tutti.

 

Cosa faranno domani i vincitori, la guerra all’Europa del rigore imposto dai più ricchi e meno indebitati? Andranno all’assalto dei poteri forti che affamano i popoli, quegli stessi poteri che secondo loro spostano i migranti dall’Africa e dall’Asia per rubarci il nostro benessere?  Se ne fottono i poteri forti, e ci diranno che nel mondo della globalizzazione, nel quale il denaro detta le regole alla politica, quello che da noi è declino altrove è sviluppo, che ci provassimo a chiudere frontiere e imporre dazi, noi, che non abbiamo una materia prima al mondo, e poi vedremo se non sarà una Caporetto seguita da una ritirata di Russia.

 

Io penso di vedere abbastanza chiaramente la nostra situazione di oggi, ma questo non vuol dire vedere qualche soluzione; per questo onestamente penso che il declino sia inevitabile, ma se dovessi inventarmi una qualche ragione d’ottimismo farei tre brevi considerazioni.

 

La prima. Il 4 marzo 2018 è stato contemporaneamente uno straordinario esercizio di democrazia e l’espressione di una sua una acutissima crisi, perchè ha prodotto  e certificato nei fatti, prima che nella politica, la sua inadeguatezza a comporre, qui ed ora, la divisione e lo spappolamento della società, anzi, le ha aggravate. Oltre non si può andare, senza conseguenze non quantificabili nella loro gravità.

 

La seconda. Questo grande potere nelle mani dei populisti di ogni ordine e grado è debolissimo, sia sul piano internazionale, per ovvi motivi, sia sul piano interno, perché gli spicchi del consenso sono comunque tre, e sono troppo sfaccettati e ingombranti per consentire una reale sintesi politica. Aggiungo che non credo affatto che una nuova legge elettorale capace di determinare con la forza il vincitore delle elezioni sarebbe una soluzione, perché aumenterebbe il conflitto interno e accrescerebbe la debolezza esterna, in uno spettacolare gioco dell’oca dove si perde comunque.

 

La terza. Io non so se l’Europa può veramente permettersi di mandare al macero l’Italia senza subire gravi contraccolpi, rinchiudendosi nel fortino baltico e con la Francia che diventerebbe il nuovo vaso di coccio, atteso che la Spagna è già di carta velina: forse si e forse no, ma di certo avremo la possibilità di vederlo. Se mai ci fosse uno spiraglio per il no serviranno idee e uomini capaci di gestire politiche mai sperimentate, che non potranno essere la fotocopia del modello greco, se non si vorrà minare comunque il futuro dell’Unione. Per questo serviranno idee, partiti, politiche e uomini per le quali gli attori oggi sulla scena sono inadeguati, tutti, nessuno escluso, a partire dagli odierni vincitori; se non sarà questa l’occasione per un cambiamento, il momento in cui la politica sarà finalmente capace di guidare la società da qualche parte, invece che essere da lei guidata in nessun posto, assolvendo finalmente al suo ruolo, dopo un’altra occasione non ci sarà più.

 

Il Pifferaio Magico della Disney

 

 

 

 

 

 

 

prova

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