la società

Varoufakis: il Manifesto di Marx ha predetto la nostra crisi attuale e indicato la via d’uscita

Il Manifesto comunista aveva previsto il capitalismo globale predatore e polarizzato del XXI° secolo. Non solo: Marx ed Engels ci hanno anche mostrato che abbiamo il potere di creare un mondo migliore.

 

 

di Yanis Varoufakis
(da The Guardian)
Traduzione Redazione Modus

 

 

Perché un manifesto abbia successo, deve parlare ai nostri cuori come una poesia mentre infetta la mente con immagini e idee che sono incredibilmente nuove. Ha bisogno di aprire gli occhi sulle vere cause dei cambiamenti sconcertanti, inquietanti, eccitanti che si verificano intorno a noi, che espongono le possibilità di cui la nostra attuale realtà è gravida. Dovrebbe farci sentire irrimediabilmente inadeguati per non aver riconosciuto noi stessi queste verità, e deve sollevare il sipario sulla sconvolgente consapevolezza che stiamo agendo da piccoli complici, riproducendo un passato senza sbocchi. Infine, deve avere il potere di una sinfonia di Beethoven, esortandoci a diventare agenti di un futuro che pone fine alla sofferenza di massa inutile e ad ispirare l’umanità a realizzare il suo potenziale per un’autentica libertà.

Nessun manifesto è riuscito a fare tutto questo meglio di quello pubblicato nel febbraio del 1848 al numero 46 di Liverpool Street, a Londra. Commissionato da rivoluzionari inglesi, “Il Manifesto Comunista (o Manifesto del Partito Comunista, titolo col quale venne pubblicato per la prima volta) fu creato da due giovani tedeschi: Karl Marx, un filosofo allora di 29 anni con un gusto per l’edonismo epicureo e la razionalità hegeliana, e Friedrich Engels, di 28 anni, tra le altre cose erede di un cotonificio a Manchester.

 

La prima edizione de "Il Manifesto comunista" pubblicata a Londra nel 1848, a destra
l'ultima edizione del 2018 pubblicata a Londra con introduzione di Yanis Varoufakis
               (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Come opera di letteratura politica, il manifesto rimane insuperabile. Le sue frasi più famigerate, compresa quella di apertura (“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo.“), hanno una qualità shakespeariana. Come Amleto affrontato dal fantasma del suo padre ucciso, il lettore è costretto a chiedersi: “Devo conformarmi all’ordine prevalente, soffrendo le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna conferitami dalle forze irresistibili della storia? O dovrei unirmi a queste forze, o imbracciar l’armi, invece, contro lo status quo e, opponendole, inaugurare un mondo coraggioso?

Per gli immediati lettori di Marx ed Engels, questo non era un dilemma accademico, dibattuto nei salotti dell’Europa. Il loro manifesto era un invito all’azione, e ascoltare l’invocazione di questo spettro spesso significava persecuzione o, in alcuni casi, lunga prigionia. Oggi, un dilemma analogo affronta i giovani: conformarsi ad un ordine stabilito che si sta sgretolando e che si dimostra incapace di riprodursi, o opporvisi, a costi personali considerevoli, alla ricerca di nuovi modi di lavorare, giocare e vivere insieme? Anche se i partiti comunisti sono scomparsi quasi interamente dalla scena politica, lo spirito del comunismo che guida il manifesto si sta rivelando difficile da chetare.

 

 

 

Vedere oltre l’orizzonte è l’ambizione di qualsiasi manifesto. Ma riuscire, come hanno fatto Marx ed Engels, nella descrizione accurata di un’era che sarebbe arrivata dopo un secolo e mezzo nel futuro, oltre che ad analizzare le contraddizioni e le scelte che affrontiamo oggi, è davvero sorprendente. Verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso il capitalismo era naufrago, locale, frammentato e timido. Eppure Marx ed Engels ci hanno dato una lunga occhiata e hanno previsto il nostro capitalismo globalizzato, finanziarizzato, corazzato, che se la canta e se la suona. Questa fu la creatura che nacque dopo il 1991, nello stesso momento in cui l’establishment proclamava la morte del marxismo e la fine della storia.

Certo, il fallimento predittivo de “Il Manifesto Comunista” è stato a lungo esagerato. Ricordo che persino gli economisti di sinistra nei primi anni ’70 sfidarono la fondamentale previsione del manifesto che il capitale si sarebbe “annidato dappertutto, piazzandosi ovunque, stabilendo connessioni ovunque“. Attingendo alla triste realtà di quelli che allora venivano chiamati paesi del terzo mondo, sostenevano che il capitale avrebbe perso la sua effervescenza ben prima di espandersi oltre la sua “metropoli” in Europa, America e Giappone.

Empiricamente avevano ragione: le multinazionali europee, statunitensi e giapponesi che operavano nelle “periferie” dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina si limitarono al ruolo di estirpatori di risorse coloniali e non riuscirono a diffondere il capitalismo lì. Invece di impregnare questi paesi con lo sviluppo capitalistico (“trascinando nella civiltà anche le nazioni più barbare“), sostenevano che il capitale straniero stava riproducendo lo sviluppo del sottosviluppo nel terzo mondo. Era come se il manifesto avesse riposto troppa fiducia nelle capacità del capitale di diffondersi in ogni angolo. La maggior parte degli economisti, compresi quelli solidali con Marx, dubitava della previsione del manifesto secondo cui “lo sfruttamento del mercato mondiale” avrebbe conferito “un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo in ogni paese“.

 

 

Come si è scoperto, il manifesto aveva ragione, anche se in ritardo. Ci volle il crollo dell’Unione Sovietica e l’inserimento di due miliardi di lavoratori cinesi e indiani nel mercato del lavoro capitalista affinché la sua previsione venisse confermata. In effetti, per far sì che il capitale si globalizzasse completamente, i regimi che avevano giurato fedeltà al manifesto dovevano prima essere fatti a pezzi. La storia ci ha mai proposto un’ironia più deliziosa?

 

Chiunque legga il manifesto oggi sarà sorpreso di scoprire un’immagine di un mondo molto simile al nostro, in bilico sulla soglia dell’innovazione tecnologica. Al tempo del manifesto, il motore a vapore rappresentava la più grande sfida per i ritmi e le routine della vita feudale. I contadini furono travolti negli ingranaggi e nelle ruote di questo macchinario e una nuova classe di padroni, i proprietari delle fabbriche e i mercanti, usurparono il controllo della nobiltà terriera sulla società. Ora, è l’intelligenza artificiale e l’automazione che incombono come minacce dirompenti, promettendo di spazzare via “tutti i rapporti stabili e irrigiditi“. “Rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione“, il manifesto proclama, trasforma “tutti i rapporti sociali“, determinando “l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca“.

 

Per Marx ed Engels, tuttavia, questa rottura va celebrata. Funge da catalizzatore per la spinta finale di cui l’umanità ha bisogno per eliminare  i nostri pregiudizi residui che sostengono la grande divisione tra coloro che possiedono le macchine e coloro che progettano, operano e lavorano con queste. “Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra“, scrivono nel manifesto dell’effetto della tecnologia, “e l’uomo è finalmente costretto a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti“. Vaporizzando spietatamente i nostri preconcetti e le false certezze, il cambiamento tecnologico ci sta costringendo, scalciando e urlando, ad affrontare quanto patetici siano i nostri rapporti l’un con l’altro.

 

   Versione "comunista" del gioco "Monopoli" di K.Luttemoster, 2012
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Oggi vediamo questa resa dei conti in milioni di parole, in stampa e online, usate per discutere i malumori della globalizzazione. Mentre si celebra il modo in cui la globalizzazione ha spostato miliardi di persone dall’indigenza assoluta alla povertà relativa, i venerabili giornali occidentali, i personaggi di Hollywood, gli imprenditori della Silicon Valley, i vescovi e persino i finanziatori multimiliardari lamentano alcune delle sue ramificazioni meno desiderabili: disuguaglianza insopportabile, avidità sfrontata, cambiamento climatico e dirottamento delle nostre democrazie parlamentari da parte di banchieri e ultra-ricchi.

Niente di tutto ciò dovrebbe sorprendere un lettore del manifesto. “L’intera società“, afferma, ” si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra“. Poiché la produzione è meccanizzata, e il margine di profitto dei proprietari delle macchine diventa il motivo guida della nostra civiltà, la società si divide tra azionisti non lavoratori e lavoratori salariati non proprietari. Per quanto riguarda la classe media, è il dinosauro nella stanza, pronto per l’estinzione.

Allo stesso tempo, gli ultra-ricchi sono colpiti dalla colpa e stressati mentre guardano la vita di tutti gli altri sprofondare nella precarietà di una schiavitù salariale insicura. Marx ed Engels prevedevano che questa supremamente potente minoranza abbiente si sarebbe dimostrata “inadatta a governare” società così polarizzate, perché non sarebbe stata in grado di garantire un’esistenza affidabile agli schiavi salariati. Barricati nelle loro comunità esclusive recintate, si trovano consumati dall’ansia e incapaci di godersi le loro ricchezze. Alcuni di loro, quelli abbastanza intelligenti da realizzare il loro vero interesse personale a lungo termine, riconoscono che lo stato sociale sia la migliore polizza assicurativa disponibile. Ma ahimè, spiega il manifesto, come classe sociale, sarà nella loro natura lesinare su quella assicurazione, e lavoreranno instancabilmente per evitare di pagare le tasse richieste

Non è mica questo che si è verificato? Gli ultra-ricchi sono una cricca insicura, costantemente insoddisfatta, costantemente dentro e fuori dalle cliniche di disintossicazione, in cerca di sollievo da sensitivi, strizzacervelli e guru imprenditoriali. Nel frattempo, tutti gli altri lottano per mettere il cibo a tavola, pagare le tasse scolastiche, destreggiarsi tra una carta di credito e un’altra o combattere la depressione. Ci comportiamo come se le nostre vite fossero spensierate, affermando di apprezzare ciò che facciamo e fare ciò che ci piace. Eppure, in realtà, piangiamo fino ad addormentarci.

I benefattori, i politici dell’establishment e gli economisti accademici in recupero rispondono tutti a questa situazione nello stesso modo, declamando accese condanne dei sintomi (disuguaglianza di reddito) ignorando le cause (sfruttamento derivante dagli ineguali diritti di proprietà su macchine, terra, risorse). C’è forse da meravigliarsi se siamo in un vicolo cieco, con la disperazione che serve solo ai populisti che cercano di corteggiare i peggiori istinti delle masse?

Con la rapida ascesa della tecnologia avanzata, siamo giocoforza avvicinati al momento in cui dobbiamo decidere come relazionarci l’un l’altro in modo razionale e civile. Non possiamo più nasconderci dietro l’inevitabilità del lavoro e le norme sociali oppressive che esso richiede. Il manifesto offre al lettore del 21° secolo l’opportunità di vedere attraverso questo disordine e riconoscere ciò che deve essere fatto in modo che la maggioranza possa sfuggire al malcontento ed arrivare a nuovi assetti sociali in cui “il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti“. Anche se non contiene una tabella di marcia su come arrivarci, il manifesto rimane una fonte di speranza da non trascurare.

 

  Fumetto delle 4 parti de "Il Manifesto comunista illustrato" di Rigakos e Viktor
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Se il manifesto ha lo stesso potere di eccitare, entusiasmare e svergognarci che ebbe nel 1848, è perché la lotta tra le classi sociali è antica quanto il tempo stesso. Marx ed Engels lo hanno riassunto in 16 parole audaci: “La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi“.

Dalle aristocrazie feudali agli imperi industrializzati, il motore della storia è sempre stato il conflitto tra tecnologie costantemente rivoluzionarie e convenzioni di classe prevalenti. Con ogni sconvolgimento della tecnologia della società, il conflitto tra noi cambia forma. Le vecchie classi si estinguono e alla fine ne rimangono solo due: la classe che possiede tutto e la classe che non possiede nulla – la borghesia e il proletariato.

Questa è la situazione in cui ci troviamo oggi. Mentre noi dobbiamo al capitalismo il merito d’aver ridotto tutte le distinzioni di classe fino al divario tra proprietari e non proprietari, Marx ed Engels vogliono che realizziamo che il capitalismo non è sufficientemente evoluto per sopravvivere alle tecnologie che genera. È nostro dovere demolire la vecchia nozione di mezzi di produzione privati ​​e forzare una metamorfosi, che deve comportare la proprietà sociale di macchinari, terreni e risorse. Ora, quando le nuove tecnologie si scatenano in società legate al primitivo contratto di lavoro, segue la miseria all’ingrosso. Nelle indimenticabili parole del manifesto: “la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate“.

Il mago immaginerà sempre che le sue app, i motori di ricerca, i robot e i semi geneticamente modificati porteranno ricchezza e felicità a tutti. Ma una volta rilasciate in società divise tra lavoratori salariati e proprietari, queste meraviglie tecnologiche spingono i salari e i prezzi a livelli che creano profitti bassi per la maggior parte delle imprese. Sono solo la grande tecnologia, la grande industria farmaceutica e le poche corporazioni che comandano su di noi, che hanno un potere politico ed economico eccezionalmente ampio, a trarne davvero vantaggio . Se continuiamo a sottoscrivere contratti di lavoro tra datore di lavoro e dipendente, i diritti di proprietà privata governeranno e porteranno il capitale a fini disumani. Solo abolendo la proprietà privata degli strumenti di produzione di massa e sostituendola con un nuovo tipo di proprietà comune che funziona in sincronia con le nuove tecnologie, ridurremo la disuguaglianza e troveremo la felicità collettiva.

 

Illustrazioni dal fumetto 2ª parte de "Il Manifesto comunista illustrato"
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Secondo la teoria della storia di 16 parole di Marx ed Engels, l’attuale stallo tra lavoratore e proprietario è sempre stato garantito. “Sono del pari inevitabili“, afferma il manifesto, della borghesia “il suo tramonto e la vittoria del proletariato “. Finora, la storia non ha soddisfatto questa previsione, ma i critici dimenticano che il manifesto, come ogni meritevole pezzo di propaganda, presenta la speranza sotto forma di certezza. Proprio come Lord Nelson radunò le sue truppe prima della Battaglia di Trafalgar annunciando che l’Inghilterra “si aspettava” che facessero il loro dovere (anche se aveva seri dubbi che lo avrebbero fatto), il manifesto conferisce ai proletari l’aspettativa che facciano il loro dovere per se stessi, ispirandoli a unirsi e liberarsi l’un l’altro dai vincoli della schiavitù salariale.

Lo faranno? Sulla forma attuale, sembra improbabile. Ma, ancora una volta, abbiamo dovuto aspettare che la globalizzazione comparisse negli anni ’90 prima che la stima del manifesto del potenziale del capitale potesse essere pienamente confermata. Non è possibile che il nuovo proletariato globale, sempre più precario, abbia bisogno di più tempo prima di poter svolgere il ruolo storico previsto dal manifesto? Mentre la giuria è ancora fuori, Marx ed Engels ci dicono che, se temiamo la retorica della rivoluzione, o cercheremo di distrarci dal nostro dovere reciproco, ci troveremo coinvolti in una spirale vertiginosa in cui il capitale saturerà e sbiancherà lo spirito umano. L’unica cosa di cui possiamo essere certi, secondo il manifesto, è che, a meno che il capitale non sia socializzato, ci attendono sviluppi distopici.

 

Sul tema della distopia, il lettore scettico si rianimerà: quale è la complicità del manifesto nel legittimare i regimi autoritari e rafforzare lo spirito delle guardie dei gulag? Invece di rispondere in modo difensivo, sottolineando che nessuno incolpa Adam Smith per gli eccessi di Wall Street, o il Nuovo Testamento per l’Inquisizione spagnola, possiamo speculare su come gli autori del manifesto avrebbero potuto rispondere a questa accusa. Credo che, con il senno del poi, Marx ed Engels avrebbero confessato un errore importante nella loro analisi: insufficiente riflessività. Questo vuol dire che non sono riusciti a riflettere a sufficienza e hanno tenuto un silenzio giudizioso sull’impatto che la loro analisi avrebbe avuto sul mondo che stavano analizzando.

Il manifesto raccontava una storia potente in un linguaggio intransigente, mirato a sollevare i lettori dalla loro apatia. Ciò che Marx ed Engels non erano in grado di prevedere era che i testi potenti e prescrittivi tendevano a procurare discepoli, credenti – persino un sacerdozio – e che questi credenti potessero usare il potere conferito loro dal manifesto a proprio vantaggio. Con esso, potrebbero abusare di altri compagni, costruire la propria base di potere, ottenere posizioni di influenza, approfittare di studenti impressionabili, prendere il controllo del politburo e imprigionare chiunque resistesse loro.

 

Satira illustrata sul capitalismo e comunismo del 1911, meme odierni
      (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Allo stesso modo, Marx ed Engels non riuscirono ad immaginare l’impatto del loro scritto sul capitalismo stesso. Nella misura in cui il manifesto ha contribuito a modellare l’Unione Sovietica, i suoi satelliti dell’Europa orientale, la Cuba di Castro, la Jugoslavia di Tito e diversi governi socialdemocratici occidentali, questi sviluppi non avrebbero causato una reazione a catena capace di frustrare le previsioni e le analisi del manifesto? Dopo la rivoluzione russa e poi la seconda guerra mondiale, la paura del comunismo costrinse i regimi capitalisti ad abbracciare schemi pensionistici, servizi sanitari nazionali, persino l’idea di far pagare ai ricchi i costi affinché studenti poveri e piccoli borghesi potessero frequentare università liberali appositamente costruite. Nel frattempo, la rabbiosa ostilità verso l’Unione Sovietica suscitò paranoia e creò un clima di paura che si dimostrò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot.

Credo che Marx ed Engels si sarebbero pentiti di non aver previsto l’impatto del manifesto sui partiti comunisti che prefigurava. Si sarebbero presi a calci per aver trascurato il tipo di dialettica che amavano analizzare: come gli stati operai sarebbero diventati sempre più totalitari nella loro risposta all’aggressione dello stato capitalista, e come, nella loro risposta alla paura del comunismo, questi stati capitalisti sarebbero cresciuti sempre più civilmente evoluti.

Beati, naturalmente, sono gli autori i cui errori derivano dal potere delle loro parole. Ancora più benedetti sono quelli i cui errori si autocorreggono. Al giorno d’oggi, gli stati operai ispirati al manifesto sono quasi scomparsi e i partiti comunisti si sono sciolti o in disordine. Liberato dalla competizione con i regimi ispirati al manifesto, il capitalismo globalizzato si comporta come se fosse determinato a creare un mondo meglio spiegato dal manifesto.

 

Ciò che rende il manifesto davvero stimolante oggi è la sua raccomandazione per noi nel qui ed ora, in un mondo in cui le nostre vite sono costantemente modellate da ciò che Marx descrisse nei suoi precedenti Manoscritti economico-filosofici come “un’energia universale che rompe ogni limite e ogni legame e si pone come l’unica politica, l’unica universalità, l’unico limite e l’unico legame “. Dai guidatori di Uber, dai ministri delle finanze ai dirigenti bancari e ai miserabili poveri, tutti possiamo essere scusati per sentirci sopraffatti da questa “energia”. La portata del capitalismo è così pervasiva che a volte può sembrare impossibile immaginare un mondo senza di esso. È solo un piccolo passo, da sentimenti di impotenza, al cadere vittima dell’asserzione che “non c’è alternativa”. Ma, sorprendentemente (sostiene il manifesto), è proprio quando stiamo per soccombere a questa idea che abbondano le alternative.

Ciò di cui non abbiamo bisogno in questo frangente sono i sermoni sull’ingiustizia di tutto ciò, le denunce di crescente ineguaglianza o veglie per la nostra svanente sovranità democratica. Né dovremmo sopportare atti disperati di evasione regressiva: il grido di tornare ad uno stato pre-moderno e pre-tecnologico in cui possiamo aggrapparci al nazionalismo. Ciò che il manifesto promuove nei momenti di dubbio e sottomissione è una valutazione chiara e obiettiva del capitalismo e dei suoi mali, vista attraverso la fredda, dura luce della razionalità.

 

 

Il manifesto sostiene che il problema con il capitalismo non è che produce troppa tecnologia, o che è ingiusto. Il problema del capitalismo è che è irrazionale. Il successo del capitale nel diffondere la sua portata attraverso l’accumulo per amore dell’accumulo sta facendo sì che i lavoratori umani lavorino come macchine per una miseria, mentre i robot sono programmati per produrre cose che i lavoratori non possono più permettersi e di cui i robot non hanno bisogno. Il capitale non riesce a fare un uso razionale delle macchine geniali che genera, condannando intere generazioni alla privazione, a un ambiente decrepito, alla sottoccupazione e zero tempo libero reale dalla ricerca di occupazione e della sopravvivenza generale. Persino i capitalisti sono trasformati in automi angosciati. Vivono nella paura permanente che se non mercificheranno i loro simili, cesseranno di essere capitalisti, unendosi ai ranghi desolati del proletariato in espansione.

Se il capitalismo appare ingiusto è perché rende schiavi tutti, ricchi e poveri, sprecando risorse umane e naturali. La stessa “linea di produzione” che produce ricchezza incalcolabile produce anche profonda infelicità e malcontento su scala industriale. Quindi, il nostro primo compito – secondo il manifesto – è riconoscere la tendenza di questa “energia” totalizzante a minare se stessa.

Quando mi viene chiesto dai giornalisti chi o quale sia la più grande minaccia al capitalismo oggi, sfido le loro aspettative rispondendo: il capitale! Naturalmente, questa è un’idea che ho plagiato per decenni dal manifesto. Dato che non è né possibile né desiderabile annullare l'”energia” del capitalismo, il trucco è di aiutare ad accelerare lo sviluppo del capitale (in modo che bruci come una meteora che scorre nell’atmosfera) mentre, d’altra parte, resiste (attraverso la razionale, azione collettiva) la sua tendenza a schiacciare il nostro spirito umano. In breve, la raccomandazione del manifesto è che spingiamo il capitale al limite limitandone le conseguenze e preparandoci alla sua socializzazione.

Abbiamo bisogno di più robot, migliori pannelli solari, comunicazioni istantanee e sofisticate reti di trasporto verde. Ma allo stesso modo, dobbiamo organizzarci politicamente per difendere i deboli, potenziare i più e preparare il terreno per invertire le assurdità del capitalismo. In termini pratici, ciò significa trattare l’idea che “non c’è alternativa” col disprezzo che merita rifiutando tutte le richieste di un “ritorno” a un’esistenza meno modernizzata. Non c’era nulla di etico nella vita sotto le precedenti forme di capitalismo. Gli spettacoli televisivi che investono massicciamente nella calcolata nostalgia, come Downton Abbey, dovrebbero renderci felici di vivere nel momento in cui viviamo. Allo stesso tempo, potrebbero anche incoraggiarci a schiacciare l’acceleratore del cambiamento.

 

 Karl Marx e Friedrich Engels

 

Il manifesto è uno di quei testi emotivi che parlano a ciascuno di noi in modo diverso in momenti diversi, riflettendo le nostre circostanze. Alcuni anni fa, mi definivo un marxista erratico e libertario e venivo disprezzato a torto dai non marxisti e dai marxisti. Poco dopo mi ritrovai in una posizione politica di rilievo, durante un periodo di intenso conflitto tra l’allora governo greco e alcuni degli agenti più potenti del capitalismo. Rileggendo il manifesto ai fini della stesura di questa introduzione è stato un po’ come invitare i fantasmi di Marx ed Engels a urlare un misto di censura e sostegno nelle mie orecchie.

Gli adulti nella stanza” (Adults in the Room), la mia memoria del periodo in cui ho servito come Ministro delle Finanze della Grecia nel 2015, racconta la storia di come la primavera greca fu schiacciata da una combinazione di forza bruta (da parte dei creditori della Grecia) e un fronte diviso all’interno del mio governo. L’ho reso quanto più onesto e accurato mi fosse possibile. Tuttavia, dal punto di vista del manifesto, i veri agenti storici erano confinati a comparsate o al ruolo delle vittime quasi passive. “Dov’è il proletariato nella tua storia?” Posso quasi sentire Marx ed Engels che mi stanno urlando contro. “Non dovrebbero essere loro che affrontano il capitalismo più potente, con te che dai sostegno da bordocampo?

Per fortuna, rileggere il manifesto mi ha offerto qualche conforto, sostenendo il mio punto di vista di esso come un testo liberale – persino anche libertario. Dove il manifesto lambisce le virtù borghesi-liberali, lo fa per la sua dedizione e persino amore per loro. La libertà, l’autonomia, l’individualità, la spiritualità, lo sviluppo autoguidato sono ideali che Marx ed Engels apprezzano al di sopra di ogni altra cosa. Se sono arrabbiati con la borghesia, è perché la borghesia cerca di negare alla maggioranza ogni opportunità di essere libera. Data l’adesione di Marx ed Engels alla fantastica idea di Hegel che nessuno è libero finché una persona è in catene, la loro lite con la borghesia è che sacrificano la libertà e l’individualità di tutti sull’altare del capitalismo dell’accumulo.

Sebbene Marx ed Engels non fossero anarchici, detestavano lo stato e il suo potenziale di essere manipolato da una classe per sopprimerne un’ altra. Nel migliore dei casi, lo vedevano come un male necessario che avrebbe continuato a vivere nel futuro migliore e post-capitalista che avrebbe coordinato una società senza classi. Se questa lettura del manifesto sembra plausibile, l’unico modo di essere un comunista è quello di esserlo in maniera libertaria. Prestare attenzione alla chiamata del manifesto ad “Unirsi!” è in realtà incoerente con il diventare dei stalinisti tesserati o con tentativi di rifare il mondo a immagine dei regimi comunisti ormai defunti.

 

 

 

In fin dei conti, allora, qual è la linea di fondo del manifesto? E perché qualcuno, specialmente i giovani di oggi, dovrebbero interessarsi alla storia, alla politica e così via?

Marx ed Engels basarono il loro manifesto su una risposta commoventemente semplice: per l’autentica felicità umana e per l’autentica libertà che deve accompagnarla. Per loro, queste sono le uniche cose che contano davvero. Il loro manifesto non si basa su rigide invocazioni germaniche del dovere, né fa appello alle responsabilità storiche per ispirarci ad agire. Non moralizza o punta il dito. Marx ed Engels hanno tentato di superare le fissazioni della filosofia morale tedesca e le motivazioni del profitto capitalista, con un appello razionale ma al tempo stesso alle fondamenta della nostra natura umana condivisa.

La chiave della loro analisi è il baratro, in continua espansione, tra coloro che producono e coloro che possiedono gli strumenti di produzione. Il nesso problematico del capitale e del lavoro salariato ci impedisce di godere del nostro lavoro e dei nostri manufatti e trasforma i datori di lavoro e i lavoratori, ricchi e poveri, in stupide e tremanti pedine fatte procedere a passo di marcia spedita  verso un’esistenza inutile da forze al di fuori del nostro controllo.

Ma perché abbiamo bisogno della politica per affrontare questo? Ma la politica non è ottenebrante, soprattutto la politica socialista, tale che una volta Oscar Wilde sostenne “ci occupa troppe serate“? La risposta di Marx ed Engels è: perché non possiamo porre fine a questa idiozia da soli, individualmente; perché nessun mercato potrà mai emergere che produca un antidoto contro questa stupidità. L’azione politica collettiva e democratica è la nostra unica possibilità di libertà e gioia. E per questo, le lunghe notti sembrano un piccolo prezzo da pagare.

L’umanità può riuscire ad assicurarsi accordi sociali che consentano “il libero sviluppo di ciascuno” come “condizione del libero sviluppo di tutti“. Ma, di nuovo, possiamo finire nella “rovina comune” della guerra nucleare, del disastro ambientale o del malcontento angoscioso. Nel nostro momento presente, non ci sono garanzie. Possiamo rivolgerci al manifesto per ispirazione, saggezza ed energia ma, alla fine, ciò che prevarrà dipende da noi.

 

 

Tratto dall’introduzione di Yanis Varoufakis a “The Communist Manifesto“, che sarà pubblicato in Inghilterra da Vintage Classics il prossimo 26 aprile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mANIFESTO

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