le storie

Buonamico Buffalmacco, ovvero un artista senza scuola

Buonamico Buffalmacco, ovvero un “artista senza scuola”.

Nel filone cinematografico che ha fatto parte della cosiddetta Commedia all’Italiana, il film, o meglio, la trilogia di Amici Miei detiene un posto di grande rilevanza e non solo perché può vantare un cast di eccezione, ma anche perché probabilmente le “zingarate” chiudono un ciclo cinematografico che ha avuto uno straordinario successo ed al quale sono legati i ricordi di molti di coloro che, in quegli anni hanno vissuto la loro gioventù.

La fama del film voluto da Pietro Germi prima e Mario Monicelli poi, è tale che persino le nuove generazioni hanno riscoperto quella comicità e conoscono quelle storie; pochi però sanno che le vicende ed i personaggi raccontati nei film, prendono spunto da storie vere, raccontate nella Toscana degli anni ’50 quando, il Prof. Mazzingo Donati si alternava tra la quotidiana fatica di illustre cattedratico (fu il primo al mondo ad effettuare un trapianto di midollo osseo) e le saltuarie scorribande a Castiglioncello con gli amici a caccia di svago e divertimento nel prendersi gioco degli altri.

La Castiglioncello degli anni ’60 pullulava di attori e registi e molti di loro scoprirono le famose “zingarate” ben prima che Germi ne raccogliesse le memorie per delineare i personaggi e la prima sceneggiatura di quel ciclo di successo. Mi sono tornati a mente questi fatti recentemente quando si è molto parlato dell’avvenuto restauro di un affresco, “Il trionfo della morte”, ritornato agli antichi splendori dopo dieci anni di pazienti lavori di restauro dell’Opera Primaziale di Pisa e decenni di incuria seguita a un bombardamento nella seconda guerra mondiale durante il quale, a causa dello scioglimento del piombo con il quale era coperto il tetto del Cimitero Monumentale di Pisa, si sviluppò un rovinoso incendio che in parte distrusse irrimediabilmente le opere in esso contenute.

 

 

Il titolo dell’affresco (Il Trionfo della Morte) sembra essere in aperto contrasto con il ricordo di un film considerato comico, ed anche se tutta la Commedia all’italiana, più che comica risulta essere una satira amara dell’italico costume, le risate che ci siamo fatti allora assistendo al film, mal si conciliano con un dipinto apparentemente così austero, per di più destinato ad adornare il Cimitero Monumentale in Piazza dei Miracoli a Pisa.

L’accostamento infatti non è con il dipinto, ma con il suo autore, tale Buonamico di Martino (o di Cristofano come riporta il Vasari nella sua opera “Le vite…”) detto “Buffalmacco”.

 

Il Trionfo della Morte, di Buonamico Buffalmacco, foto dell'opera prima del restauro
immagine licenza WikiCommons (cliccare immagine più volte per miglior risoluzione)

 

La natura aveva dotato Buffalmacco di straordinarie virtù pittoriche in un’epoca nella quale doveva rivaleggiare con artisti come Giotto, Simone Martini e Duccio di Boninsegna tra gli altri, e ogni tanto se ne ricordava anche lui, tant’è che il Vasari annota:

“..si può agevolmente credere quello che di questo piacevole pittore si racconta, cioè che quando voleva usar diligenza e affaticarsi, il che di rado avveniva, egli non era inferiore a niun altro dipintore de’ suoi tempi.”

Della vita di Buffalmacco, oltre al Vasari, si interessarono molto anche il Boccaccio, (il quale insieme a Bruno – Bruno di Giovanni D’Olivieri – e Calandrino – Giovannozzo di Pierino –  lo rende protagonista di alcune tra le più famose novelle del Decameron) e Franco Sacchetti in alcune delle sue trecento novelle dove si raccontano le gesta di un Buonamico dedito più alla buona compagnia ed allo scherzo che non al lavoro con pittura e pennelli. Questi racconti finiranno per dare dell’artista un’immagine distorta togliendogli parte del merito che oggi viene a lui attribuito. Da ricordare inoltre che Uberto Bonetti, pittore futurista inventore della maschera che simboleggia il Carnevale di Viareggio (il Burlamacco), potrebbe essersi ispirato proprio al Buonamico per simboleggiare la burla che è una delle protagoniste principali nella tradizione del Carnevale.

La carriera burlesca del Buffalmacco iniziò già in giovane età quando allievo nella bottega di Andrea Tafi, oltre ad impegnarsi nell’apprendere i rudimenti della pittura, il Vasari racconta che si fosse imgegnato strenuamente nel far cambiare le abitudini decisamente mattutine del maestro, che lo costringeva ad alzate molto fastidiose, ricorrendo ad un espediente il quale, facendo leva sulle paure medievali del tempo, indusse il Tafi ad indugiare più a lungo a letto; egli infatti stufo di alzarsi prima del canto del gallo, prese dei grossi scarafaggi e sul dorso ci attaccò delle candeline accese le quali nel buio della notte fecero temere al Tafi la presenza di spiriti maligni (Franco Sacchetti – Il Trecentonovelle).

La sua evoluzione (non pittorica) è proseguita con un arguto stratagemma che dissuase una fastidiosa vicina di casa dal lavorare al telaio durante tutta la notte impedendogli di dormire; la povera donna si trovò per diversi giorni con il pasto mattutino eccessivamente salato e ignara del fatto che fosse il Buffalmacco a renderlo immangiabile, si convinse ad andare a letto presto per evitare di fare ancora simili errori (Giorgio Vasari – Le Vite…). E da lì, di burla in burla, sino ad essere portato davanti ai magistrati per inadempienza contrattuale, suscitando l’ilarità del pubblico, quando un committente lo citò per aver dipinto in continuità su due pareti adiacenti la figura di San Cristofano la cui lunghezza, contrattualmente pattuita, debordava le dimensioni di ogni singola parete della Chiesa dove l’affresco doveva essere realizzato (Giorgio Vasari – Le Vite…); o ancora quella volta in cui le monache di un monastero vedendolo dipingere in abbigliamento trasandato credettero che si fosse fatto sostituire da un garzone di bottega e pretesero così che il maestro effettuasse personalmente l’opera commissionata; al che Buonamico allestì un pupazzo con cappello e mantello in modo che le monache, dal pertugio dal quale cercavano di cogliere lo sviluppo dell’opera, potessero ammirare il maestro in persona pensoso davanti al dipinto, con il Vasari che così commentò:

“..non sempre ai vestimenti si deono l’opere degli uomini giudicare

Artista squalificato per tutta questa letteratura anedottica che ha teso a tramandarne più le “zingarate” che non le qualità pittoriche, Buffalmacco ha avuto recentemente una notevole rivalutazione. Il merito in parte è dovuto alla riscoperta di un’opera di Lorenzo Ghiberti a lungo tramandata come manoscritto e solo da un paio di secoli rivisitata in senso critico: I Commentarii. In essa il Ghiberti, più che concentrarsi sulle vicende della vita dei vari artisti (come fece il Vasari), stilò una sorta di catalogo delle loro opere dopo essersi dedicato ad un paziente lavoro di ricerca svolto con i pochi strumenti dell’epoca: tanta pazienza e tempo.

 

 

Fu con la rilettura attenta dei commentari che si giunse ad un’attribuzione definitiva di molte delle opere affrescate all’interno del Cimitero Monumentale di Pisa, dopo che a lungo essa era stata incerta e, tra esse “Il Trionfo della morte” prossimamente restituito al luogo dove è rimasto per secoli prima che i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale lo danneggiassero seriamente.

Il restauro dell’opera è avvenuto utilizzando nuove tecniche per consentire sia di cambiare totalmente il supporto della pellicola pittorica che per togliere lo strato di caseina apposto nel dopoguerra a protezione dei colori, mediante l’utilizzo di particolari batteri “mangiatori”. La collocazione per secoli dell’opera in locali esposti all’aria esterna non ha consentito il mantenimento della vivacità dei colori; ciononostante l’affresco è stato restituito ad una sua dignità e prossimamente verrà riallocato accanto agli altri affreschi, in buona parte dello steso autore, che compongono un ciclo pittorico singolare e di grande bellezza.

La critica ha avuto, come detto, grande difficoltà ad attribuire la paternità dell’affresco in quanto esso sfugge al criterio di composizione ordinata proprio dei pittori del tempo, con quelle scene difficilmente catalogabili nel loro svolgimento se non si prende atto della descrizione che, di esse fece Luciano Bellosi, uno dei più noti studiosi del pittore fiorentino:

“… nel caso delle raffigurazioni pisane non si avverte mai una vera intonazione tragica, nonostante soggetti come Il Trionfo della Morte, Il Giudizio Universale o L’Inferno (atri affreschi del Buffalmacco presenti nel Cimitero Monumentale di Pisa – ndr.); i momenti più drammatici sono come deformati da una marcatura grottesca, a volte perfino comica. Gli eremiti appollaiati sulle rocce a sinistra de Il Trionfo della Morte, che dovrebbero esaltare l’ideale della vita contemplativa, sono come ridicolizzati dal loro aspetto di vecchi brontoloni…

La critica dell’affresco prosegue con la sottolineatura del fatto che le figure considerate nell’iconografia del tempo più serie e degne di rispetto, vengono rappresentate in modo grottesco mentre i giovani gaudenti che ignari vanno incontro al loro destino sono rappresentati come personaggi positivi.

Prima che Bellosi arrivasse a dare questa nuova chiave di lettura, i critici avevano sempre teso a rappresentare i tratti funerei e tristi ed è per questo forse che, unitamente alle difficoltà di attribuzione all’autore, si è teso a darle più un valore storico, di testimonianza di un’epoca, come tante altre presenti non solo nel Cimitero Monumentale ma anche in altre migliaia di chiese in Italia, senza comprenderne il significato forse più vero, quasi di un tentativo per esorcizzare la morte irridendone i riti e le sembianze. Naturalmente per non incorrere nelle ire dei censori ecclesiastici che in quel tempo ancora subivano l’influsso pesante della dottrina penitenziale e del concetto di vita come cammino di espiazione, le chiavi di lettura si intersecano e solo un occhio veramente attento è capace di coglierle.

 

Il Trionfo della Morte, di Buonamico Buffalmacco, con contrasto accentuato
immagine licenza WikiCommons (cliccare immagine per miglior risoluzione)

 

Il caso che più ha riguardato gli affreschi del Camposanto di Pisa è stato, come detto, quello della loro attribuzione. In assenza pressochè totale di riscontri oggettivi e basandosi sulle testimonianze lasciate dal Vasari si è passati, tra il 19° ed il 20° secolo attraverso le attribuzioni più fantasiose, spesso volendo dare una spiegazione a tutti i costi senza nessuna evidenza a conforto: Andrea Orcagna, Pietro Lorenzetti, Bernardo Daddi fino a Francesco Traini il cui tratto pittorico venne considerato il miglior compromesso in assenza di quei riscontri documentali che poi vennero fuori nel corso degli anni ’60 del secolo scorso quando l’attribuzione certa di un affresco nel Duomo di Arezzo e le evidenti analogie con il ciclo pittorico di Pisa hanno portato a conclusione una diatriba durata oltre cento anni, e che neppure le parole del Ghiberti nei suoi commentari erano riuscite a dirimere.

Rimase infine il dubbio della datazione incerta dell’opera, per alcuni storici dell’arte non compatibile con la vita del Buonamico il quale avrebbe potuto, per loro essere già morto quando questa fu dipinta; ebbene il dilemma è stato svelato ricorrendo ad uno degli aspetti dell’arte che tendiamo spesso a sottovalutare: gli abiti e le acconciature dei personaggi raffigurati. Le pitture e le sculture a noi pervenute, anche quando ritraggono personaggi di epoche passate rispetto al periodo nel quale esse sono state eseguite, li propongono abbigliati in modo da sembrare contemporanei all’autore; sono una sorta di fotografia dell’epoca dell’autore e rimangono gli unici resoconti visivi che ci hanno trasmesso la memoria di come si viveva. Ebbene i personaggi del grande affresco pisano evidenziano con le loro vesti ampie, quasi indistinte nella foggia tra uomini e donne, la moda del tempo di Buffalmacco e subirono profondi cambiamenti di stile proprio in prossimità della sua morte avvenuta nel 1340.

Su questo aspetto spesso si tende a non avere le idee molto chiare; si parla della moda del ‘300 o del ‘400 come se le fogge degli abiti fossero rimaste allora immutate per decenni mentre accadeva allora esattamente ciò che vediamo oggi, con le fogge dei vestiti che cambiano numerose volte nel corso dello stesso secolo (basti  pensare a ciò che è accaduto dal 1900 al 2000).

 

 

 

Per secoli il Buffalmacco si è fatto burla di critici ed esperti, prima facendosi conoscere più per le sue abitudini goliardiche che per le sue opere, poi camuffando la sua voglia di scherzare sotto la tetra rappresentazione della morte ed infine lasciandoci un’immagine del suo tempo come unica firma di un’opera che Antonio Paolucci ha definito, insieme alle altre presenti nel Camposanto Monumentale, “un’antologia della grande pittura italiana del XIV° secolo, che è stato il vero grande secolo degli italiani”.

Non so se esista un sottile filo invisibile capace di unire episodi i più disparati e dispersi nella storia e nel tempo ma ogni tanto a me pare di intravederli; Luciano Bellosi andò in stampa con il suo “Buffalmacco e il trionfo della morte” nel 1974, lo stesso anno nel quale Pietro Germi consegnava la sceneggiatura del suo Amici Miei a Mario Monicelli sapendo che non avrebbe avuto il tempo per realizzare l’idea sugli schermi. Come se esistesse un legame tra Buonamico di Martino “il Buffalmacco” ed il prof. Mazzingo Donati “il Sassaroli” e, perché no, il Mascetti, il Melandri, il Perozzi e il Necchi da una parte, Calandrino e Bruno dall’altra.

 

 

Bibliografia:

  • Giorgio Vasari: Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti
  • Franco Sacchetti: Il Trecentonovelle
  • Giovanni Boccaccio: Il Decamerone
  • Luciano Bellosi: Buffalmacco e il Trionfo della Morte

 

 

 

 

 

 

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