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Gerusalemme capitale si, Gerusalemme capitale no

Gerusalemme capitale si, Gerusalemme capitale no. Questa domanda a cui quasi nessuno vorrebbe dover rispondere echeggia con rinnovata attenzione nelle cancellerie dei paesi che contano nel mondo, da quando Donald Trump all’inizio di dicembre ha deciso di riconoscere sul serio Gerusalemme come capitale dello stato israeliano, e di trasferirci l’ambasciata americana.

Perché Trump abbia fatto questa scelta, che oltre ad aver lasciato mezzo mondo nella costernazione ha anche spiazzato il suo partito e molti suoi collaboratori non è dato sapere; può essere che dipenda da ragioni di politica estera, forse anche da ragioni di politica interna, magari dipende dalle molte accuse che gli sono rivolte e delle inchieste che lo stanno coinvolgendo, e non è neppure escluso che non sappia bene quello che sta facendo su questa intricata questione. Può anche essere che siano tutte queste cose assieme, ma la dichiarazione, a dispetto dell’immediato e generale tentativo di smorzare i toni e rimandare il tutto a tempi migliori, ha già avuto effetti destabilizzanti nella zona più infuocata della terra, e in pochi giorni del sangue è stato versato, a dimostrazione del fatto che lo status di Gerusalemme è un nodo delicatissimo che poco si presta a soluzioni superficiali e improvvisate: diversamente sarebbe già stato risolto da decenni.

A Trump non ha dato ragione nessuno, o comunque nessuno che conti, a parte un Netanyahu in palese conflitto d’interessi; all’opposto lo hanno criticato praticamente tutti, OLP e Hamas per comprensibili motivi, i paesi arabi e islamici in senso lato per ragioni diverse, non sempre sincere, e con maggiore o minor forza, i suoi principali alleati, compresi Francia, Germania e Inghilterra, cosa ovvia a dispetto delle apparenze, e persino Papa Francesco, che come si suol dire non ha alcuna Divisione, ma che in qualche modo possiamo considerare un influencer. Naturalmente a Trump di tutto questo non sembra importare un gran che: è nella storia degli ultimi decenni, e anche nella logica delle cose, che il paese più potente del mondo tenda a considerare con sufficienza le Nazioni Unite; non solo, la logica trumpiana “dell’America first” è strutturalmente ostile o antagonista a qualunque posizione non schiettamente filoamericana; ancor di più, credo sia lecito dubitare della capacità di Trump di distinguere fra interessi americani e interessi di Trump, ma su questo non mi vorrei dilungare perché in fondo è un problema minore.

Ma perché lo status di Gerusalemme è tanto complicato da definire, e perché lacera sempre le alleanze più consolidate? Perché gli Stati Uniti sono su posizioni opposte rispetto ai loro storici alleati europei, e perché la Turchia islamizzata da Erdogan si schiera tanto decisamente contro israeliani e sauditi, abbracciati in una alleanza inconfessabile?? Penso ci siano almeno tre ragioni, una di carattere storico, una di tipo giuridico, ed una terza squisitamente politica, che assieme non si combinano mai e impediscono di spegnere il focolaio che cova sotto la sabbia del Medio Oriente, da cui ciclicamente divampa in modo sanguinoso.

 

 

 

In termini storici la Palestina è la terra degli ebrei da oltre 3.000 anni, quando erano uno dei popoli più feroci dell’antichità e se la sono conquistata armi alla mano. Poiché allora come oggi erano un popolo demograficamente debole, decisamente identitario e singolarmente poco inclusivo, sono ben presto finiti preda di tutti i loro più robusti vicini, dagli assiri agli ottomani, e contro ogni logica, oltre che a dispetto di tutte le diaspore, sono riusciti a sopravvivere come popolo per migliaia d’anni, mantenendo lingua, religione, cultura e relazioni comunitarie, quali che fossero gli angoli della terra vi via sempre più lontani sui quali erano dispersi. Non so se esistono altri casi analoghi, penso di no, ma certo della determinazione degli ebrei e della loro capacità di sopravvivere in ogni caso non è lecito dubitare.

Comunque, quale che sia stata negli ultimi 2.000 anni la loro storia, quelli che ancora si trovavano in Palestina all’inizio del secolo scorso, quando con la disgregazione dell’Impero ottomano la regione è stata ereditata dalla Gran Bretagna, erano quattro gatti, meno del 10% della popolazione. Già nel 1917 gli inglesi avevano espresso con la dichiarazione di Balfort, che non è un posto ma il loro Ministro degli esteri dell’epoca, l’intenzione di fare della Palestina “a national home for the Jewish people”, home, non nation, nel rispetto dei diritti civili e religiosi delle altre comunità non ebraiche. La realizzazione di questo compito fu affidata alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni nel 1922, con il Mandato britannico sulla Palestina, e il compito è ufficialmente fallito nel 1947, quando le Nazioni Unite approvarono la divisione in due stati della Palestina, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme destinata a rimanere sotto il controllo dell’ONU.

Dal 1922 l’immigrazione legale e illegale degli ebrei in Palestina aveva parzialmente riequilibrato la situazione demografica, ma comunque gli ebrei, che erano ancora minoranza, si sono visti assegnare la parte più cospicua del territorio. Nessuna delle due parti ha accettato la soluzione e la storia successiva, che è complicata, la sanno bene in pochi, ma credo di non andare tanto lontano dal vero nel dire che il popolo ebraico si è riconquistato armi alla mano la stessa terra di cui si era impadronito 3.000 anni prima, e la parte perdente, i palestinesi di etnia araba, non hanno mai riconosciuto loro alcun diritto in relazione a questa conquista.

La questione giuridica riguarda specificatamente lo status di Gerusalemme, che è stata proclamata capitale d’Israele nel 1949, limitatamente alla parte est, già allora sotto il controllo dello stato ebraico, e infine di nuovo nel 1980, con riferimento all’intera città, conquistata nella guerra del 1967; l’ONU non ha mai riconosciuto queste risoluzioni israeliane, e tutt’oggi considera una violazione del diritto internazionale l’occupazione di Gerusalemme est, e di altri territori. Segno evidente e simbolico di questa spaccatura fra lo stato d’Israele e le Nazioni Unite è l’assenza di ambasciate a Gerusalemme.

La distanza fra Israele da una parte, e quasi tutto il resto del mondo dall’altra, non potrebbe essere maggiore: con riferimento a Gerusalemme l’ONU definisce Israele una potenza occupante e considera la “legge base” Israeliana del 1980 che dichiara Gerusalemme capitale, una “violazione del Diritto internazionale”; per questo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha chiesto e ottenuto dagli stati membri il ritiro delle ambasciate da Gerusalemme. Non c’è neppure l’ambasciata americana, nonostante una serie di decisioni del congresso che risalgono agli anni ’90 e che riconoscono lo “status israeliano” della città, non c’è perché lo spostamento è sempre stato rimandato da tutti i presidenti che si sono succeduti nella carica. Probabilmente per qualche fondato motivo.

Il problema politico mi pare di gran lunga quello più importante. Israele è oggi un corpo estraneo in medio oriente, esattamente nella misura in cui lo sarebbe una enclave araba piantata con la forza nel mezzo dell’Europa. Attenzione, è un fatto, e non un giudizio di valore: gli stati si costruiscono sempre con la forza, e i processi storici che portano alla loro formazione richiedono l’uso delle armi. Israele è la potenza militare dominante in quell’’angolo di mondo, e se è innegabile che ciò dipenda dalla sua collocazione occidentale e dal sostegno che riceve, è altrettanto vero che poi le guerre le fanno gli israeliani, e in questo sono fra i migliori. Israele combatte con determinazione, ed è naturale che sia così, perché non ha e non può avere la forza demografica per resistere e continuare ad esistere nel posto in cui si trova, senza una potenza militare decisiva e la capacità di usarla.

Oggi però la determinazione di Israele si innesta in una partita che è più grande del suo diritto ad esistere e resistere, perché riguarda il confronto fra Iran e Arabia Saudita, che è anche e soprattutto un confronto fra l’America trumpiana, evidentemente diversa da quella di Obama, e la Persia sciita, l’unica grande potenza petrolifera del medio oriente che è fuori dal controllo economico e finanziario dell’occidente. Su questo punto c’è a mio parere un aspetto delicato, che spiega più del richiamo ai principi del diritto internazionale, che pure Israele palesemente calpesta, la posizione europea ostile all’uscita di Trump su Gerusalemme capitale: la guerra finale all’Iran non corrisponde agli interessi dell’Europa, per ragioni economiche, geografiche e strategiche, e forse alla lunga non è neppure coerente con gli interessi di Israele, non fosse altro per il fatto che i sunniti sono infinitamente più numerosi degli sciiti, oltre che immensamente meno civili, almeno quelli che lo stato ebraico si sta scegliendo come alleati.

Il verminaio del medio oriente si sta imputridendo sempre di più, e in un posto dove l’ISIS può essere alleato dell’occidente in funzione antisiriana, è difficile immaginare che lo scontro finale e non più per procura fra la monarchia saudita e la repubblica islamica, con esiti che possono essere a favore o contro americani e russi sia una cosa veramente funzionale agli interessi di qualcuno, almeno fra quelli dotati del ben dell’intelletto.

La combinazione di Trump e Netanyahu alla guida dei due più importanti paesi che considerano le Nazioni Unite alla stregua dell’Esercito della salvezza mi pare una circostanza particolarmente infelice e sfortunata, come mi sembra sconsiderato far saltare l’accordo sul nucleare iraniano, anche questo a dispetto dell’Europa, e come mi pare demenziale armare fino ai denti i sauditi in previsione di eventuali guerre per procura, sia perché sarebbe meglio non farle, sia perché i principi della Mecca non riescono a vincere nemmeno contro lo Yemen. E dopo chi ci dovrebbe pensare? L’esercito israeliano può fare tante cose, ma una guerra con l’Iran mi pare troppo persino per lui.

A me sembra che ci siano ragioni di opportunità che consigliano di non gridare Gerusalemme capitale, compreso il fatto che si rischia di scardinare l’occidente a cui apparteniamo, che non sarà un gran che ma dovrebbe meglio di un occidente a misura di Trump e del generale meno intelligente fra i tanti che hanno governato Israele. Ce n’è però anche una che ha un profilo etico: Gerusalemme non può essere contemporaneamente la capitale dello stato d’Israele e uno dei luoghi di culto sacri alle tre religioni monoteistiche che infiammano il mondo da oltre 1.000 anni, almeno fino a quando saremo così sciocchi da attribuire un valore politico e identitario alla fede. Oggi la storia, il diritto e la politica non si fondono in Palestina, e se ci si ostina in modo feroce a mantenerli disallineati la pace non ci sarà mai, e dubito che persino il popolo ebraico possa vincere una guerra infinita, sono pur sempre 10 milioni scarsi. Forse è troppo anche per loro…

 

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