le muse

Storie di cuori infranti

Le recensioni dei libri

 

C’è chi mette fine a una storia d’amore per noia e stanchezza, per la morte totale del sentimento, o perché s’innamora di un’altra persona; chi per riconquistare il gusto della libertà perduta e chi, ancora, per una sorta di ineluttabile fatalismo, perché “amore e separazione sono gemelli siamesi”.

Gabriele di Fronzo, nel suo Cosa faremo di questo amore:Terapia letteraria per cuori infranti, ce lo ricorda anche con le parole lapidarie della Signora della porta accanto:

“Mathilde: Ti ricordi quello che mi dicevi otto anni fa? E dio sa quanto mi faceva male sentirtelo dire. Tutte le storie d’amore devono avere un inizio, un centro, e una fine.
Bernard: E una fine, sì.
Mathilde: È la verità.

E poi c’è pure chi, non più corrisposto, decide con un improvviso scatto di autostima, di smettere di amare invano, semplicemente per non continuare a sentirsi un perfetto idiota.

In ogni caso – dice acutamente l’autore di questo originale libro, a metà tra il saggio letterario, la guida di sopravvivenza e il romanzo autobiografico – “mettere fine è ammettere una fine”.

A volte però, pronunciare, con collera o con rassegnato distacco, le ultime e definitive parole – ancor prima che un atto di lucido e disincantato realismo, o di ritrovato orgoglio – è fondamentalmente un gesto di paura; la paura di veder cadere in rovina cose che (illusoriamente) si credevano belle, uniche e speciali, nei confronti delle quali, scrisse Roland Barthes nei suoi famosi Frammenti, “l’orrore di guastare è ancora più forte dell’angoscia di perdere” (citazione fulminante posta en exergue di un capitolo).
Per inciso: penso che solo un semiologo innamorato e dolente potesse scrivere quel capolavoro di analisi linguistica e filosofica del discorso amoroso, perché stando alle sue parole, “l’io parla [d’amore] solo quando è ferito”; quando invece è innamorato e felice, si gode il suo attimo di fascinazione e appagamento in inebetito silenzio, o tutt’al più balbettando all’Altro la sua impotenza linguistica con quella “parola un po’ stupida: adorabile!”. E allo stesso modo, pare che solo i lettori innamorati apprezzino entusiasti quelle pagine insuperate, che ai cuori a riposo appaiono invece fredde e astruse, se non del tutto incomprensibili.

 

 

Ma torniamo alla nostra lettura. La fine dell’amore e la sua fenomenologia sono l’oggetto di questo libro, efficacemente espresso già dal titolo e dalla bella grafica di copertina; un tema triste dunque, che però Gabriele Di Fronzo affronta in modo originale, spigliato, leggero e a tratti ironico, ma al tempo stesso sofferto e discreto, senza sbavature melodrammatiche. E lo fa, ripercorrendo la sua stessa esperienza personale alla luce della letteratura, che di storie d’amore e di abbandoni offre innumerevoli esempi in ogni epoca; da Didone a Madame Bovary e oltre, fino alle coppie di amici di Carver che parlano “about love” col bicchiere di gin in mano, o alla cassiera piangente di Tiziano Scarpa.

È un libro ricco e generoso, sia per la notevole quantità delle fonti citate, sia perché vuol essere uno strumento terapeutico; non solo per l’autore medesimo (“La mia espressione inarticolata di una sofferenza autentica è il libro che sto scrivendo.”), ma anche per la nutrita e intramontabile categoria dei lettori col cuore infranto sparsi nel mondo reale; poiché, come è scritto nel capitolo iniziale , “i libri meglio di qualunque altro luogo al mondo, meglio dei cimiteri e persino degli studi di avvocati divorzisti, ospitano il popolo randagio degli abbandonati. E gli abbandonati, preferendoli a qualunque altro rifugio, scelgono i libri per finirci dentro.

Ora però, grazie a queste pagine, ogni lettore solo e afflitto si consolerà più facilmente della sua sventura, sapendo di poter condividere la sua sorte disgraziata con una millenaria, illustre e ben folta compagnia di abbandonati. Perché se c’è un dolore universale e antico quanto il mondo – che nonostante l’esperienza accumulata nei secoli dei secoli, non finisce mai di fare male e di rivelare a uomini e donne, indistintamente, tutta la loro fragilità – questo è proprio il dolore dell’amore perduto. Lo stesso dolore per il quale in passato antiche regine, prodi cavalieri, giovani poeti, nobildonne russe ed eroine borghesi si struggevano, fino a morirne.

Ma noi che siamo post-moderni, iper-connessi e ultra-disincantati, no! Noi ci limitiamo a soffrire da soli e in silenzio le pene del cuore, senza commettere i gesti estremi e plateali degli innamorati straziati di un tempo. E da oggi possiamo pure soffrire con un sorriso (amaro) sulle labbra e un ebook (di Di Fronzo) in mano!

 

 

 

 

 

Gabriele Di Fronzo Cosa faremo di questo amore: Terapia letteraria per cuori infranti, Ed. Einaudi, 2018 (Anche in e-book).

 

 

 

 

abbandono

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