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Il prevedibile fallimento del governo impossibile. Fallirà anche il prossimo

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Il Governo impossibile fra Salvini e Di Maio, i crepuscolari leader delle due destre di lotta e di governo, è arrivato al capolinea in poco più di un anno, un periodo persino troppo lungo per fare abortire il bislacco tentativo di conciliare le due visioni opposte del moderno populismo, una legata al reddito di cittadinanza e al no a quasi tutto, grandi opere per prime, e la seconda centrata sulla flat tax, sul no ai migranti e sul no all’Europa.

Era il tentativo velleitario di coniugare interessi e gruppi opposti della società, senza operare alcuna  mediazione e nessuna sintesi, e oggi ha fatto la fine che era nell’ordine delle cose. Ciò che non era scritto, ma era molto probabile, sono le posizioni e la forza dei due partiti di governo nel momento in cui il percorso si chiude, con la Lega al massimo storico del consenso, e il Movimento 5 Stelle in piena crisi d’identità e di credibilità, come dimostrano oltre ai sondaggi, le batoste elettorali che ha subito in serie dopo le ultime elezioni politiche.

Oggi il partito di Di Maio, logorato da un anno di sberleffi subiti da parte di Salvini e dalla continua arrendevolezza nei confronti  di un alleato che dettava l’agenda avendo la metà dei suoi voti, rischia di essere travolto nelle urne. Questa debolezza è stata ben colta dal capo della Lega, che ha deciso di capitalizzare il suo consenso senza altri indugi, anche perché faticherebbe a reggere un governo Conte, in cui l’ostilità all’Unione Europea non è conclamata nella misura in cui gli serve.

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Fuori dall’area di governo c’è il deserto. Fratelli d’Italia, nel suo piccolo, vive e si consolida per uno di quei misteri della politica che non è possibile spiegare, visto che la Lega ha completamente occupato il suo spazio, e non ha alternative ad una fedele sudditanza nei confronti di Salvini. Forza Italia, come è stato acutamente osservato, ha ormai più eletti che elettori, ed è destinata all’irrilevanza, anche perché, chi potrà, salterà sul carro del vincitore. Il PD ha consumato un anno di opposizione fornendo all’elettorato buone ragioni per non votarlo, e se anche potrà mitigare il disastroso insuccesso precedente per l’inerzia dei flussi elettorali, chi vuole votare contro il vincitore annunciato dovrà ben votare per qualcuno, resta il fatto che non ha una proposta politica intelligibile su nulla, non ha leadership e non ha nessuna intenzione, e ancor meno capacità, di trovare l’una e l’altra. Della sinistra a sinistra del PD è meglio non parlare, nessuno sa chi sono, e nessuno sa cosa vogliono. Io meno di tutti.

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L’ipotesi di un governo fra PD e 5 Stelle, pur possibile nei numeri, ha la stessa credibilità e prospettiva degli uomini che lo dovrebbero guidare, e cioè nessuna. Non ha neppure uno straccio di programma politico che non sia quello di impedire a Salvini di entrare trionfalmente a Palazzo Chigi, cosa che sarebbe naturalmente necessaria e opportuna, se non fosse per il fatto che poi, realizzato il primo punto del programma e messa la Lega all’opposizione ad ingrassare il suo consenso, qualcosa bisognerà pur farla, a partire dalla finanziaria. E qui sarebbero dolori. Senza contare che  Zingaretti non è nella condizione di rifiutare le elezioni, sia perché sarebbe inelegante da parte del capo del maggior partito di opposizione, dopo la sostanziale implosione del governo in carica,  sia perché ha tutto l’interesse ad accelerare la crisi dei 5 Stelle e ridimensionare i renziani, sovrarappresentati nello sparuto gruppo parlamentare del partito, che in mancanza di meglio conta più del governo. Quanto al possibile partito di Renzi, credo sia semplicemente una variabile a somma zero, che spaccherebbe il PD ma non intaccherebbe il bacino di consensi della destra.

Si è vagheggiato di un discorso di Mattarella che stigmatizzi i numerosi vulnus allo stato di diritto e all’architettura costituzionale, che questo governo di crisi e di lotta permanente ha inferto al paese, per scardinare il progetto della destra sovranista e populista; sarebbe anche questa una cosa quanto mai opportuna, se l’uno e l’altro, Mattarella e il paese, per non parlare dei partiti ostili alla Lega, fossero all’altezza di una simile impresa. Ma questo non è e quindi non succederà, o non avrà alcun effetto.

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Quindi si andrà alle elezioni, nei tempi chiesti da Salvini, o poco dopo, a seconda del risultato dei vari tatticismi che saranno messi in campo nelle prossime settimane, e non pare ragionevole aspettarsi al momento del voto i consueti ribaltamenti dei sondaggi, perché il capo della Lega gode oggi di troppi vantaggi. È sempre stato all’opposizione di qualcuno, il PD o l’Europa, e ciò gli assicura una chiara rendita di posizione, perché non è mai stato obbligato a raggiungere alcun risultato diverso da qualche proclama contro l’Europa o dal blocco di qualche barcone; l’opposizione al suo governo, impropriamente detto governo Conte, è sempre stata fatta dal Movimento 5 Stelle, che è in palese conflitto d’interesse e diventerà il colpevole della crisi, alla quale è invece stato astutamente trascinato con una plastica dimostrazione del concetto di circonvenzione d’incapace; non ha nessuna vera alternativa nel partito di opposizione formale, perché il PD si occupa in maniera crescente e oggi esclusiva del regolamento dei suoi conti interni dal momento in cui Renzi ne è diventato il capo, avendo per il resto cessato di parlare al paese.

Si voterà, vincerà Salvini, e diventerà Presidente del Consiglio, con una chiara e compatta maggioranza, che gli consentirà, se vuole, e pare che lo voglia, di fare le riforme che stanno nel suo DNA e di realizzare il progetto economico di Alberto Bagnai. Naturalmente Salvini non rappresenta la maggioranza degli italiani, ed è persino possibile che la campagna elettorale possa riservare qualche sorpresa, impedendogli di capitalizzare un consenso significativamente superiore al 40% degli elettori, ma è fuor di dubbio che oggi il Ministro dell’Interno, che incidentalmente occupa una posizione del tutto inopportuna per fare il candidato premier, ne rappresenti la cospicua maggioranza relativa, e soprattutto sia il portatore di un progetto politico che ha un consenso reale nella sua fetta di paese. Tutti gli altri, polverizzati in tanti segmenti, non ne hanno nessuno, che non sia il semplice no alla Lega.

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È un progetto eversivo, non solo per la concezione del potere  e della lotta politica che lo sottende, che pure conta e sta scardinando la democrazia e il perimetro della convivenza civile, in una parola il quadro istituzionale che regge il paese, ma anche perché è costruito, sotto il profilo politico ed economico, su due scommesse combinate che sono a mio parere impossibili da realizzare e incapaci di produrre alcun effetto positivo.

La prima riguarda il piano interno, nel quale Salvini immagina una sorta di liberismo alla Trump fondato sul deficit, un benessere senza sviluppo generale, concentrato dove lo sviluppo c’è già: praticamente un ossimoro, che finirà col disgregare il paese. Se avrà la forza per farlo lo farà, realizzando finalmente il programma originario della Lega anche col voto di chi  avrà solo da perdere da questo esito. Solo che quando l’esito si sarà prodotto, le aspettative della maggioranza dei cittadini saranno state deluse e il paese sarà stato disgregato, la politica si rimetterà in moto e presenterà il conto a tutti, anche a Salvini.

La seconda riguarda la politica estera, perché il collocamento dell’Italia in Europa esclude la possibilità di fare deficit, mentre Salvini ha bisogno di una Banca Centrale che attui le indicazioni del Governo. Da quest’angolo se ne esce con una colossale figura da cioccolatai, mortale per qualunque leader e per qualsiasi forza politica, oppure andando ad un conflitto con l’Europa che dovrà portare l’Italia fuori dalla moneta unica e forse anche dall’Unione. Salvini pensa che sia una partita di poker e conta sul fatto che alla fine la Commissione Europea non se la sentirà di vedere le sue carte, io penso che sia piuttosto un incontro di braccio di ferro, dove l’unica cosa che conta è la forza, anche più della ragione, e la forza non è con Salvini.

Io non credo che l’Europa farà sconti all’Italia, perché l’Europa che serve ai paesi che contano, la Germania e la Francia, non può permettersi di rafforzare i sovranismi alleati di Trump e Putin senza ledere i propri interessi, che sono contemporaneamente gli interessi dell’Unione e dei paesi che sull’Unione detengono la golden share, gruppo dal quale l’Italia si è pervicacemente esclusa con le scelte politiche degli ultimi trent’anni.

Io credo che il disegno di Salvini, oltre che sbagliato sia irrealizzabile, oggi più di sei mesi fa, perché l’esito delle elezioni europee è stato deludente per i partiti populisti e sovranisti, e nel contempo ha compattato la maggioranza popolar socialista. Un’Europa che chiude le dita nel cassetto alla Gran Bretagna, non avrà nessun problema a far la stessa cosa con l’Italia, perché nel mondo multipolare e in varia misura liberista non c’è posto per i sovranismi deboli, e il nostro sarebbe debolissimo.

Se Salvini può vincere il primo tempo della partita interna, in quella esterna non ha neppure questa possibilità, e quando l’avrà persa i primi a presentargli il conto non saranno neppure la Germania o la Francia, ma saranno i suoi alleati di oggi. Naturalmente non sarà un conto che pagherà lui, ma che pagherà il paese intero, ormai avviato ad un declino irreversibile, senza politica, senza economia e, soprattutto, senza una cultura e una società che siano degne di questo nome.

 

 

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